Il racconto della strage di Parigi come passaggio di consegne tra media mainstream e informazione grassroots

Fino ad alcuni anni fa, si era soliti riassumere l’essenza della professione giornalistica nello slogan “andare, vedere, raccontare”, e questa sequenza di verbi logicamente connessi l’uno con l’altro sintetizzava non solo una precisa scansione temporale, ma in generale la ritualità tipica di un fenomeno (il giornalismo, appunto) cui la società civile aveva affidato un testimone fondamentale per la sua stessa sopravvivenza: selezionare, gerarchizzare, interpretare i fatti così da consentire la formazione di un’opinione pubblica cosciente, e alla bisogna critica.

Poi è arrivata la Rete, poi i social media, e con essi l’idea di un’informazione sempre più grassroots: nata dal basso, sovente in contesti tutt’altro che professionali, diffusa attraverso canali tutt’altro che mainstream,e condivisa tra pubblici quanto mai reticolari, ma altrettanto settoriali. Un’informazione del tutto non professionale, e per questo non sempre capace di assolvere tutte le funzioni tipiche del giornalismo professionale. Un’informazione ora assai tempestiva nel dare informazione, ma spesso sprovvista di quegli strumenti di analisi indispensabili per fare informazione;certamente un luogo nel quale partecipare, condividere l’informazione, ma all’interno di pubblici, di opinioni pubbliche sempre più reticolari. Con la conseguenza che, a essere messa in discussione in questi anni, è stata la stessa “opinione pubblica”, e con essa l’idea di quella società civile che è alla base delle moderne democrazie.

Come nella migliore tradizione del dibattito sui media, citizen journalist e professionisti dell’informazione si sono subito divisi tra apocalittici e integrati, fazioni l’un contro l’altra armate nel talvolta (o forse più giusto dire: sovente) sterile tentativo ora di affermare l’obsolescenza di un giornalismo “ottocentesco” nei suoi modi di raccontare un mondo che viaggia a una velocità per molti versi insostenibile per l’informazione mainstream, ora di rivendicare l’essenzialità di un’informazione giornalistica professionale per la sopravvivenza di quei sistemi democratici che il giornalismo ha indiscutibilmente contribuito a creare.

Non vi è dubbio che i fatti di Parigi di venerdì 13 novembre contribuiranno a riaccendere il dibattito su questi temi, e certamente lo alimenteranno nei giorni a seguire, quando ci si andrà a soffermare con maggiore freddezza sugli “effetti collaterali” della strage. E, se è vero che forse non è oggi il giorno giusto per soffermarsi su questi temi, è altrettanto indubbio che una prima riflessione a caldo è possibile, anzi necessaria. Perché dinanzi alla barbarie di quello che è accaduto a Parigi, proprio dalla Rete è venuta non solo una grande lezione di civiltà, ma anche, a mio avviso, una lezione su cosa significa fare informazione oggi. Perché se un secolo fa l’essenza del giornalismo era effettivamente riassunta in quell’“andare, vedere, raccontare”, oggi un giornalismo che voglia realmente rappresentare la conditio sine qua non per la formazione di una coscienza collettiva, non può prescindere dal verbo “condividere”.

E, se da tempo ormai i social media sono il luogo per eccellenza della condivisione, la strage di Parigi ha, forse per la prima volta, mostrato come un’informazione giornalistica seria, “professionale”,può essere anche data e fatta su Twitter, Facebook, Instagram.

È sui social, infatti, che sono apparse le prime notizie su quanto stava accadendo a Parigi. Prima ancora che la tv, prima che le agenzie di stampa, prima che le testate giornalistiche on line, prima di tutti i news media sono stati dunque i cittadini a lanciare l’allarme, e in molti casi queste segnalazioni hanno contribuito a salvare la vita a molte ignare persone. Più tardi, quando le notizie hanno cominciato ad accavallarsi, pur senza effettivamente chiarire contorni e dimensioni del massacro in atto, sono stati gli stessi cittadini, prigionieri al Bataclan, a fornire aggiornamenti su ciò che stava capitando all’interno della sala da concerti.E sono stati i loro tweet, i loro post su Facebook, se non a dettare i tempi, quanto meno a fornire alle forze dell’ordine un’immagine chiara, lucida per quanto possibile, degli eventi. Informare, dunque, come presupposto per decidere.

Gli stessi social media sono apparsi immediatamente anche come il luogo perfetto per fare informazione: milioni di utenti hanno infatti condiviso i contenuti multimediali che via via venivano diffusi, sovente dai canali ufficiali e/o dai news media, e i loro post sono arrivati dove, in molti casi, la stessa informazione professionale non è arrivata. In un’epoca in cui l’informazione si fa sempre più mobile, i social media hanno dettato tempi e modi delle notizie, obbligando gli stessi operatori professionali a un’informazione in cui il racconto di ciò che era stato e/o che stava accadendo fosse costantemente intrecciato con l’analisi, la spiegazione, la riflessione, la reazione. Informare, dunque, come presupposto per capire.

Infine, i social media sono stati il luogo in cui la società civile si è trovata a condividere, a rivendicare, a riaffermare quei valori che sono alla sua base, e che – come non hanno colore – così non possono dipendere da un credo religioso. Tra i tanti hashtag che si sono generati sulla Rete (da #PrayforParis a #ParisAttack, solo per citare i più utilizzati), tre sono, a nostro avviso, particolarmente significativi, perché restituiscono l’idea di una comunità internazionale che, dal basso, si stringe attorno ai valori sui quali si è costruita nel corso degli ultimi due secoli e si adopera in prima linea per la loro difesa: #PorteOuverte, con cui molti parigini hanno aperto le porte delle loro case ai concittadini in fuga dai luoghi delle stragi, a testimonianza di un forte senso di corresponsabilità della società civile nei confronti delle istituzioni; #RechercheParis, simbolo di un impegno collettivo che non si esaurisce nel durante gli attentanti, ma si estende al dopo; infine #NotInMyName, hashtag lanciato da molte comunità musulmane e condiviso da utenti di ogni religione, perché a fronte di news media in cui abbiamo sentito utilizzare la parola “islam” come sinonimo di “terrorismo islamico” o di “isis”, in Rete si è voluto ribadire quanto sbagliato sia applicare la categoria dei “terroristi” a tutti coloro che hanno un diverso credo. Informare, dunque, come presupposto per reagire.

Quanto all’informazione “professionista”, mai come in questa circostanza essa ha mostrato come, oggi più che mai, un’informazione “professionale” – ovvero un’informazione che, parafrasando la celebre metafora di Pulitzer, sia realmente “vedetta sul ponte della nave di comando dello Stato” – non è necessariamente un’informazione “professionista”. A conferma di ciò, basta vedere i titoli con cui alcuni giornali italiani hanno aperto le loro edizioni odierne: dal Bastardi islamici di “Libero” e dal Massacro islamico de “Il Messaggero” ai forse più gravi non-titoli de “Il Manifesto” e “L’Unità”, quotidiani i quali hanno ritenuto di dedicare le loro prime pagine a Matteo Renzi o alla Terra dei Fuochi piuttosto che ai fatti di Parigi. Un’informazione “professionista”, dunque, in bilico tra advocacy journalism o market driven journalism, ma in entrambi i casi lontana anni luce da quella “professionalità” che invece è intima, connaturata, irrinunciabile in un trustee journalism.

Lungi dal voler fare, come recita un vecchio detto popolare, “di tutta l’erba un fascio” perché, limitando il discorso anche solo al nostro Paese, esistono molti e seri giornalisti professionisti che svolgono il loro lavoro con professionalità, riteniamo tuttavia opportuno, e per molti versi necessario sottolineare che, oggi più che mai, la parola “giornalismo” non può prescindere dalla parola “professionalità” e che, senza “professionalità”, il giornalismo professionale è destinato a scomparire.

L’ultima considerazione con cui vogliamo concludere questa nostra breve riflessione riguarda l’annoso dibattito tra reale e virtuale, e più in specifico la polemica che da anni si alimenta sul fatto che la Rete sarebbe diventata una sorta di para-realtà, nella quale tutti noi finiamo per rifugiarci al solo fine di scappare dalla vita reale. Nelle ultime ore, infatti, non sono mancati commenti che hanno rimarcato come, a fronte di questa forte, immensa mobilitazione in Rete, molte piazze parigine sono invece rimaste deserte, a cominciare da quella Place de la Republique in cui, appena dieci mesi orsono, i francesi sventolavano con orgoglio le proprie matite.

Vero, la gente stavolta non è scesa (ancora) in piazza. Lo ha fatto certamente per paura, come è stato giustamente rimarcato in molti telegiornali. Forse, ci permettiamo di obiettare, non lo ha fatto perché ha pienamente compreso la drammaticità della situazione, e ha intuito che scendere in piazza avrebbe semplicemente reso ancor più difficile il lavoro delle forze dell’ordine e delle istituzioni. Da questo punto di vista, a nostro avviso ha dato prova non di disinteresse o di paura, ma semplicemente di grande maturità.Ma non per questo non ha manifestato il proprio dissenso. Lo ha semplicemente fatto in un altro luogo, che tutto è, tranne che un non lieu. Lo ha fatto sulla Rete, affollando l’agorà forse più significativa oggi esistente.

di Marica Spalletta

Docente di Media e politica : Sistemi politici e tecniche della comunicazione
Corso di Laurea Triennale in Scienze della politica e dei rapporti internazionali

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