Critica della competizione

Ci hanno spiegato, soprattutto negli ultimi anni, che la competizione è tutto. Ce lo spiegano in economia ma, ciò che è peggio, si vorrebbe trasferire tale convinzione sulla e nella globalità della convivenza umana.  Quando tutto diventa competitivo, il nostro atteggiamento mentale cambia radicalmente; infatti, percepiamo l’altro come un diverso e le sue tradizioni e le sue abitudini come un qualcosa che non ci appartiene (il che in parte è vero, provenendo ciascuno da una storia propria).

Se guardiamo al mondo di oggi con realistica onestà intellettuale possiamo notare che la competizione, ispirata ed esaltata dagli intellettuali e dalle élite, oggi sembra essere l’unica soluzione possibile alle nostre difficoltà. C’è un però; se crescono le disuguaglianze e la ricchezza è sempre più nelle mani di pochi, a quale competizione ci stiamo riferendo? Va da sé che quest’ultima si trasforma in una massacrante guerra fra poveri , mentre le élite fanno finta di competere per arricchirsi reciprocamente.

Se vogliamo fare chiarezza, infatti, dobbiamo sgombrare il campo sia dalla possibilità di un mondo a-competitivo (irreale) che dalla sostenibilità di un mondo (e di una globalizzazione) solo competitivo. In questo secondo caso, infatti, vincono sempre i soliti (scambiandosi di volta in volta il podio) e perdono sempre i soliti; il problema è che quelli che perdono sono sempre di più (non a caso, oggi, molti movimenti di cittadini, e addirittura alcuni governi, leggono l’”exit” dal globalizzato come una possibile salvezza).

Nel dominio della competizione “ad ogni costo”,  anche la democrazia rischia di diventare un “oggetto del desiderio”.  Siamo arrivati al punto di sostenere, secondo me con una certa dose di “perversione” intellettuale, che, nell’attuale contesto globalizzato, le democrazie devono farsi competitive, ovvero sfidarsi rispetto a obiettivi di breve termine; il tutto, naturalmente, nell’interesse dei popoli (quegli stessi popoli che, a causa delle crescenti diseguaglianze, sono protagonisti di una guerra fra poveri, anch’essa competitiva).

Come si può pensare che la democrazia intesa come processo possa funzionare come strumento di organizzazione della convivenza se viene “sacrificata” sull’altare di una competizione “dogmatizzata” nel contesto di una globalizzazione senza regole? È per questo, infatti, che la nostra “ragione razionalizzante” insiste sulla democrazia-modello, utilizzabile a piacimento come “scatola competitiva” nel breve o brevissimo termine dominante.  Risulta anche evidente come tale strategia sia diventata il “ritornello” di coloro che si dicono progressisti; vale la pena, mi chiedo, “svuotare” l’esperienza in nome di un “non progetto”?

Nego, naturalmente, che avere un’idea critica della competizione “assolutizzata e dogmatizzata” significhi essere contro il futuro o, peggio ancora, paurosi del futuro e rassegnati. Piuttosto, è proprio questo modello del “tutto e subito” competitivo a esacerbare conflitti sociali, a cancellare relazioni, a farci de-generare.

La democrazia-modello è lo strumento per fare della democrazia uno “strumento competitivo”, quasi divinizzandola agli occhi dei sudditi-cittadini sia come un “fine” sia come l’unica “democrazia possibile” nella nostra storia; in tal modo, naturalmente, si sostiene implicitamente che questa competizione sia inevitabile, quasi un frutto soprannaturale che sfugge alla nostra responsabilità storica.

Ribadisco. Criticare la competizione non significa negarla perché essa non è eliminabile dalla nostra interiorità e dalla storia. Voler sradicare la competizione, tanto quanto volerla imporre come unica prospettiva possibile, sono entrambi atteggiamenti che non esito a definire pre-totalitari.

 

Di Marco Emanuele

docente di Totalitarismi e democrazie del Corso di Laurea Triennale in Scienze della politica e dei Rapporti Internazionali

Da Formiche.net