Il decreto “Salva Banche”: in cosa consiste?

Il decreto “Salva Banche”: in cosa consiste? - Link Campus UniversityRecentemente il Governo ha varato il cosiddetto Decreto Salva Banche volto a garantire il salvataggio di 4 banche italiane in dissesto (Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti).
Tali banche avevano accumulato ingenti perdite che, in prima istanza ed in modo non risolutivo, sono state assorbite dagli azionisti e dagli obbligazioni subordinati (quindi anche i risparmiatori, non solo i grandi fondi di investimento) così come previsto “Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie”.
La soluzione adottata dal Governo per la risoluzione delle crisi prevede la separazione della parte “buona” della banca (attività di bilancio non in sofferenza) da quella “cattiva” (crediti in sofferenza). Alla “banca buona” sono state conferite tutte le attività non “in sofferenza” e le passività quali i depositi e le obbligazioni ordinarie. Il Patrimonio di Vigilanza (patrimonio netto della banca) è stato conferito dal Fondo di Risoluzione amministrato dalla Banca d’Italia alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema. Le “banche buone” assumono la stessa denominazione delle banche originarie (che invece vengono poste in liquidazione) e proseguono nell’attività bancaria.
E’ stato inoltre costituita una “bad bank” in cui sono stati concentrati i prestiti in sofferenza che residuano una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate e, per la parte eccedente, da un apporto del Fondo di Risoluzione. La “banca cattiva” resterà in vita con il solo obiettivo di recuperare al meglio i crediti in sofferenza.
A dire del Governo e di Banca d’Italia, il contribuente non subirà alcun costo in questo processo di salvataggio in quanto l’intero onere è posto a carico degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati delle quattro banche e a carico del complesso del sistema bancario italiano attraverso il Fondo di Risoluzione. Il costo di tale operazione per il Fondo di risoluzione è stato di 3,6 miliardi di euro, necessari per ricapitalizzare le banche buone, assorbire le perdite delle banche in disseto e dotare le banche cattivi di un capitale minimo. E’ necessario tuttavia precisare che i versamenti effettuati dalle banche al Fondo di Risoluzione sono deducibili ai fini IRES e pertanto ridurranno il gettito fiscale proveniente dalle banche di circa 1 mld di euro.
Volendo commentare tali salvataggi ritengo che la gestione delle quattro crisi bancarie da parte delle istituzioni italiane ha sicuramente evitato l’insorgere di una crisi di fiducia dei depositanti, con possibili ripercussioni sistemiche anche su altre banche. L’alternativa a tale salvataggio appariva infatti alquanto “pericolosa”, ovvero l’attivazione del cosiddetto bail-in (copertura delle perdite a carico dei depositanti sopra a 100.000 euro) e ricorso al FITD (che avrebbe dovuto garantire il rimborso di circa 12 mld di euro ai depositanti entro i 100.000). Lo stesso FITD avrebbe tuttavia dovuto far ricorso alle contribuzioni delle banche creando pertanto possibili rischi di “contagio”.

Va infine ricordato che i risparmiatori (tra i quali, probabilmente, anche famiglie con un’inadeguata capacità di valutazione del rischio di tali strumenti finanziari) che avevano sottoscritto azioni e obbligazioni subordinate delle banche in dissesto hanno visto azzerarsi i loro investimenti.
Tali eventi devono pertanto infondere nella collettività dei piccoli risparmiatori maggiore consapevolezza del rischio di certi strumenti finanziari, maggiore attenzione nella selezione della propria banca e nella valutazione della solvibilità della stessa, soprattutto con l’entrata in vigore dal 01/01/2016 dei meccanismi di bail-in. Evitare di concentrare il rischio in unica banca e/o strumento finanziario (diversificazione) sembra ancora l’approccio migliore per difendersi da tali accadimenti!

di Alessandro Giannozzi