Il giorno della vittoria: memoria e politica della parata di Mosca del 9 maggio

Il 9 maggio a Mosca si ricorda la vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista. Tale celebrazione è molto sentita in Russia e quest’anno, nel clima di tensioni tra Russia e Stati Uniti, assume forti valenze politiche.

 

Patriottismo putiniano

All’indomani del 1991, la disintegrazione dell’Urss e il cambio di regime politico imponevano una revisione delle celebrazioni pubbliche. L’anniversario della rivoluzione d’ottobre venne abbandonato, il primo maggio riproposto come una più innocua festa della primavera. Il giorno della vittoria invece sopravvisse e, con l’ascesa di Putin, si è affermato come principale ricorrenza del calendario russo.

Obiettivo principale di Putin era porre termine al degrado dell’era Eltsin e ripristinare il prestigio dello Stato, all’interno come all’esterno del paese. Un tale programma richiedeva anche di ridestare il senso patriottico dei cittadini e a tal fine il giorno della vittoria risultava la festa più adatta: come ha dichiarato Putin, il 9 maggio è “il giorno dell’orgoglio nazionale”. Tale significato è acuito dalla portata internazionale della vittoria del 1945. Per usare le parole del presidente russo, “il coraggio, la fermezza e la volontà inflessibile del popolo sovietico hanno salvato l’Europa dalla schiavitù. È il nostro paese che ha cacciato i fascisti dalla loro tana e li ha annientati (…) al prezzo di milioni di vite”. Queste frasi riflettono la convinzione che sia stata l’Urss, con i suoi oltre 20 milioni di morti, a offrire il maggior contributo alla disfatta tedesca.

L’Ue assente

Le connotazioni politiche del 9 maggio quest’anno sono molto forti. Per il 70° anniversario il Cremlino vuole fare le cose in grande. Ma soprattutto le celebrazioni avvengono nel contesto delle tensioni tra Mosca e Washington e sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea boicottano l’evento. Se Usa e Ue non possono fare granché per impedire la partecipazione di rappresentanti di paesi asiatici, africani o sud americani, essi sono determinati a scongiurare la presenza di capi di stato europei alla parata di Mosca.

Il caso più evidente è quello della Repubblica Ceca, dove il presidente Zeman ha a lungo respinto la richieste degli Usa di non recarsi a Mosca. Stanco dell’insistenza di Washington, Zeman aveva perfino dichiarato l’ambasciatore degli Usa persona non grata al palazzo presidenziale di Praga: “per l’ambasciatore Schapiro la porta del castello rimarrà chiusa”. Ma infine il presidente ceco ha dovuto piegarsi alle pressioni degli Usa e disdire, obtorto collo, la sua presenza alla parata del 9 maggio. Ciononostante, sembra scontata la presenza di altri paesi europei, come la Grecia. Il premier Tsipras ha già biasimato le sanzioni contro la Russia e ha tenuto a sottolineare le affinità storiche tra Mosca e Atene, dalla fede ortodossa fino alla “comune lotta contro il fascismo”.

L’elevazione del giorno della vittoria a principale festa russa riflette anche esigenze di politica estera. In questa sfera, obiettivo primario di Mosca è ripristinare i legami con le altre repubbliche un tempo parte dell’Urss e celebrare la vittoria sovietica contribuisce a ripristinare un senso di appartenenza comune. In fin dei conti, l’Urss era molto più della Russia e i non russi sono stati protagonisti della “grande guerra patriottica”, da Stalin fino a Meliton Cantaria, il soldato georgiano che issò la bandiera rossa sul Reichstag.

La dimensione culturale di uno scontro

Le implicazioni del giorno della vittoria inevitabilmente hanno interessato anche le altre ex repubbliche sovietiche. La narrativa ufficiale in alcuni di questi paesi ha rielaborato la storia dell’Urss come semplice occupazione russa del loro territorio. Parallelamente, sono stati riabilitati coloro che si erano battuti contro l’esercito sovietico, poco importa che gli stessi abbiano collaborato con i tedeschi e non di rado ne abbiano condiviso tanto l’ideologia fascista che l’aberrazione anti-ebraica.

Il caso più recente riguarda l’Ucraina, fronte caldo della nuova guerra fredda tra Russia e Usa. Peraltro, rispetto ad altri stati un tempo parte dell’Urss, l’interpretazione dell’era sovietica come mera occupazione russa ha meno appigli per l’Ucraina, un paese che, da Trotski a Breznev, ha dato figure di primo piano alla dirigenza sovietica. Ma in fin dei conti tale riscrittura della storia non poggia su esigenze interpretative, quanto piuttosto sulla volontà di promuovere una narrativa atta a legittimare l’obiettivo politico di rompere i ponti con Mosca.

Tra i casi più interessanti di riscrittura della storia vale la pena ricordare le parole del premier Jatseniuk, che in visita a Berlino ha citato l’”invasione sovietica dell’Ucraina e della Germania” durante la seconda guerra mondiale. È difficile credere che Jatseniuk, con il suo profilo da tecnocrate, condivida sinceramente le teorie dei gruppi ultranazionalisti. Più facile ritenere che egli sia consapevole dell’importanza che, per consolidare il nuovo corso filo-Usa e anti-russo del governo di Kiev, riveste una narrativa storica che presenti l’Ucraina come vittima sacrificale di Mosca.

La creazione di un nuovo immaginario collettivo implica un ampio programma culturale, che va oltre l’interpretazione della seconda guerra mondiale. Tuttavia, per le sue valenze simboliche, sembrano proprio gli eventi della seconda guerra mondiale al centro del dibattito. Così, mentre il governo di Kiev riabilita come patrioti quanti collaborarono con i tedeschi, il ministro degli esteri russo Lavrov condanna “la glorificazione del nazismo e la persecuzione di coloro che hanno salvato l’Europa dal fascismo”. Contemporaneamente, uno dei simboli più in voga tra l’opposizione ucraina è la “bandiera della vittoria”, il vessillo della divisione sovietica che nel 1945 conquistò il Reichstag.

di Giordano Merlicco