Alcuni spunti sul tema del genocidio armeno

Le parole pronunciate da papa Francesco in merito al genocidio armeno e le ripetute e dure repliche giunte da parte turca riportano all’attenzione un dramma storico che – sepolto per decenni nel cuore oscuro del Novecento – il 24 aprile 2015 toccherà i cento anni di vita. I molti articoli dedicati alla questione, che peraltro ha finito per intrecciare i suoi riflessi con quelli della risoluzione con cui il Parlamento europeo ha riconosciuto il genocidio, hanno preferito sottolineare le immediate ragioni politico-elettorali legate alla presa di posizione di Ankara, o le sue ricadute sui rapporti internazionali piuttosto che evidenziare le ragioni remote di ciò che è stato definito “negazionismo turco”.

Queste ultime non possono essere capite se non definendo il termine genocidio – peraltro già utilizzato da Giovanni Paolo II, in riferimento allo sterminio del popolo armeno, nel novembre del 2000 – e ripercorrendo sinteticamente non tanto la tragedia armena del 1915-1916 (che nella memoria di quel popolo si fissa col nome di Metz Yeghern, Grande Male), quanto il processo che negli anni del primo dopoguerra, tra il 1918 e il 1923, porta la Turchia moderna alla rimozione e alla negazione di quell’evento.

Se già nel quarantennio precedente allo scoppio del primo conflitto mondiale le maggiori potenze europee, in piena corsa coloniale e imperiale, hanno l’obiettivo dichiarato di accaparrarsi pezzo a pezzo l’ormai decadente impero ottomano, una volta che Costantinopoli firma la resa bellica – il 30 settembre 1918 – quell’obiettivo resta tale. Semmai, alla luce della tragedia appena vissuta dalla nazione armena, si carica d’una nuova giustificazione: secondo i paesi dell’Intesa, occorre punire i turchi per i massacri armeni spartendosi i loro territori e processandoli in tribunale. Per parte turca, resisi irreperibili i leader dei Giovani Turchi responsabili delle stragi, il nuovo centro di potere di Ankara guidato dal generale Mustafà Kemal non nega le atrocità, ma replica con la richiesta di separare le questione territoriale e processuale. Ovvero, domanda un processo ai responsabili secondo la legge ottomana – capita a Istanbul, nel 1919, ad alcuni pesci piccoli e medi – ma senza alcuno smembramento territoriale dello stato. Solo di fronte all’annuncio della divisione dell’Anatolia (trattato di Sevres, agosto 1920) Ankara muta posizione. E impugnando le armi per difendere la propria integrità territoriale, passa a rifiutare i processi che gli si vorrebbero imporre, sostenendo che – passaggio decisivo – non c’è mai stato un genocidio armeno.

Il negazionismo turco nasce così. E intrecciato a esso nasce la nuova Repubblica turca, che nel 1923 – liquidate le poco volenterose truppe dell’Intesa, sconfitta la Grecia in una guerra di violenza bestiale, liquidato l’effimero stato armeno sorto a est dell’Anatolia – impone sul campo la chiusura dei conti che la Grande guerra ha lasciato in sospeso. Per la nuova Turchia, dunque, il riconoscimento diplomatico; per il genocidio armeno la negazione (turca) e l’oblio (europeo). E nei primi anni due decenni di costruzione della repubblica – sotto la leadership di Mustafà Kemal Atatürk, padre dei turchi – quella negazione si fa principio fondamentale tra i principi fondamentali posti a sostegno della nuova identità turca: nella società turca non esistono classi; tutti i cittadini sono turchi; la Turchia è uno stato laico; la legge islamica è fuorilegge; non ci sono mai stati massacri d’armeni.

Così motivato, l’ancora attuale negazionismo di Ankara assume connotati più precisi e ragioni più ampie. Al di là di alcuni timidi passi recentemente compiuti, lo stato turco nega il genocidio per non minare una delle basi su cui si è costituito. Ma anche per il timore che gli si presentino richieste di risarcimenti economici o di tipo territoriale, anche da parte di altre minoranze vittime di sterminio (p.e. i siro-caldei). Senza dimenticare che i leader dei Giovani Turchi – i cui quadri si riciclarono dentro il gruppo dirigente di Atatürk – sono tuttora annoverati tra i padri della patria.

Dal canto suo, la storiografia turca ha assunto posizioni più flessibili. Certo lo ha fatto contestando il numero dei morti armeni (1,5 milioni circa) e sostenendo che il numero di civili turchi uccisi da armeni fu superiore; parla della deportazione verso il deserto della Siria come d’una misura di sicurezza presa in un contesto bellico in cui gruppi di combattenti armeni agivano sul suolo ottomano spalleggiando i russi; ammette le stragi ma non la premeditazione.

E se per genocidio si intende un evento pianificato da uno stato, tramite l’uso della sua burocrazia e dei suoi strumenti tecnici, indirizzato verso un destinatario con l’intento di sterminarlo attraverso atti criminali, negare la premeditazione significa per l’appunto negare il genocidio. È ciò che le massime cariche dello stato turco hanno fatto in questi giorni, con un linguaggio di estrema rudezza.

Alberto Guasco