Generazione Proteo: una corsa a ostacoli. La ricetta per vincere? Velocità, agilità e ritmo

27 aprile 2015. Nell’immaginario collettivo l’atletica leggera – disciplina simbolo del panorama olimpico al punto da essere comunemente definita “la Regina dei Giochi” – viene normalmente associata all’immagine dello sprinter, e il concetto stesso di “fuoriclasse” tende a riferirsi, in primis, a chi trionfa nella velocità: da Carl Lewis a Linford Christie, da Jesse Owens a Usain Bolt, passando per Fanny Blanckers-Koen e Florence Griffith-Joyner.

Eppure l’atletica leggera è una disciplina composta da tante e diverse specialità – dai lanci ai salti, dal fondo alle prove multiple –, ciascuna delle quali richiede all’atleta di possedere qualità diverse (ma non meno importanti) rispetto a quanto richiesto ai velocisti puri. Per chi si cimenta nella corsa a ostacoli, in particolare, tre sono i talenti necessari: certamente velocità, perché le gare a ostacoli si svolgono normalmente su distanze brevi, ma anche agilità per superare le barriere e ritmo, indispensabile a non perdere il filo della corsa.

Velocità, agilità e ritmo sono anche le principali caratteristiche che – stando a quanto emerge dal 3° Rapporto Generazione Proteo, presentato questa mattina presso l’Auditorium della Link Campus University, l’Ateneo che, ormai da tre anni, realizza questa ricerca – devono oggi possedere i giovani italiani: la prima, infatti, consente loro di tenere il passo rispetto alle esigenze di una società che, sotto la spinta di vari e diversi agenti sociali (i media in primis) viaggia a una velocità sconosciuta a qualsiasi altra epoca. La seconda è strettamente necessaria e funzionale a tale corsa, poiché consente ai giovani di districarsi tra le numerose barriere – politiche, economiche, sociali – che si frappongono sul loro cammino. La terza, infine, rappresenta il perfetto intreccio delle prime due: in ogni corsa a ostacoli che si rispetti, velocità e agilità rischiano infatti di risultare vane, per non dire fini a se stesse se gli ostacoli si superano dopo aver precedentemente indietreggiato al loro cospetto.

Ma chi sono i giovani, oggi? Quali sono le paure e le aspirazioni, i valori e le abitudini di chi oggi rappresenta la generazione di domani? Rispondere a questa domanda non è affatto semplice perché, come ebbe ad affermare Nicola Ferrigni (direttore della ricerca) già in occasione della presentazione del 1° Rapporto, l’universo giovanile italiano si caratterizza per il suo essere incredibilmente “proteiforme”, ovvero «difficile da inquadrare in schemi predefiniti, inafferrabile». Ciononostante, dalla ricerca emergono alcune significative indicazioni che, da una parte, confermano quanto già emerso nelle precedenti edizioni (ed è significativo notare come tale conferma coincida con un allargamento sensibile del campione, quadruplicato rispetto alla precedente edizione), dall’altra parte introducono degli interessanti elementi di novità, segnando così il passaggio da quella generazione di «talenti e solisti fuoriclasse» emersa dal 2° Rapporto alla generazione attuale, fatta di «atleti e corridori, quasi inconsapevoli, di una competizione agonistica quotidiana».

È proprio lungo queste due direttrici che, questa mattina, si è sviluppata la presentazione del Rapporto: un momento di incontro e di dialogo tra gli studenti delle scuole secondarie superiori che hanno partecipato alla ricerca (quella “Generazione Proteo” che dà anche il nome al relativo osservatorio, attivo presso la Link Campus University) e le Istituzioni, chiamate oggi più che mai a un rapporto di fattiva collaborazione con la società civile. In mezzo a loro l’università, ponte ideale tra la generazione di ieri e quella di domani, nonché passaggio obbligato, a detta dei giovani intervistati, per acquisire le competenze necessarie per garantirsi un lavoro stabile, gratificante e quanto più possibile rispondente alle proprie aspirazioni.

Scuola vs/con le Istituzioni, dunque. Dal primo ambito, rappresentato dalla professoressa Monica Nanetti, presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio Generazione Proteo, è venuto un preciso richiamo affinché il confronto tra scuola e università sia sempre meno episodico ed occasionale: è infatti necessario che i discorsi sui giovani siano il secondo step di un percorso la cui prima tappa consiste nell’ascolto degli stessi giovani, e rispetto a tale auspicio è fondamentale il coinvolgimento delle Istituzioni. Una risposta importante alle suggestioni formulate dalla prof.ssa Nanetti è venuta dal Sindaco di Roma Ignazio Marino. «I giovani devono prendersi la vita e seguire con la vita l’evoluzione del proprio pensiero», ha affermato il Sindaco in apertura del suo intervento, ricordando come le idee che ci formiamo in gioventù non sempre si mantengono inalterate nel corso degli anni, bensì crescono, si evolvono, talvolta mutano in funzione del contesto sociale e culturale in cui si declina la nostra vita. Nel corso di tale evoluzione, ha concluso il Sindaco, i giovani non devono tuttavia mai perdere di vista i valori della passione e del rispetto: valori fondamentali, a suo avviso, per la piena realizzazione di ogni individuo e nel contempo della società.

Gli interventi istituzionali sono stati seguiti da un intenso confronto, coordinato dalla giornalista Sky Giulia Mizzoni, sui temi dei valori e della religione, della politica e del lavoro, della sicurezza e dell’immigrazione, infine dei social media. Tra gli altri interventi, quelli di Carlo Maria Medaglia («La forza della normalità, della trasparenza, della serietà contribuisce a rimettere in moto l’energia che contraddistingue i nostri giovani»), Romano Benini («Oggi il riferimento, il modello dei giovani è Steve Jobs: è interessante ricordare che il riferimento di Jobs era Leonardo Da Vinci»), Don Emil («Sono i valori che determinano il nostro io»), Arturo Di Corinto («La sfiducia dei giovani nel futuro è dovuta alla sfiducia degli amministratori del passato»), Maurizio Zandri («Ai giovani servono competenza e organizzazione, studio e preparazione per affrontare il futuro che essi sognano»), Francesco Soro («I social network espongono al rischio isolamento, ma i rischi devono riconoscerli i ragazzi»), Marica Spalletta («I media sono nel contempo innovazione tecnologica e rivoluzione culturale. Per i giovani rappresentano  un’opportunità e non un rischio solo in presenza di un loro uso responsabile»), Pierluigi Matera («Il mondo è di voi giovani: siate come siete, noi ci adegueremo»).

Quelli appena richiamati sono, naturalmente, solo alcuni dei tanti e significativi spunti di riflessione emersi nell’arco di questa mattinata, e molti di loro ben si prestano a essere ulteriormente approfonditi. Tuttavia, c’è un passaggio che ci piace richiamare in conclusione, e che vuole essere anche un auspicio per il futuro. Riprendendo la metafora sportiva con cui abbiamo iniziato questa nostra breve sintesi, la storia dello sport ci insegna che normalmente si diventa fuoriclasse quando si gareggia con successo in discipline particolarmente simboliche. Tuttavia, si può diventare fuoriclasse anche in specialità agonistiche diverse dalla velocità pura: se così non fosse, nel libro d’oro dell’atletica non figurerebbero i nomi di atleti quali l’astista Sergei Bubka, il lanciatore Al Oerter o, per l’appunto, l’ostacolista Edwin Moses.

Tutto questo a patto di avere la possibilità di scoprire prima e mettere a frutto poi il proprio talento, di «realizzarsi e autorealizzarsi», come ha rimarcato Ferrigni durante la presentazione. Perché ciò avvenga, è necessario che i vari e diversi talenti non vengano seppelliti, nella paura di andare persi, o peggio ancora indirizzati verso un’omologazione che soffoca le eccellenze. Al contrario ciò che serve è un investimento – certamente economico, ma prima ancora sociale e culturale – sulle giovani generazioni, per comprenderne desideri e aspettative, paure e preoccupazioni. Questo investimento, ha affermato Vincenzo Scotti, presidente della Link Campus University nel suo saluto introduttivo, è funzionale e indispensabile a orientare quelle riforme finalizzate a porre i giovani nelle condizioni di affrontare le sfide del grande cambiamento che sta avvenendo a livello globale. «Le riforme sono per le generazioni future, ma bisogna conoscere queste generazioni prima di avviare il percorso di riforma», ha concluso Scotti, rimarcando come il contributo dell’Osservatorio Generazione Proteo sia tanto più importante poiché esso rappresenta «un’occasione permanente di discussione sui temi ufficiali». Appuntamento dunque al prossimo anno, per scoprire se gli ostacoli saranno venuti meno, oppure se essi si saranno trasformati in siepi ancor più difficili da valicare.

 

di Marica Spalletta