Il giornalismo come bussola o una bussola per il giornalismo?

C’è un filo rosso – all’apparenza sottilissimo, ma nella sostanza assai profondo e radicato – tra due grandi protagonisti del giornalismo italiano quali Indro Montanelli, “uno straniero in patria” come è stato recentemente definito in un libro a lui dedicato (G. Mazzucca, Indro Montanelli. Uno straniero in patria, Cairo 2015), e Angelo Agostini, che della nostra informazione è stato non solo professionista ma anche acuto osservatore e studioso attraverso la rivista «Problemi dell’informazione».

Un filo rosso che è emerso in tutta la sua evidenza in due seminari organizzati rispettivamente dalla Link Campus University (la presentazione del volume di Giancarlo Mazzucca dedicato a Montanelli) e dal Dipartimento CoRIS della Sapienza (il seminario in ricordo di Agostini, a un anno dalla sua prematura scomparsa).

Questo filo rosso si alimenta della connessione stretta, quasi indelebile, tra le parole “giornalismo” e “bussola”. Una connessione che prende forma nella duplice prospettiva che abbiamo provato a sintetizzare nel titolo e sulla quale andiamo immediatamente a focalizzare la nostra attenzione.

 

Una bussola per il giornalismo. Tanto Montanelli quanto Agostini hanno svolto il loro mestiere (o riflettuto su di esso, perché queste due componenti sono andate tendenzialmente sempre di pari passo) utilizzando una bussola assai precisa: possiamo chiamarla “deontologia”, termine sovente richiamato da Agostini, possiamo chiamarla “estetica”, termine che invece appartiene al lessico di Montanelli, oppure possiamo semplicemente chiamarla “etica”, che di queste due parole rappresenta forse la perfetta sintesi. Quale che sia la parola che scegliamo di utilizzare, abbiamo a che fare con un’informazione la cui credibilità è saldamente ancorata sulla capacità del giornalista di ricercare prima e raccontare poi la verità, nell’interesse esclusivo del suo unico legittimo «mandante» (nel significato proposto da Erving Goffman), ossia il cittadino. Questa convinzione era profondamente radicata tanto in Montanelli quanto in Agostini. Entrambi ritenevano infatti che il giornalismo non dovesse ridursi a essere né l’«altoparlante del potere» (cosa che Montanelli scrive chiaramente nel suo ultimo editoriale come direttore de «Il Giornale», nel 1994) né tanto meno la «camera da letto» dove mettere a nudo «una politica senza luoghi e senza strumenti» (per citare le parole con cui Agostini descrive il corto circuito politico-istituzionale che prende forma allorquando trasmissioni come Porta a Porta assurgono al ruolo di “terza Camera dello Stato”). Al contrario, entrambi erano fermamente convinti che la funzione del giornalismo, il suo fine ultimo, dovesse consistere nell’offrire al cittadino gli strumenti per formarsi un’opinione cosciente, e alla bisogna critica.

 

Il giornalismo come bussola. Gli articoli che Montanelli e Agostini hanno scritto nel corso delle rispettive carriere (lunghissima quella del primo, assai più breve quella del secondo) ci offrono anche una seconda chiave di lettura del rapporto tra i concetti di “giornalismo” e di “bussola”. Una chiave di lettura estremamente interessante soprattutto in un periodo come quello attuale, in cui la disintermediazione tipica dei media digitali porta sovente a mettere in discussione l’utilità di un giornalismo professionale (e in molti casi la sua stessa sopravvivenza). Per entrambi il giornalismo ha infatti rappresentato una bussola, fondamentale e indispensabile per comprendere e far comprendere la società italiana, con tutte le sue aspirazioni e le sue contraddizioni. Selezionare, gerarchizzare, interpretare i fatti che scandiscono la quotidianità sono infatti strumenti che offrono, a chi li pratica, un angolo visuale privilegiato, soprattutto quando le dinamiche politiche si intrecciano con quelle economiche, le dinamiche sociali con quelle culturali. Tuttavia, perché un giornalista possa davvero rappresentare un osservatore privilegiato dei fenomeni che scandiscono la quotidianità, e come tale essere percepito dal proprio pubblico, è necessario che egli sappia porsi oltre la linea di demarcazione tra il dare informazione e il fare informazione. Tanto Montanelli quanto Agostini avevano senza dubbio percezione di questa distinzione: per loro il giornalismo consisteva infatti nel «mettere in forma le informazioni» (per utilizzare la bella espressione coniata da Michael Schudson), e questa loro attitudine al fare informazione fa di loro, uomini nati e cresciuti nel Novecento, degli acuti interpreti non solo del loro presente, ma anche del futuro.

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C’è un ulteriore aspetto interessante che emerge dal confronto tra Montanelli e Agostini, e che arricchisce il dibattito in corso sul futuro dell’informazione nel nostro Paese. Ad accomunare entrambi c’è infatti un’idea “alta”, “nobile” di giornalismo, che per molti versi fa di loro degli “stranieri” in un sistema come quello italiano, così strutturalmente radicato nel modello pluralista-polarizzato e di conseguenza lontano da quell’informazione liberale che, nella mitologia collettiva, traduce la metafora del giornalista come «vedetta sul ponte della nave di comando dello Stato», così mirabilmente descritta da Joseph Pulitzer all’inizio del Novecento.

Qualcuno potrebbe però facilmente obiettare che i due giornalisti sui quali si focalizza la nostra riflessione sono alquanto “atipici” nel panorama dell’informazione italiana: il primo rappresenta infatti per molti versi un unicum, difficilmente ingabbiabile o imbrigliabile in tassonomie talvolta sterili; per il secondo la linea di confine tra la riflessione scientifica e la pratica professionale è così impalpabile che, a suo modo, anch’esso rappresenta un esempio difficilmente replicabile e/o paragonabile.

Una obiezione assai calzante a questa considerazione viene tuttavia dall’attualità, in particolare da alcuni passaggi della lettera con cui il direttore del «Corriere della Sera» Ferruccio de Bortoli si è congedato dai suoi lettori. Da una parte, de Bortoli rivendica infatti, con forza e a gran voce, che solo un giornalismo orientato da una bussola il cui nord coincide con i valori dell’accuracy e della fairness potrà sopravvivere nell’era della disintermediazione. Dall’altra parte, egli rimarca la centralità di quel ruolo sociale che il giornalismo italiano sembrerebbe aver smarrito, ovvero il suo essere una bussola utile a orientare chi legge. Laddove per “orientare” si intende indicare una possibile rotta che poi il libero arbitrio di ciascun lettore deciderà se seguire o meno.

“Il giornalismo come bussola” e/o “una bussola per il giornalismo” sono dunque temi legati a un passato che tende a farsi sempre più lontano mano a mano che i suoi attori terminano la loro esperienza terrena, oppure si tratta di problematiche che hanno ancora una loro attualità, e che soprattutto possono giocare un ruolo importante nella costruzione dell’Italia del domani? A nostro avviso, la risposta a questa domanda non può prescindere dall’atteggiamento con cui, in futuro, si andranno a porre vicendevolmente i due attori di quel processo di negoziazione che è il giornalismo. Perché abbia ancora senso parlare di giornalismo è infatti necessario, da una parte, che i giornalisti italiani – sovente dipendenti di editori impuri, o peggio ancora di «editori puri che si comportano da editori impuri», per usare la parole di Piero Ottone – si comportino da “giornalisti puri”: interpreti parziali sì (perché il giornalismo, per sua stessa definizione, è un processo di mediazione), ma mai faziosi del nostro tempo. Dall’altra parte, è necessario che anche il pubblico recuperi una certa qual “purezza”: cosa questa quanto mai complessa perché, a fronte di un giornalismo italiano congenitamente schierato e partigiano, esiste anche un pubblico italiano (che sovente va ben oltre i 1500 lettori di cui parlava Forcella alla fine degli anni Cinquanta) che, come scrive Massimo Baldini, «tra Ottone e Scalfari, ha sempre preferito il secondo al primo».

di Marica Spalletta