Attentati di Parigi: Il terrorismo sfugge al nostro controllo e non c’è libertà senza sicurezza

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Dopo i tragici attentati di Parigi, intervista di Geopolitica.info al professor Nicola Ferrigni, docente di Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale nonché esperto in materia di sicurezza.

Quali sono le misure di sicurezza che ha attivato la Francia e perché c’è stata questa chiusura delle frontiere, che è quella di cui si discusso maggiormente?

In Francia è stato attivato il livello di sicurezza “Alfa Rosso”, il massimo livello, che si attiva quando c’è una simultaneità e una contemporaneità di attacchi terroristici. All’interno di questo piano è prevista anche la chiusura delle frontiere, per motivi comprensibili, onde evitare, ad esempio, la fuga di eventuali terroristi. Anche perché, è vero che oggi in mattinata è stata accertata la morte degli otto terroristi (sei si sono fatti esplodere, de sono stati uccisi dai corpi speciali della polizia francese), ma è vero pure che potrebbero esserci ancora altri terroristi in azione. Per questo la chiusura delle frontiere è il primo passo e il più immediato che si fa per cercare di evitare altre azioni terroristiche.

Lei ha riscontrato delle differenze nella gestione di questo attacco rispetto a quello di “Charlie Hebdo”?  I protocolli seguiti sono sempre stati gli stessi, c’è stato qualche miglioramento oppure la situazione è peggiorata in termini di gestione di eventi del genere?

Io credo che, forse, la situazione sia peggiore. Nel senso che questi attacchi simultanei e contemporanei abbiano colto completamente di sorpresa i francesi, e l’effetto sorpresa sappiamo benissimo essere una delle caratteristiche del terrorismo di matrice islamica. Non solo un “semplice” effetto a sorpresa in termini temporali, ma un effetto derivante anche dalla scelta di posti assolutamente impensabili. Molto spesso sentiamo dire, quasi fosse una sorta di garanzia di sicurezza, che i cosiddetti “obiettivi sensibili”, sia nel nostro paese che in altri paesi, sono al sicuro e protetti. Ma, ripeto, oramai il terrorismo colpisce in posti completamente diversi, spesso nella quotidianità di ciascuna persona. Di fronte a questi casi ci rendiamo conto che il terrorismo può avvenire in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza, anche in quella più ludica. E secondo me questo ha poco a che fare con una politica della sicurezza preventiva, se non in termini di attività informativa da parte dei servizi. Perché l’immediatezza di cinque persone che entrano in un teatro è imprevedibile e per quanto intervengano le forze speciali c’è bisogno di un certo lasso di tempo affinché intervengano Quindi è a monte la questione, ed è una questione di natura internazionale, geopolitica che riguarda l’Is.

Spagna e Regno Unito, che hanno subito degli attacchi terroristici negli anni passati, in qualche modo non hanno subito degli attacchi di questa violenza nell’ultimo periodo. C’è stato un miglioramento di questi Stati del livello di sicurezza o più semplicemente i terroristi si sono rivolti verso altri fronti? In altri termini, c’è un differenziale per quanto riguarda il livello di sicurezza, tra la Francia e, per dire, il Regno Unito, all’interno della stessa Europa, oppure ci sono differenze che derivano da altri fattori?

Io credo che in questi casi parliamo di sicurezza internazionale. Esiste una cooperazione internazionale che sta dando grandi risultati, spesso nel silenzio della stampa e nella segretezza. Una cooperazione che ha sventato tanti attentati sul nascere.  Quindi non credo assolutamente che sia un discorso di singolo paese. Poi è ovvio che di fronte a un attacco terroristico risponde la polizia locale, di ciascuno Stato, e in questo caso ci può essere quella più preparata e quella meno preparata ad affrontare questi eventi. Ma in termini di sistema internazionale, ripeto, la cooperazione c’è, quindi non credo si possa parlare di un paese più preparato di un altro. Semplicemente l’attacco terroristico che ha colpito la Francia non è detto che non possa colpire domani in Spagna.

Chiudendo con una considerazione un po’ più teorica, nell’eterna opera di equilibrio tra la “sicurezza” e la “libertà” lei pensa che, nei prossimi anni, il livello di sicurezza, che presumibilmente aumenterà, andrà ad intaccare il livello di godimento delle libertà al quale siamo abituati?

La libertà è la prima ad essere toccata, sia quando si alza il livello di sicurezza, ma anche quando viene intaccata la sicurezza. Noi dobbiamo sempre partire da un concetto: un uomo ha la necessità di sentirsi libero e all’interno della società, nel corso degli anni, sono stati creati dei meccanismi che garantiscono all’uomo una sensazione di sicurezza e quindi anche di libertà. Ma col passare del tempo, soprattutto ora, di fronte a queste minacce relativamente nuove, ci rendiamo conto che questi sistemi a garanzia della sicurezza e della libertà hanno subito degli stravolgimenti. Stravolgimenti che hanno imbrigliato ciascuno di noi in una molteplicità di eventi, eventi imprevisti e improvvisi, che si sottraggono al controllo, che provocano un profondissimo senso di incertezza. È ovvio che di fronte a un attacco terroristico, che accade in uno stadio o in un teatro o che può accadere in qualsiasi altro posto, la libertà è il primo elemento che sfugge all’uomo, in particolare nei paesi occidentali, nei paesi democratici, dove questo elemento è centrale per la convivenza all’interno delle nostre società. Io penso che libertà e sicurezza vadano quindi a braccetto, poiché la libertà ci può essere soltanto se c’è una sicurezza, e anche una percezione della sicurezza, che siano in grado di garantire il pieno godimento delle nostre libertà.

di Giuseppe Carteny

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