Studi Internazionali: I «dilemmi politici» della democrazia in Africa

«La richiesta di democratizzazione è così forte che per la maggior parta dell’Africa la questione non è più se ma quando ci sarà una transizione democratica», così nel 1995 Claude Ake, politologo nigeriano di fama internazionale, scriveva nel suo Democracy and Development in Africa (Washington, Brookings Institution Press). Un’affermazione in decisa controtendenza rispetto all’afropessimismo, che proprio negli anni Novanta andava per la maggiore e che ancora oggi considera l’Africa in blocco come un continente alla deriva, flagellato da povertà e conflitti insanabili.

Claude Ake era stato un testimone di prima mano dell’ondata di proteste che aveva chiesto, nel 1993, una democratizzazione delle istituzioni nigeriane. Quello della Nigeria non era stato un caso isolato, esso, infatti, si inseriva in una stagione di mobilitazione che dalla fine degli anni Ottanta aveva pervaso molta parte del continente. Di tale stagione Ake aveva tratto un bilancio non univoco. In effetti, costare come la transizione democratica fosse inevitabile, equivaleva ad affermare che si trattava di un processo non ancora compiuto. Un’affermazione che, detta a metà degli anni Novanta, può apparire paradossale: dei trentanove Paesi africani a regime monopartitico del 1989, ne erano rimasti solo due nel 1994. In cinque anni le pressioni per la democratizzazione si erano, dunque, tradotte nell’introduzione del multipartitismo in gran parte dell’Africa. Un bilancio, dunque, che non si concludeva con un nulla di fatto.

Tuttavia l’agenda riformista dei governi eletti nel quadro del sistema multipartitico non impedì che questi divenissero in breve tempo altrettanto corrotti e autoritari dei regimi che avevano scalzato. Un indubbio elemento di continuità con il passato risiedeva nella gestione neopatrimoniale dello Stato. Ma è meno certo se tale fattore di continuità sia stata la causa o piuttosto l’esito del fallimento dei processi di democratizzazione tentati negli anni Novanta.

In effetti le riforme politiche furono realizzate nella temperie neoliberista dettata in Africa dalla Banca Mondiale e dal Fondo Mondiale Internazionale. In tal senso il processo di democratizzazione si scontrò con il peggioramento delle condizioni socio-economiche che era stato, a ben vedere, una delle molle delle mobilitazioni. Già nel corso degli anni Ottanta, i programmi di aggiustamento strutturale, imposti come condizione di accesso al prestito, introdussero quelle politiche di austerità che colpirono duramente sia la popolazione urbana che rurale.

L’intento dichiarato degli aggiustamenti strutturali era stato quello di eliminare la corruzione e dare respiro all’economia di mercato, limitando l’azione dello Stato che, dopo le indipendenze coloniali, aveva ricoperto in Africa il ruolo di principale (se non esclusivo) agente dello sviluppo economico. Ma alla prova dei fatti le misure di austerità inasprirono le disuguaglianze economiche, risultando da un punto di vista socio-politico destabilizzanti, senza riuscire peraltro a spazzare via clientelismo e corruzione. In tal senso le riforme politiche furono seguite da un rapido disincanto circa il fatto che i nuovi strumenti formali di democrazia potessero di per sé portare a un miglioramento delle condizioni materiali di vita per la maggioranza delle popolazioni.

A proporre, però, un’analisi differente è stato quest’anno il volume Africa Uprising. Popular Protest and Political Change, uscito nella collana African arguments della Zed Books (London). Secondo i due autori, Adam Branch e Zachariah Mampilly, non è sufficiente guardare ai motivi interni (Stato neopatrimoniale) o esterni (programmi di aggiustamento strutturale) per comprendere le ragioni del difficile percorso della democrazia in Africa. Per questo Africa Uprising propone un’analisi dei «dilemmi politici» specifici e contestuali con cui hanno fatto i conti di volta in volta quei movimenti politici che, componendo al loro interno interressi e aspirazioni spesso divergenti, continuano ancora oggi a esprimere una domanda di cambiamento e di miglioramento sostanziale nelle vite degli africani.

Il testo, infatti, sceglie come focus la più recente stagione di mobilitazioni iniziata nella seconda metà degli anni Duemila, dedicando quattro capitoli ai casi emblematici della Nigeria (2012), dell’Uganda (2011), dell’Etiopia (2005) e del Sudan (2013). L’approccio, teso a riconnettere le primavere arabe al dinamismo politico continentale, colma una lacuna del dibattito che, dal 2011, interroga su scala globale le odierne proteste popolari. In tale sede, in effetti, le effervescenze politiche dell’Africa subsahariana sono spesso citate solo quale riflesso degli eventi storici che hanno scosso il nord del continente.

Tale superficiale rassegna non è una sorpresa per gli africanisti. l’Africa sconta ancora la condanna occidentale che, da Hegel in poi, lo vuole come un continente fuori dalla storia. L’Africa – si dice oggi in tal senso – è troppo rurale, attraversata da conflitti atavici, zavorrata da identità etniche e tribali per essere teatro di movimenti politici in grado di esprimere obiettivi concreti e per saperli tradurre in un reale miglioramento delle condizioni di vita dei propri abitanti.

Ma, come illustrano Branch e Mampilly, questa disattenzione trova anche altre ragioni. In effetti, la storia politica contemporanea del continente presenta aspetti peculiari che, facilmente fraintendibili, alimentano disinteresse e malintesi fra i non addetti ai lavori. Fra questi scogli vi è il permanere di quelle frammentazioni sociali che hanno origine nella violenza coloniale e che strutturano tuttora il campo politico. Le radici storiche di tale strutturazione sono rintracciabili nel rapido processo di inurbamento quale conseguenza dell’economia coloniale a cui le autorità coloniali stesse guardavano con preoccupazione.

Sebbene le forme di amministrazione dello Stato imposte dagli europei conobbero significative varianti, la tendenza in tutto il continente fu quella in primo luogo di contrastare e successivamente, dopo il secondo conflitto mondiale, di tentare di imbrigliare l’inarrestabile crescita della popolazione urbana. Si ebbe così che, in prima battuta, i governi coloniali posero la città e la campagna sotto regimi amministrativi diversi. Le redini del contesto rurale furono affidate ad autorità “tribali” dispotiche in nome di una tradizione africana manipolata o inventata dagli europei. Così le politiche coloniali innescarono un processo di “tribalizzazione” o “etnicizzazione” delle società africane, mentre, allo stesso tempo, le popolazioni urbane crescevano a vista d’occhio. Queste ultime destavano terrore poiché incarnavano una massa, che alienata dalle proprie presunte origini tribali, si trovava improvvisamente precipitata nella modernità. Chiaramente gli inurbati rappresentavano una potenziale minaccia diretta per gli europei, mentre la resistenza contadina si esprimeva in modo prevalentemente indiretto, prendendo spesso di mira quei capi locali che l’amministrazione aveva scelto come strumento di governo dell’Africa rurale.

Oltre però alla divisione fra città e campagna, le politiche coloniali furono orientate a creare un netto discrimine all’interno dello stesso contesto urbano fra una minoranza di residenti stabili e una maggioranza di lavoratori informali o inoccupati che vi risiedeva in maniera irregolare e precaria. Gli sforzi coloniali di restringimento dell’accesso alla città si abbatterono con particolare violenza su questa seconda categoria di urbanizzati alternativamente ignorati dallo Stato e soggetti a criminalizzazione.

In seguito all’ondata continentale di disordini e scioperi, verificatasi dopo la seconda guerra mondiale, il regime di separazione fra residenti legali e illegali si inasprì ulteriormente nel tentativo, da un lato, di formare un’elite di lavoratori urbani relativamente privilegiata, e di controllare, dall’altro, con la morsa della violenza il resto degli inurbati.

Movimenti anticoloniali, come quello guidato in Ghana da Kwame Nkrumah negli anni Cinquanta, riuscirono a ricomporre le fratture politico-sociali in un quadro di obiettivi nazionali per poi, tuttavia, reintrodurle dopo le indipendenze.

Per tale ragione, il libro di Branch e Mampilly evidenzia come ogni tentativo di riforma o cambiamento in senso democratico si è strutturato, anche dopo la decolonizzazione, all’interno di tale frammentazione perché essa è, tutt’oggi, il fondamento del governo post-coloniale come lo era stato di quello coloniale.

Ancora oggi dunque i dilemmi politici di quella democratizzazione africana, che Ake riteneva disattesa ma inevitabile, è un processo che si trova a fare i conti con un duplice dilemma nazionale: come risolvere la violenta frattura interna alla città? E come ricomporre la divisione fra campagna e città?

di Silvia Cristofori