Algeria, le proteste antifracking e il nuovo ambientalismo arabo

Bread and Oil: California's Central ValleyLe manifestazioni di piazza tenutesi in Algeria contro la decisione governativa di procedere con lo sfruttamento della riserve locali di shale gas attraverso il sistema del fracking (fratture idrauliche) rappresentano il caso di maggior protesta ambientale mai registrato in un paese arabo.

 

 

 

 

Da Geopolitica.info

di Luca Marini – 25 marzo 2015

 

Il movimento di protesta, supportato anche dall’ex primo ministro algerino, sta mettendo in difficoltà le autorità governative, che avevano annunciato alla fine del dicembre 2014 il progetto di investire 80 miliardi di dollari in 200 pozzi esplorativi, pienamente operativi nel 2020, anche grazie al supporto di aziende come Shell, Exxon, Total, Talisman Energy e l’italiana Eni.

La protesta, che si rinnova da circa tre mesi, ha avuto un’eco inaspettata sulle televisioni arabe e i social network e sta contribuendo ad una sorta di epifania della sensibilità pubblica sul tema. In più, sta dando nuova linfa ad una riflessione pubblica sulle relazioni tra sfruttamento delle risorse e ridistribuzione economica dei proventi, che assume una dimensione transnazionale abbracciando l’intero arco mediorientale.

Secondo gli esperti, l’Algeria detiene le più grandi riserve mondiali di shale gas, dopo Cina e Argentina, distribuite in 6 differenti bacini. Gli investimenti necessari per accedere a queste riserve hanno suscitato un dibattito crescente sul tema dello sfruttamento delle risorse naturali.

Il sostenuto ritmo con il quale si stanno esaurendo i giacimenti convenzionali di idrocarburi è sempre più un nervo scoperto per il governo di Abdelaziz Buteflika, che deve già fare i conti con le crescenti difficoltà teconomiche del paese dovute alla caduta generalizzata del  prezzo del petrolio.

Dall’inizio di gennaio, migliaia di manifestanti hanno presidiato quotidianamente la cittadina meridionale di Ain Salah, nel cuore del Sahara algerino, per protestare contro i rischi di inquinamento delle falde e di contaminazione dell’ambiente.

Molti algerini, memori di decenni di difficile accesso all’acqua, temono che il progetto di Ain Salah possa contaminare irrimediabilmente le riserve idriche locali, se non addirittura l’intera falda condivisa da Algeria, Tunisia e Libia.

Il sistema di fracking richiede infatti l’iniezione di grandi volumi di acqua, sabbia ed elementi chimici vari, a pressione elevata, per poter frantumare le rocce di profondità e liberare così il gas intrappolatovi.

Il movimento algerino è un elemento in gran parte inedito. Le proteste di stampo ambientalista nel mondo arabo sono piuttosto rare, e solo poche hanno avuto un impatto sostanziale. Negli Emirati Arabi Uniti, alcune tribù rurali si sono opposte agli scavi nei monti Hajar che segnano il confine con l’Oman, ottenendo un incremento delle tutele regolatore nell’industria mineraria.

La maggior parte degli altri tentativi di influenzare le politiche governative, ed eventualmente opporsi a grandi progetti infrastrutturali, ha invece ottenuto scarsi risultati. E’ il caso del Libano, dove sporadiche iniziative ambientaliste sempre sul tema della tutela e del ripristino delle riserve acquifere nelle aree a più alto sfruttamento industriale non hanno ottenuto né attenzione mediatica né istanza politica.

Eppure, i paesi che producono più petrolio sono anche stati, per ironia della sorte,  i primi a pensare ad un mondo senza oro nero. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, si è riflettuto a fondo sul tema e sono state prese delle decisioni strategiche importanti che partono da un’esigenza occupazionale ancor prima che ambientale: l’estrazione del petrolio non si traduce sempre in alti livelli di occupazione, mentre gli investimenti per le fonti alternative comportano l’apertura di cantieri che si prevede diano una forte linfa occupazionale ai paesi arabi.

Se si guarda ai numeri del progetto di Masdar City, dove sta nascendo la città più ecosostenibile del mondo, a soli 17 chilometri da Abu Dhabi, ci rendiamo conto di quanto alcuni dei “rentier states” per eccellenza non solo si stiano attrezzando per affrontare adeguatamente una fase di transizione inevitabile verso un nuovo mix energetico, ma stiano operando per essere le locomotive di un treno proiettato verso un futuro dove l’economia verde sarà, se non lo è già, una grande occasione di business prima ancora che un’opportunità per preservare il Pianeta e le sue risorse limitate.