Catalogna: un referendum (se vi pare)

La principale chiave di lettura delle elezioni catalane di domenica scorsa offerta dai media italiani, ma non solo, è in due frasi la seguente: i partiti indipendentisti catalani possono ritenersi soddisfatti per aver dato alle elezioni regionali di domenica scorsa il valore di un referendum pro o contro l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna. Ciò nonostante, se queste elezioni fossero state un referendum vero e proprio, gli indipendentisti avrebbero perso, mancando la maggioranza assoluta dei voti.
Considerazioni certamente intuitive, ma non del tutto corrette. L’accostamento “referendum – elezioni regionali” appare, infatti, piuttosto semplicistico, se non in parte fuorviante. E, osservando le cifre del voto di domenica scorsa, a grandi linee, la differenza tra le due tipologie di consultazioni era probabilmente ben chiara anche agli elettori catalani.

Guardando i dati aggregati, con il 47,8% dei voti validi, i partiti per l’indipendenza catalana “Junts pel Sì” (coalizione variegata, con partiti di diverso orientamento al suo interno) e “Candidatura d’Unitat Popular” (sinistra anticapitalista) ha ottenuto rispettivamente il 39.5% e il 8.2%. I due partiti sono riusciti conquistare la maggioranza dei seggi dell’assemblea regionale, 72 su 135. I restanti partiti, contrari alla secessione, con il 52,2% dei voti validi, hanno ottenuto i restanti 63 seggi. Questo risultato e la differenza tra voti percentuali e seggi è da imputare in primis alla legge elettorale utilizzata (una legge proporzionale con quattro collegi plurinominali, fondata sul Metodo D’Hondt e una soglia di sbarramento di lista al 3%) che tende a favorire le prime due liste in ogni singolo collegio, tra cui, nel caso specifico, la lista indipendentista “JxSì” e in parte la lista “Ciutadans”.

Andando ad osservare all’interno degli “schieramenti”, per quanto riguarda il fronte secessionista si intravedono luci e ombre di questo successo elettorale. Per quanto riguarda “Junts pel Sì” infatti il confronto tra le elezioni di domenica e le precedenti consultazioni del 2012 mostra una sostanziale stabilità di voti in termini assoluti, ma un calo in termini percentuali. Sommando infatti i voti ottenuti da “Convergencia Democrática de Cataluña” (“Convergenza Democratica di Catalogna”, centrista) e Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra Repubblicana di Catalogna, partito repubblicano di sinistra), confluite poi nella lista “Junts Pel Sì”, e sottraendo la somma al risultato di domenica, si può notare un aumento dei consensi di circa seimila voti. Questo, come già accennato in precedenza, porta però a un calo del 4,9% in termini percentuali essendo aumentata la partecipazione al voto. In altri termini, la lista guidata dal presidente catalano uscente, Artur Mas, sembra non aver beneficiato dell’aumento della partecipazione. Al contrario l’altro partito indipendentista, il Cup (“Candidatura di Unità Popolare”), nel confronto con il 2012, ha aumentato i propri consensi (336’375 voti) sia in termini assoluti (+209’940) che in termini percentuali sul numero dei votanti (+4,7%), compensando in parte il calo di “JxSì”.

Grandi movimenti di voto, invece, sul fronte contrario alla secessione. A spiccare è il boom di “Ciutadans” (“Cittadini – Partito della Cittadinanza”,  partito catalano di ispirazione liberal-democratica, contrario al nazionalismo catalano) che passa dal 7,6% del 2012 al 17,9% del 2015. La coalizione “Catalunya Sí que es Pot” (“Catalogna Sì, è possibile”, sinistra ), in cui è presente “Podemos”, si attesta all’8,9%, in calo dell’un per cento rispetto alla somma delle sue componenti presenti alle elezioni nel 2012. A subire un forte calo è il partito del premier Mariano Rajoy, il “Partito Popular” (“Partito Popolare”, centro-destra) che subisce un forte ridimensionamento in termini di seggi e a livello di voti ottenuti, sia in termini assoluti che percentuali. Un calo pari a: otto seggi rispetto ai  diciannove del 2012; 123’237 voti in meno rispetto ai 471’681 del 2012; 4,5 punti percentuali in meno rispetto al 13% del 2012. Il “Partido de los socialistas de Cataluña” (“Partito dei socialisti di Catalogna”, social-democratici) subisce un calo di circa duemila voti rispetto al 2012 (524’707), pari a un meno 1,7%.

Elencati i dati rilevanti, si può passare ad una valutazione di massima sulla struttura di questa competizione per comprendere se e quanto sia possibile accostare i risultati di queste elezioni regionali con un possibile, ma per ora improbabile, referendum sull’indipendenza della Catalogna.
La prima, banale, osservazione è che, per quanto potesse essere importante il clima di opinione prevalente su queste consultazioni, si è comunque trattato di elezioni regionali. Saltano agli occhi le differenze tra una consultazione mono-tematica, che può essere certo caricata di altri significati politici, come il referendum e una consultazione che prevede invece l’elezione di autorità regionali, in cui competono tra di loro candidati e liste collegate a partiti nazionali e non.

La seconda osservazione è che le linee di conflitto politico tra gli attori in campo, a prima vista, non sembrano essere state assorbite totalmente dalla sfida tra il “Sì” e il “No” all’indipendenza catalana. È evidente come questa sia stata la frattura determinante tra gli schieramenti in campo, tuttavia a livello aggregato sembra resistere una frattura “perpendicolare” a quella pro o contro la secessione, che consiste nel classico cleavage destra-sinistra. I due “schieramenti” (le virgolette sono d’obbligo) si caratterizzano infatti per una frammentazione non indifferente, legata alla presenza di partiti di vari orientamenti politici, non sempre disponibili a collaborare tra di loro nonostante la posizione comune o simile sul secessionismo. Si pensi che la lista di sinistra radicale “Cup”, indipendentista, non darà il proprio appoggio ad una seconda investitura di Artur Mas come Presidente della Generalitat de Cataluña. Ad essere in parte, ma non del tutto, legata alla sfida per l’indipendentismo è invece la dimensione di conflitto tra partiti di establishment contro partiti anti-establishment. All’interno dei due “schieramenti” è possibile trovare una netta separazione tra partiti governativi e quelli apertamente di protesta o comunque radicali: si pensi, per fare un esempio, alla presenza di “Ciutadans” e del “PP” di Rajoy nel fronte anti-indipendentista. È anche vero, però, che parte del voto di protesta in Catalogna è stato assorbito dalla questione secessionista, coagulandosi quindi intorno al fronte indipendentista.

Per concludere, le elezioni catalane hanno sicuramente segnato una netta vittoria dei partiti pro-indipendenza a livello elettorale. Tuttavia derivare da questo risultato delle valutazioni su un fantomatico referendum sull’indipendenza della Catalogna appare operazione piuttosto ardita se non totalmente strumentale. Che a fomentare questa lettura siano i partiti coinvolti nella sfida di domenica scorsa è comprensibile. Che a seguire a ruota queste valutazioni siano commentatori, osservatori o analisti, non solo spagnoli, ma anche italiani, è molto meno comprensibile. Non disponendo di dati più specifici e a livello individuale, valutazioni di massima sui dati aggregati mostrano come la sfida tra secessionisti e anti-secessionisti in Catalogna sia meno monolitica e scontata di quello che si è detto e scritto. Che poi da questo voto possa nascere una campagna referendaria o altre azioni politiche in grado di giocare un ruolo determinante su questa questione è possibile. Ma la partita è ancora tutta da giocare.

di Giuseppe Carteny