Il paradosso dei paradossi. Si può morire per/di informazione?

Quanto accaduto alla giovane giornalista televisiva americana Alison Parker e al suo cameraman Adam Ward, uccisi in diretta tv da un ex collega, pone una serie di interrogativi e stimola altrettante riflessioni sull’informazione giornalistica oggi: sul suo ruolo, sulle sue interazioni con tutti gli altri fenomeni che, a vario titolo, popolano la galassia dell’informazione, infine sulla sua stessa essenza in una società sempre più affamata di immagini.

Una prima considerazione, per molti versi scontata, emerge con riferimento alla rappresentazione mediatica di ciò che è accaduto in Virginia, e contribuisce ad alimentare il tradizionale dibattito sul diritto/dovere di cronaca. In altre parole: fermo restando il dovere dei news media di raccontare quanto accaduto (poiché si tratta di un fatto che riassume in sé tutte le caratteristiche tipiche di una notizia), era giusto o meno rendere fruibile per il pubblico il video postato dallo stesso assassino sui propri profili social? Come rimarca Massimo Mantellini in un suo articolo su Il Post, molte emittenti europee e internazionali – in primis la BBC – non hanno mostrato esitazione nel rimuovere il video laddove invece i siti web di numerosi giornali italiani hanno optato per una soluzione del tutto opposta. Secondo Mantellini, la ragione di tale scelta poco attiene al diritto di cronaca, e si lega invece alla natura market-oriented che ormai contraddistingue molte nostre testate, più preoccupate del business che della natura strettamente di servizio dell’informazione giornalistica. Testate che vanno avanti a forza di clic, incuranti del pericolo di trasformarsi in un calderone di informazioni che tutto sono, fuorché notizie. A nostro avviso, la spiegazione proposta da Mantellini è sicuramente condivisibile laddove essa rimarca come, nel nostro Paese, gli interessi editoriali (economici e non) abbiano sovente avuto la meglio sull’etica giornalistica e, più nello specifico, su quel senso di responsabilità che dovrebbe muovere qualsiasi giornalista per il fatto stesso di “essere un giornalista” (il che precede di gran lunga il “fare il giornalista”).

Una seconda considerazione riguarda evidentemente i social network, cui l’assassino ha affidato tanto la testimonianza audio-video del proprio gesto quanto la spiegazione delle motivazioni che lo hanno spinto a compiere questo efferato omicidio. Tutto ciò – e questo forse è l’aspetto più inquietante – mentre era in corso la sua rocambolesca fuga dalla polizia: segno evidente, come è stato da più parti rimarcato, di una linea di confine tra la vita reale e quella virtuale oggi sempre più labile, impercettibile, priva di quel necessario e doveroso senso della misura che è uno dei pilastri di ogni qualsivoglia forma di civile convivenza.

Una terza considerazione per molti versi si colloca sulla linea di intersezione tra le due precedenti suggestioni. Se è indubbio, infatti, che il giornalista abbia un diritto/dovere di cronaca, e se è altrettanto indiscutibile che oggi a ispirare i processi di selezione, gerarchizzazione e interpretazione dei fatti sovente intervengono criteri diversi da quelli che appartengono all’etica giornalistica, su cosa si concentra l’interesse del pubblico, soprattutto quando la fruizione dei contenuti avviene in Rete? Sono le analisi, le ricostruzioni, le spiegazioni critiche che cerca chi naviga in un sito web? Oppure il desiderio morboso di vedere con i propri occhi ciò che è accaduto e l’altrettanto irrefrenabile bisogno di condividere quanto si è visto, tendono a ridurre il giornalismo entro i confini del solo dare/partecipare informazione? Su questo aspetto, non sembra avere dubbi il critico televisivo Aldo Grasso che, sulle pagine del Corriere della Sera, pone l’accento sulla deriva di una società ormai “pornograficamente addestrata a pedinare la morte in diretta”. Guardando alle scelte compiute da molte testate giornalistiche italiane, anche la nostra sensazione è che si stia andando proprio in questa seconda direzione, poiché essa soddisfa tanto le già citate esigenze economiche di un sistema nato e cresciuto senza quell’indipendenza/autosufficienza economica fondamentale per assolvere degnamente al proprio ruolo sociale, quanto l’esasperato protagonismo di un pubblico che, in fondo, considera la professione giornalistica null’altro che obsoleta.

C’è infine un’ultima considerazione, che per molti versi è anche una provocazione. Quella stessa provocazione che abbiamo scelto come titolo e sottotitolo per questo breve contributo: Il paradosso dei paradossi. Si può morire per/di informazione? Partiamo dal sottotitolo. Quanto accaduto in Virginia sembrerebbe non consentire esitazione nel rispondere alla domanda in esso contenuta: un giornalista non solo può morire per/di informazione, ma questo può accadere anche al di fuori di quei teatri in cui la morte è, purtroppo, una variabile di cui il giornalista non può non tener conto. Perché la giornalista Allison Parker e il suo cameraman Adam Ward non sono stati uccisi mentre realizzavano un reportage di guerra o mentre documentavano un attentato terroristico, bensì in una situazione che chiunque non avrebbe esitato a definire né “pericolosa” né tanto meno “ad alto rischio”.

Si può morire per/di informazione è tuttavia solo il sottotitolo di una riflessione che abbiamo scelto di titolare Il paradosso dei paradossi. Perché la morte in diretta dei due reporter rappresenta una sorta di ultima frontiera dell’informazione giornalistica, un’estremizzazione del vecchio detto “andare, vedere, raccontare” che, da sempre, racchiude l’essenza di questa professione. In molti casi, i giornalisti si trovano infatti a dover raccontare la morte in diretta: la prima volta fu nel 1981, quando l’Italia si fermò per seguire le sorti di Alfredino Rampi, il bambino intrappolato in pozzo artesiano. In quell’occasione, il giornalista Rai Giancarlo Santalmassi sintetizzò la frustrazione del giornalista che non può fare altro se non raccontare ciò che sta accadendo affermando che “Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte”. In Virginia è accaduto invece qualcosa di ancor più estremo, perché a documentare la morte sono state le stesse vittime: testimoni fino all’ultimo di ciò che stava per accadere. Esasperante, frustrante, drammatica, ma per molti versi perfetta sintesi di ciò che un giornalista dovrebbe essere, prima ancora di ciò che egli dovrebbe fare.

di Marica Spalletta