Educare “Social”: sistema educativo ed etica dei social media

“Non accettare caramelle dagli sconosciuti! Non dare confidenza a persone che non conosci! Gioca con i tuoi amici ma rimani dove io ti possa vedere!” Banali consigli che più o meno quasi tutti i genitori danno ai propri figli, quando questi iniziano a voler esplorare il mondo, sconfinando oltre il cortile di casa propria, magari fino alla piazzetta del quartiere o del paese. Eppure quando gli stessi giovani si avvicinano alla rete, utilizzando uno Smart Phone o un tablet, il sistema educativo nei suoi principali attori, sembra disinteressarsi, ritenendo che questi non abbiano bisogno di indicazioni, essendo naturalmente in grado di sapersi muovere e di sapersi relazionare con gli altri attraverso il web, senza incorrere in pericoli di nessun genere. La rete diviene un mediatore neutro, privo di connotazione, come se, dietro a quello Smart Phone o tablet non ci sia una persona, con desideri e intenzioni che possono tradursi in azioni, non necessariamente per il bene. Detto ciò, non intendiamo demonizzare le ICT, ma rilevare quanto importante sia educarci ed educare ad un loro corretto utilizzo, che significa coniugare l’alfabetizzazione digitale con l’alfabetizzazione affettiva, a sostegno di un effettiva presa in carico da parte dei giovani dello strumento che viene loro affidato. Il nodo centrale e che interpella il sistema educativo è allora come traghettare i giovani verso la piazza virtuale, sviluppando consapevolezza e padronanza di sé, motivazione, empatia e abilità nelle relazioni interpersonali, quelle abilità che Goleman riconduce all’intelligenza emotiva, e che sono tanto indispensabili nella piazza reale quanto in quella online.

A queste si aggiunge l’urgenza di sviluppare competenze che Lave, Wenger definiscono metariflessive e narrative per riuscire a rispondere a quelli che Beck definisce “gli imperativi delle ‘libertà rischiose’ con il suo correlato di opportunità ma anche di disagio, incertezza e disorientamento in cui si imbatte la vita con l’avanzare della modernità” . Questo bagaglio di competenze è un asset necessario alle nuove generazioni per riuscire a sfruttare positivamente tutte le enormi potenzialità del Web, per potersi esprimere e trovare sostegno nella costruzione della propria identità. Per identità, mutuando la definizione di Erikson, intendiamo quella caratteristica formale dell’Io che avverte la propria uguaglianza a se stesso (A=A), la propria continuità nel tempo, e il riconoscimento di queste qualità del sé anche da parte delle comunità di riferimento. Nel linguaggio comune è ormai in uso operare dei distinguo tra identità reale e identità virtuale.

Questo approccio può creare confusione e non rendere giustizia al concetto di identità, sopra esposto. L’aggettivo virtuale indica infatti ciò che è potenziale, che non esiste in atto, che è simulato, collocandosi sul piano dell’irrealtà, dell’immaginazione. Dunque sarebbe più corretto parlare di identità digitale come espressione e prolungamento della mia identità attraverso la rete, piuttosto che di identità virtuale. Non vi è nulla di più reale infatti che la realtà virtuale. Questa erronea distinzione contribuisce ad alimentare la frattura tra soggetto agente e azione, generando a lungo andare un fenomeno di diffusa deresponsabilizzazione da parte dei frequentatori della rete, con tutto ciò che questo produce in termini di diffusione di reati telematici.

In questo processo di chiarificazione e avvicinamento alle ICT e all’uso dei Social le agenzie educative assumono un ruolo strategico, che non ammette evasione e disinteresse. Non è sufficiente che un giovane sappia navigare in rete e usare i Social Network. E’ indispensabile entrare nel merito, educando nei modi, fornendo indicazioni per non incappare in pericoli, come soggetti agenti, responsabili del proprio agire online e offline.

di Maria Chiara De Angelis

 

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