Il manager nell’era della crisi: intervista a Marcella Mallen

Manageritalia è l’organizzazione di riferimento dei manager e delle alte professionalità del terziario: si rivolge a tutte quelle figure manageriali che partecipano alle scelte e alle performance aziendali, hanno responsabilità comuni e necessità professionali. L’istituto è dotato di una propria rivista, “Il dirigente”.

Di seguito pubblichiamo l’intervista gentilmente concessaci dalla dottoressa Marcella Mallen, presidente di Manegeritalia, che ringraziamo calorosamente per la sua cordialità e disponibilità. L’intervista è stata realizzata da Gabriele Biava.

Quali sono le caratteristiche di un buon manager?

Manager non si nasce, ma si diventa. È importante curare il proprio sviluppo professionale in modo continuativo, la formazione è indispensabile per sviluppare le capacità individuali, che non sono soltanto tecniche, ma anche per esempio comportamentali. Questo perché il compito primario di un manager è valorizzare tutte le risorse disponibili, a partire da quelle umane. Quindi riuscire a intercettare, valorizzare i talenti: un buon manager deve essere in grado di guidare i suoi collaboratori, d’ispirare il loro impegno, di essere da esempio. Mai come ora servono manager maestri, manager in grado di dare il senso della direzione in un momento in cui c’è disorientamento negli ambienti lavorativi, un senso di smarrimento legato a una crisi che continua a imperversare, e ai paradigmi dell’incertezza e della complessità. Quindi un manager dev’essere in grado di non perdere la rotta, e di guidare, di dare il senso della direzione, che oggi è fondamentale”.

Quale percorso formativo consiglierebbe a chi vuole fare questo mestiere?

Il background è sempre quello di stampo economico, i fondamentali bisogna infatti possederli. Questo perché la pianificazione, il monitoraggio, il controllo di gestione sono indubbiamente fondamentali per governare risorse di carattere economico-finanziario. Però oggi, oltre alle competenze richieste per il controllo dei tempi, costi e qualità, servono anche competenze per sviluppare di nuovo la fiducia nelle persone. Acquisiti i fondamentali, è importante trovare prima di tutto un equilibrio, un equilibrio di vita, un equilibrio con se stessi, per generare  anche quelle abilità necessarie a guidare i propri collaboratori. Quindi anche frequentare, fare escursioni in altri mondi, acquisendo così una formazione che non sia solo quella d’aula, ma derivante anche da uno scambio di conoscenze e di esperienze con altri colleghi.
Noi come Manageritalia stiamo sperimentando anche dei collegamenti fra formazione ed esperienze di vario genere, anche nel campo dell’arte, per esempio: stimoli che provengono da altri mondi possono infatti aiutare la crescita e lo sviluppo del professionista e della persona che c’è dietro.

Lo studio è e resta però imprescindibile in questo settore…

Certo. Non si finisce mai d’imparare, di studiare: si può dire che una competenza fondamentale del manager sia quella ‘d’imparare a imparare’, e questo vale anche per il saper apprendere dall’esperienza.

Poco fa parlava di abilità comportamentali. Di che si tratta?

Quando mi riferisco ad  abilità comportamentali intendo anche la capacità di prendere buone decisioni, per esempio ascoltando i punti di vista dei propri collaboratori. Mi riferisco anche alla capacità di mediare, di gestire i conflitti: in poche parole quella capacità di gestire la conflittualità che è il pane quotidiano in azienda, oltre ad avere una fiducia in se stessi e quindi una tenacia lavorativa, non mollare. E avere poi un approccio sistemico e una capacità di gestire il presente, avendo però ovviamente anche un occhio al futuro.

Quali sono le principali difficoltà lavorative che incontrano le donne manager rispetto ai loro colleghi uomini?

Questo è un bel tema. È un bel tema perché in Italia esiste un grande divario ancora fra generi, non più giustificato. Nel campo dell’istruzione il sorpasso degli uomini da parte delle donne è già avvenuto: le donne sono più preparate, arrivano prime ai concorsi. Se poi ci si sposta sul piano del lavoro, le proporzioni si ribaltano. Ancora oggi dopo la nascita del primo figlio, il 27% delle donne italiane abbandona il lavoro.

Gli ostacoli s’incontrano non tanto all’entrata nel mondo del lavoro, quanto un po’ più in là, al momento della “progressione di carriera”, il cosiddetto “soffitto di cristallo”. E qui gli ostacoli sono per me di diversa natura, tendono a 3 dimensioni: una dimensione sociale (il nostro è un paese dove sono deboli le politiche fiscali e quelle sociali: quindi c’è scarsa attenzione alla conciliazione vita-lavoro, coppia-figli e pochi incentivi. Altre barriere sono di tipo organizzativo, e quindi attengono proprio all’organizzazione del lavoro: anche lì c’è poca flessibilità, poco uso dello strumento del tele-lavoro, e poi ambienti organizzativi dove ancora il pensiero dominante è quello maschile. Ci sono poi delle barriere che sono di carattere culturale e personale, e che si possono ricollegare quasi al pensiero auto-limitante femminile: sono le donne spesso le prime a non credere nella propria capacità di leadership.

Tornando alla formazione del manager: qual è secondo lei il percorso migliore?

Naturalmente un background professionale di base è indispensabile. In un’epoca di globalizzazione è imprescindibile la conoscenza delle lingue, fondamentali per interloquire con i mercati esteri. Come pure se vuoi interagire con altre culture, devi conoscere i codici base: è basilare inserire una componente d’internazionalizzazione nel bagaglio esperienziale del manager, cui si richiede di avere sempre più contatti con il mondo globale.

E parlando in termini strettamente accademici?

In questo caso la risposta canonica sarebbe economia aziendale o ingegneria gestionale. Cercando di rompere le regole, dal momento che ritengo la cultura anche un asset strategico, la provenienza da lauree di tipo umanistico, come filosofia o storia, può essere d’aiuto: nel momento in cui nasce l’interesse per la professione di manager si possono poi integrare le conoscenze umanistiche con la stesura di un bilancio, il controllo di gestione ecc. L’importante è costruire una persona colta, con apertura mentale e flessibilità cognitiva. Se hai questa flessibilità cognitiva puoi sempre integrare ciò che hai appreso con altre competenze: l’importante è avere il desiderio di migliorarsi continuamente, perché fatto bene, questo è uno dei mestieri più belli a. mondo.

Oggi è auspicabile una maggiore integrazione fra accademia ed azienda: il non favorirla, o il favorirla in maniera non sufficiente, è ad oggi uno dei più grandi limiti degli atenei italiani.

Da noi affiancare l’esperienza professionale alla formazione accademica è una conditio sine qua non: siamo infatti un’università attenta alle esigenze pratiche dei nostri studenti. Chi  si laurea presso Link Campus University lascia il mondo accademico già con una professione in mano e un buon curriculum. Questo è possibile grazie al fatto che i nostri studenti sono obbligati a sostenere, accanto agli esami, uno stage lavorativo.

Guardi, è veramente importante. Perché sa qual è il rischio? Vivendo per diversi anni isolati nell’accademia, si perde il contatto con la realtà. E si può incorrere anche in una sorta di delusione nel momento in cui si mette piede in azienda. Nella mia esperienza ho visto un sacco di bravi studenti, anche masterizzati, che poi nella vita lavorativa si perdono in un bicchier d’acqua.

Perché non sanno trovare una strada, spedire un pacco, rispondere al telefono…

Bravissimo. Si perdono di fronte a quelle che sono dinamiche, i problemi quotidiani che sembrano banali, ma rientrano in un percorso di crescita e di sviluppo: è quel bagaglio esperienziale che ti fa venire “l’occhio clinico”, quello che ti permette di saper leggere un file contabile, un qualsiasi documento elettronico la cui comprensione richiede competenza.
Un’altra meta-competenza chiave secondo me è l’umiltà.
In Italia le aziende sono in grandissima parte medio-piccole e piccole, molte volte a conduzione familiare: ci si può quindi scontrare con “il padroncino”, con l’imprenditore che non ha quella visione o quell’atteggiamento che tu ti aspetti da una persona in quella posizione. La bravura di un manager, o di un aspirante tale, è quella di decodificare e piano piano introdurre quelli che sono gli insegnamenti, innestare le competenze manageriali in tessuti che possono apparire completamente diversi da come ce li aspettavamo. Prima si anticipa questa esperienza, secondo me, e meglio è. Anche perché se no si rischia di studiare “il sesso degli angeli” e non come risolvere quei problemi reali e concreti che fanno parte della vita lavorativa.

Dottoressa, la ringrazio. È stato un grande piacere.

Piacere mio. Grazie a lei.