Il problema di comunicare

“Parlare è la peggiore forma di comunicazione”.

(F. Dard, Maman les petits bateaux, 1974)

Nel tempo delle vecchie e nuove tecnologie della comunicazione, dove l’informazione travalica ogni vincolo spazio-temporale, annullando e ridefinendo (virtualmente) la distanza tra emittente e ricevente, si osserva una certa difficoltà nel comunicare.

Perché è così difficile comprendersi aprendo il varco, talvolta, a veri e propri drammi umani e interculturali?

Non saremo certo in grado di rispondere in poche battute a una domanda che ci interroga sul senso del nostro tempo ma è possibile condividere qualche riflessione sulla complessità del comunicare.

Per affrontare il tema della comunicazione può essere utile per prima cosa definire cosa intendiamo con questo termine, perché c’è un cambiamento radicale nel modo in cui si concepisce la comunicazione oggi, nel senso e nel significato che vi attribuiamo, anche grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie che hanno trasformato radicalmente il panorama culturale del mondo contemporaneo.

Nell’etimologia latina “comunicare” significa mettere in relazione, rendere noto, far conoscere. Il termine porta in sé una certa complessità definitoria che è possibile ravvisare nel cambiamento paradigmatico che hanno attraversato gli studi di settore nel passaggio da un’idea di comunicazione, intesa come mera trasmissione di informazioni, ad una che si isprira a un’idea di partecipazione e condivisione. Passiamo quindi da una logica trasmissiva lineare e unidirezionale, top down, a una logica orizzontale, partecipativa e inclusiva, secondo cui non basta informare ma è necessario compartecipare alla costruzione del significato contenuto nel messaggio che si intende veicolare. Per comunicare non basta informare, non è sufficiente “dire” per essere certi di essere capiti. Le scienze della comunicazione, negli ultimi settanta anni, hanno elaborato tanti modelli teorici utili a spiegare come avviene il processo di comunicazione. Tra i contributi più rilevanti al nostro ragionamento sembra utile ricordare: a) il processo di decodifica che interviene attraverso le lenti concettuali, mentali e linguistiche dell’emittente e del ricevente, facendo in modo che ci sia sempre uno scarto tra i due poli della comunicazione; b) la rilevanza strategica della dimensione relazionale ed emozionale ai fini dell’efficacia comunicativa.

Il riconoscimento della rilevanza della comprensione del messaggio si rende maggiormente evidente se consideriamo che “comunicare è educare”. Vi sono ampie tradizioni di studio e applicazioni pratiche che riconoscono alla comunicazione, dunque all’uso corretto della parola, una valenza trasformativa, emancipativa, innovativa e addirittura curativa (si pensi alla terapia della parola, la psicoterapia o il counseling nelle sue varie forme). E’ per questo che ogni azione di empowerment delle persone, delle organizzazioni e delle comunità si fondano primariamente sull’uso attento della comunicazione, mediante le più svariate metodologie e strumenti che hanno come comune denominatore il valore dell’autenticità del dialogo tra pari e la maturazione nei soggetti delle necessarie competenze emozionali, utili a condurre in maniera soddisfacente le proprie interazioni. Non per altro oggi si parla sempre più di “intelligenza emotiva”. La competenza comunicativa sembra passare sempre più dalla capacità di assumere una prospettiva interculturale per dialogare con gli “altri” e “diversi” da noi, e una piena autocosapevolezza di sé e delle tensioni emozionali che sottendono qualsiasi interazione, le quali, se non governate, possono alterare la dinamica relazionale che si sviluppa. Noi cresciamo e ci formiamo all’interno di “acquari comunicativi” di cui non abbiamo consapevolezza. Costruiamo per emulazione il nostro stile comunicativo fatto di certe modalità, gergalità, ritualità, cornici di senso. Per cui indossiamo un abitus comunicativo di cui, per lo più, non abbiamo coscienza e che condiziona il modo in cui entriamo in relazione con noi stessi, con gli altri e con il mondo. Comunicare, dunque, soprattutto se si assume un ruolo istituzionale (educatore, docente, giornalista, referente della comunicazione pubblica, ecc.) comporta una grande responsabilità, specialmente al tempo di Internet dove ogni informazione rimbalza nell’etere a grande velocità e oltre ogni confine. Con la rivoluzione introdotta dalle nuove tecnologie, i nostri modi di comunicare sono cambiati più velocemente di quanto noi sappiamo governarli. Nella fase della prima espansione dei sistemi mass mediali il problema era quello di portare le informazioni a un pubblico sempre più vasto; ora ci troviamo in una situazione capovolta, quella di dover portare il pubblico ad una quantità infinita di informazioni che non riusciremo mai a padroneggiare pienamente. Siamo passati dall’era dell’informazione a quella “dell’attenzione”. Di qui il problema di comunicare … e di educare. Ma come diceva Rita Levi Montalcini “la tecnica da sola non basta, serve una visione più ampia”; perché “l’essenza più profonda della tecnica non è niente di tecnico”. Serve un nuovo umanesimo che dia senso alla comunicazione moderna mediata dalle nuove tecnologie e al patto sociale che da esse viene rinegoziato; serve una nuova visione e nuova cultura perché se “comunicare è educare”, specialmente nei giorni in cui il dibattito sulla scuola è così caldo, è importante ridefinire cosa vogliamo intendere per educazione alla comunicazione. Nella “digital era” ci troviamo a interagire in un contesto caratterizzato da un costante, persistente e invisibile “rumore” di fondo che disturba sia il dialogo intrapersonale, sia quello interpersonale. Tale “rumore” di fondo, fatto dall’overload e dalla velocità dell’informazione, dalla difficoltà di accesso, selezione e fallacia delle fonti ecc., dalla moltiplicazione delle relazioni che si sviluppano nei “non luoghi” della rete ecc., mina alla base la nostra capacità di intessere un dialogo profondo con noi stessi per sviluppare la necessaria “conversazione interiore” che ci rende consapevoli del nostro essere “qui ed ora”, e di sviluppare la competenza empatica che diviene bussola di autogoverno nella definizione del nostro progetto di sviluppo personale e professionale e in ogni interazione con gli altri. Educare alla comunicazione significa quindi educare prima di tutto all’ascolto di sé stessi, al ricoscimento dei modelli comportamentali e comunicativi routinari che ci guidano nell’azione, minando nelle fondamenta le possibilità di una comunicazione autentica e non pregiudiziale. Significa inoltre educare a una comunicazione multisensoriale e multipercettiva, capace di riconoscere il valore e la componente emozionale presente in ogni interazione. Comunicare infatti non investe solo la facoltà visiva (per la lettura) o uditiva (per l’ascolto) ma investe prima di tutto il “sesto senso”, quello emozionale appunto, che getta un ponte tra noi e l’altro e che si basa su un linguaggio universale, quello delle emozioni che la scienza spiega attraverso i “neuroni-specchio”. L’espressione di gioia, paura, tristezza o sofferenza sono comprensibili in base al legame proto-empatico che caratterizza tutte le specie viventi in maniera trasversale, travalicando gli idiomi nazionali e i condizionamenti culturali.

Se comunicare è educare, allora, educare alla comunicazione implica anche educare al riconoscimento delle emozioni proprie ed altrui e al loro rispetto, anche mediante la comunicazione digitale.

di Stefania Capogna