I civili di Deir El Zor e la violenza del Novecento

Che i numeri riportati dalla Syrian arab news agency (Sana) rispondano o meno a verità, la recente uccisione di circa 300 civili, quasi tutte donne, bambini e anziani da parte delle milizie islamiste di Daesh – nel più generale quadro dei combattimenti che infuriano intorno a Deir El Zor (o Deir Izzor che dir si voglia) – riprende dalla storia e rigetta nella cronaca uno tra i luoghi più sinistramente noti alla mappa delle violenze novecentesche.

In questo senso, il riferimento immediato non sono tanto gli eventi del giugno 1941, ovvero – a secondo conflitto mondiale in pieno corso di svolgimento – la conquista della città da parte delle truppe britanniche (meglio, indiane e nepalesi), che nel corso d’una breve campagna siro-libanese la sottrassero alla Francia di Vichy, scongiurando il rischio che la Wehrmacht potesse farne una base operativa pericolosamente a ridosso del Mediterraneo e di Suez.
Il rimando evocativo più diretto è invece la prima guerra mondiale, e più precisamente il genocidio armeno consumato nel biennio 1915-1916 nei territori dell’allora impero ottomano per ordine del gruppo dirigente dei Giovani Turchi. Se si vuol fare un paragone di forse imprecisa ma certo immediata comprensione, per la memoria armena – che ricorda lo sterminio come Metz Yeghern, Grande male – Deir El Zor, è l’equivalente di ciò che Auschwitz rappresenta per la memoria della Shoah.

Trascurandone per ragioni di spazio le ragioni specifiche – per le quali è ormai possibile consultare una vasta bibliografia (da Yves Ternon a Bernard Bruneteau, da Marcello Flores a Günther Levy, da Vaskhan Dadrian a Taner Ačkam) – è ben noto che il piano di sterminio si sviluppa in due fasi differenti. La prima si svolge tra la primavera e l’autunno del 1915, e consiste nella deportazione della popolazione armena residente nei singoli distretti dell’impero verso sud-est, ai margini del deserto siriano; tra brutalità inenarrabili – anzi, narrabili: liquidazione immediata degli uomini, marce della morte condite da stupri e sevizie sistematiche per donne, anziani, adolescenti e bambini – vi trovano la morte circa 800.000 persone. Tuttavia, poiché numeri e percentuali non sono ancora ritenuti soddisfacenti, nel 1916 si procede con una seconda fase del genocidio, in cui i sopravvissuti, sparsi tra i cosiddetti centri di raccolta distribuiti lungo il corso dell’Eufrate o concentrati intorno ad Aleppo, vengono lasciati morire di sfinimento (40.000 nel campo Ras-ul-Ain, 100.000 a Meskenè), o spinti ancora più a est nel deserto della Siria e della Mesopotamia, e qui liquidati in massa: Deir el Zor è l’atto finale tra i più sanguinosi dell’intera tragedia.

Minuzie da eruditi, si potrebbe cinicamente balzando dal 1916 al 2016. Non è la prima volta che la città – oggetto di particolare desiderio per vie delle succulente risorse petrolifere dell’area – è toccata dalla brutalità del conflitto, almeno a ricordare gli scontri militari di cui è stata lungamente teatro nel corso del 2014. L’ultimo eccidio, si potrebbe altrettanto cinicamente aggiungere, non è che il piccolo episodio di quella guerra – anzi, di più guerre in una sola – che in cinque anni ha conosciuto brutalità ben più gravi.
Forse converrebbe una riflessione a più ampio raggio. Ovvero, stanti i suoi specifici elementi di novità, dall’episodio di Deir El Zor e da tutto il conflitto siriano riemergono tragicamente tratti cardinali delle brutalità che hanno caratterizzato l’intero Novecento – con la Grande guerra nel ruolo di incubatore – dalle pratiche di violazione del diritto internazionale alla guerra ai civili, dalla macabra esposizione del corpo del nemico da uccidere o ucciso (Daesh eccelle nella spettacolarizzazione delle proprie efferatezze) alla cancellazione della memoria (personale come monumentale: anche il memoriale della strage di Deir El Zor del 1916 è stato distrutto).
Ma poi, si provino a osservare alcune aree di crisi geopolitica degli ultimi vent’anni: dai Balcani all’ovale caucasico, dal Medio Oriente ai vecchi confini fissati dalla pace di Brest-Litovsk. Ciascuno di questi teatri sembra rimandare a nodi che – con un secolo di peso in più sulle spalle – è la Grande guerra ad aver posto sul tappeto. Come se le conseguenze remote del primo conflitto mondiale, più che remote, fossero prossime e future.

di Alberto Guasco
Docente di Storia Contemporanea