“Cosa” e “perché”: “pensare” il giorno della memoria

27 gennaio 2016: tra molte buone intenzioni e molta retorica commemorativa è di nuovo il “giorno della memoria”.

Memoria “di che cosa” è piuttosto facile dire: della Shoah, della distruzione degli ebrei d’Europa, a settantun anni di distanza dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa. Tema essenziale, e più che essenziale se lo si correla al suo opposto, la dimenticanza, l’oblio. È una dinamica che attraversa tutta la storia dell’uomo e che è stata descritta in molti modi. Piace qui ricordare quello di Martin Buber, che nel suo I racconti dei Hassidim, riprendendo un detto rabbinico, la descrive come una sorta d’altalena, come se a ciascuno fossero stati messi accanto due angeli, il primo incaricato di fargli ricordare le cose, e il secondo di fargli dimenticare ciò che ha imparato. Dunque, dando ascolto al primo angelo, noi ricordiamo.

Ma il “che cosa” non è sufficiente. Anche la memoria può diventare un monumento, e davanti ai monumenti – di solito – si passa e non ci si ferma a guardare.

Dunque, “perché” ricordiamo?

Perché la Shoah e non un altro genocidio? Eppure, per quantità ed estensione, tra le geografie dell’orrore che hanno segnato il corpo del Novecento non mancherebbero altre scelte. Perché non gli armeni sterminati dai turchi nel 1915-1916? O gli ucraini di cui Stalin – al principio degli anni Trenta – si sbarazzò attraverso una carestia indotta? O i 2 milioni e mezzo di cambogiani sterminati nell’utopia infernale della Kampuchea democratica di Pol Pot? E via incalzando, passando per la Bosnia-Erzegovina, il Rwanda, il Darfur…

Perché c’è un’unicità nella Shoah, che va ribadita motivandola e comparandola agli altri stermini novecenteschi: d’altronde – pare una tautologia ma non lo è – per affermare che qualcosa non è paragonabile a qualcos’altro, occorre paragonarglielo.

Dove sta l’unicità della Shoah? Non nel numero, non nella durata, non nell’estensione, non nell’intensità, non nella pianificazione, ma nell’“accusa del sangue” che rende lo sterminio ebraico un progetto di annientamento radicale, non arrestabile se non con la scomparsa all’ultimo ebreo. Per i Giovani Turchi, gli armeni deportati lontani dall’Anatolia non costituiscono più una minaccia; per Stalin, i contadini violentemente sottomessi alle esigenze dell’industrializzazione forzata non sono più un ostacolo; per Pol Pot chi si piega alla durezza della rieducazione può sopravvivere. Per Hitler e per i nazionalsocialisti chi è ebreo non può cessare di essere ebreo. E siccome l’ebreo è ritenuto la causa di tutti i mali del mondo, fino in capo al mondo dovrebbe essere inseguito ed eliminato.

Eppure, se si sanno cogliere in un significato più ampio i segni più che evidenti d’una barbarie che trova oggi, non ieri, più che ampi terreni di coltura anche il “perché” non è (più) sufficiente.

Come suggeriva diversi anni fa Imre Kertész, sopravvissuto ad Auschwitz e premio Nobel per la letteratura nel 2002, occorre saper “pensare” la Shoah e la sua incomparabilità: il ricordo, infatti, man mano si svilisce in routine, il pensiero mai.

Dunque, il pensiero non può che tornare a interrogarsi sulla più grande catastrofe vissuta dall’umanità – meglio, dall’umano – durante la prima metà degli anni Quaranta del Novecento, al suo essere confitta nella storia e nella cultura dell’Occidente. Non può non osservare con sgomento – e con in mano un povero antidoto, l’educare e il ri-educare daccapo ogni generazione – alle possibilità di male inscritte dentro le società contemporanee e prima ancora dentro il cuore dell’uomo; all’eventualità che il re-innesco di circuiti perversi – le micce sono tutte lì – possa produrre conseguenze ancora più catastrofiche.

di Alberto Guasco
Docente di storia Contemporanea