Il potere delle immagini (e il rischio del loro silenzio)

Nel bellissimo libro dal titolo Sulla fotografia (1977), la scrittrice americana Susan Sontag definisce le immagini come lo strumento attraverso il quale ciascuno di noi entra in relazione con il mondo: esse ci offrono infatti una testimonianza della realtà, spesso ci mostrano qualcosa che non conosciamo, in altrettanti casi contribuiscono a far riaffiorare alla memoria fatti, persone e avvenimenti seppelliti nei nostri cassetti dei ricordi.

Quello che la Sontag scrive ormai quasi quattro decenni orsono appare oggi di assoluta attualità, perché mai come in questi giorni i tanti fiumi di inchiostro – che sono stati utilizzati per raccontare, riflettere, discutere, denunciare, polemizzare sulla tragedia dei migranti che, a macchia d’olio, si è espansa in tutta Europa in questa afosa estate – sono stati come d’incanto cancellati da tre immagini che, a nostro avviso, sintetizzano in maniera esemplare la portata e nel contempo la drammaticità del problema. Per non dire del potere che le immagini hanno di sopperire all’incapacità sovente tipica delle parole di rendere pienamente l’idea di ciò che sta accadendo.

La prima immagine è una fotografia postata sul proprio profilo Facebook dall’artista inglese Bansky, e provocatoriamente intitolata “L’Unione Europea”: l’azzurro del mare (così simile all’azzurro della bandiera europea) fa da sfondo a 12 cadaveri vestiti di giallo, che galleggiano sulle acque disposti nello stesso ordine con cui le dodici stelle gialle sono disposte sul vessillo dell’Unione. Un’immagine molto cruda, tesa a ricordare che l’Unione Europea comprende anche quel Mar Mediterraneo da troppi anni luogo di morte per persone in fuga dai propri Paesi, e nel contempo a denunciare il silenzio delle Istituzioni europee.

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La seconda immagine proviene anch’essa dal social network creato da Mark Zuckerberg e ritrae l’abbraccio tra un profugo siriano e la turista che lo ha appena tratto in salvo dopo 13 ore in balia delle onde. Un uomo solo, stanco, disperato, che viene accudito da una turista, che di ritorno da una gita nel Mar Egeo ha “pescato dalle acque” una vita umana che, altrimenti, sarebbe andata ad arricchire l’elenco non meglio precisato di vittime che nel Mediterraneo hanno trovato il proprio cimitero. In un periodo storico in cui il tema dei migranti tende a dividere piuttosto che a unificare, l’immagine postata da Sandra Tsiligeridu reca in sé un messaggio altamente positivo. Quasi una forma di unconventional social advertising, più efficace di qualsiasi altro strumento nel veicolare il messaggio sociale che sta dietro la vicenda: “c’è un problema à tu puoi fare molto per risolverlo”.

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La terza e ultima immagine nelle ultime ore è stata pubblicata da molti news media, italiani e internazionali, e ritrae il cadavere di un bambino siriano sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, dopo l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Un corpicino inerme, vestito con un pantaloncino blu e una maglietta rossa, che viene appena lambito dalle onde di un mare nel quale, probabilmente, hanno trovato la morte molti suoi compagni di viaggio. È questa foto, in particolare, ad aver scosso gli animi, acceso il dibattito pubblico e quello sui social (tanto sul significato dell’immagine in sé quanto sull’opportunità della sua pubblicazione), prodotto reazioni di sdegno e altrettante proteste nei confronti di chi poteva fare e forse non ha fatto (o non ha fatto abbastanza).

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Polemica e dissenso, compassione e speranza, dolore e impotenza: sentimenti tra loro molto diversi, evocati da tre diverse immagini che, a loro volta, ci mostrano tre diversi aspetti di una medesima notizia: oggi il Mar Mediterraneo è protagonista di una tragedia di proporzioni enormi, per porre fine alla quale è necessario l’impegno di tutti. Cittadini, società civile, istituzioni.

Quelle che abbiamo appena menzionato, una infinitesima rappresentanza di tutte le immagini che ogni giorno vengono diffuse dai news media, pubblicate su Internet, postate sui social network sono altrettanto interessanti perché esemplificano tre ulteriori caratteristiche della fotografia che la Sontag già individuava nel lontano 1977, e che oggi appaiano incredibilmente attuali. Per non dire delle riflessioni che esse suscitano (e/o dovrebbero suscitare).

In primo luogo, infatti, le fotografie sono assai selettive nelle modalità con cui ci mettono in relazione con il mondo, poiché esse tendono «ad alterare e ampliare le nostre nozioni di ciò che vale la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare». L’immagine postata da Bansky risponde perfettamente a questa definizione, nel momento stesso in cui essa descrive una tragedia (i cadaveri che galleggiano in mare) e nel contempo lascia intendere (se non dichiara esplicitamente) chi ne è il responsabile, ovvero l’Unione Europea. È l’immagine, cioè, a suggerirci, o forse a imporci, ciò che vale la pena guardare.

In secondo luogo, scrive Sontag, le fotografie hanno un elevato grado di soggettività, nel senso che è il fotografo che decide ciò che vuole fotografare. Nel caso della turista greca Sandra Tsiligeridu, è il fotografo a scegliere di immortalare e consegnare alla storia il momento dell’abbraccio tra la donna e il profugo, piuttosto che quello del salvataggio oppure dello sbarco sulla terra ferma. Come ogni altra immagine, anche questa fotografia è «un’interpretazione del mondo», poiché «non attesta soltanto ciò che c’è, ma ciò che un individuo ci vede, non sono soltanto un documento, ma una valutazione del mondo».

Infine, Susan Sontag sostiene che le fotografie hanno il potere di sconvolgerci, soprattutto quando esse ci mostrano immagini scioccanti, crude, capaci di imprimersi nella nostra memoria. Esattamente ciò che accade nella foto che ritrae il cadavere del bambino sulla riva, ancor più dolorosa perché – come scriveva Corrado Ricci nel lontano 1905 – la fotografia «sorprende un attimo isolato che manca del suo precedente e del suo susseguente, ossia di quello che determina il gesto e di quello che lo risolve». In questo caso, la fotografia ci mostra una giovane vita spezzata, senza peraltro dirci, per esempio, se la morte ha raggiunto il bambino prima, durante o dopo la fuga dal proprio Paese.

Gli esempi appena citati sembrerebbero dunque confermare l’enorme potere che le immagini hanno, un potere che, come osserva la stessa Sontag, diventa ancora più grande quando esse vengono veicolate dai media giornalistici e, aggiungiamo noi, dai media digitali. Questo indiscusso potere presenta tuttavia anche un lato negativo, o quanto meno rischioso, da cui la stessa scrittrice americana metteva in guardia già nel 1977, e poi in maniera ancor più netta in Davanti al dolore degli altri, libro che pubblica nel 2003 all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle. Quando un’immagine è già vista, sostiene infatti la Sontag, diminuisce anche il suo potere di provocare in noi una reazione, soprattutto se si tratta di immagini in grado di suscitare sdegno oppure dolore: «una cosa è soffrire, un’altra vivere con le immagini fotografate della sofferenza, che non rafforzano necessariamente la coscienza o la capacità di avere compassione. Possono anche corromperle. Una volta che si sono viste queste immagini, si è imboccata una strada che porta a vederne altre, e altre ancora. Le immagini paralizzano. Le immagini anestetizzano». Le immagini, in altre parole, se da una parte contribuiscono a rendere più reale un evento, al tempo stesso tendono a non avere più lo stesso impatto su chi le guarda più e più volte.

Così posta la questione, sembrerebbe non esservi una via di uscita, nel senso che il potere delle immagini finirebbe inesorabilmente per tradursi nel rischio del loro silenzio. Tuttavia, scrive ancora la Sontag, nulla prova che la reiterata esposizione a determinate immagini di dolore comporti una diminuzione della loro forza di impatto su chi le osserva. A determinare o meno il passaggio da un’immagine capace di scuotere a un’immagine anestetizzante, conclude la scrittrice, sono l’emergere prima e il consolidarsi poi, all’interno di una società sempre più dipendente dall’immagine, di quell’«etica della visione» di cui ella parlava già nel 1977: un’etica tale per cui ciascuno si senta chiamato a non reagire voltando «le spalle a immagini il cui solo effetto è quello di farci sentire male». Ancora una volta, a essere chiamato in causa è dunque l’apporto personale all’utilizzo dei media, perché – come scriveva Massimo Baldini alcuni anni orsono, e trattasi a nostro avviso di una riflessione ancora drammaticamente attuale – «al solito, spetta ai singoli individui, alla loro consapevolezza critica, alla loro creatività, ai loro valori farne l’uso che meglio credono. Internet, al pari della tv, è sempre innocente [ma il ragionamento si può estendere a tutti i media], l’utente no».

di Marica Spalletta