Intervista ad Alessandro Politi: geopolitica, sicurezza nazionale e comunicazione ai tempi dell’ISIS

Ines Macchiarola ha incontrato per Geopolitica.info Alessandro Politi, analista geopolitico e direttore della Nato Defense College Foundation, per discutere di ISIS, sicurezza nazionale e uso strategico della comunicazione di massa nella propaganda così come nel contrasto al fenomeno del fondamentalismo religioso.

Da Geopolitica.info

di Emanuele Schibotto
 

E’ in progressiva diminuzione la percezione della sicurezza in Europa, dopo gli attentati di Parigi e Copenaghen. Uno scenario dove gli spettri della paura prendono il volto di “foreign fighters”, ma anche di emulatori, e di terroristi imitatori. Quali sono le implicazioni geopolitiche e geostrategiche?

C’è una differenza profonda tra le percezioni politico-mediatiche effimere, i rischi concreti di terrorismo e la dimensione geopolitica. Benché il terrorismo abbia grande profilo nelle notizie, è generalmente un rischio molto limitato nei paesi in cui non è endemico. Ed i paesi a rischio endemico sono pochi (Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq e Nigeria, seguiti da Yemen, Somalia e  Colombia).

C’è anche da tener conto che il terrorismo è una forma di conflitto molto debole che punta molto sull’influenza che riesce ad esercitare sulle elite bersaglio della sua azione. I foreign fighters non sono un fenomeno nuovo, nuovo è il focolaio tra Siria ed Iraq: un lavoro che tocca in prima linea all’intelligence.

Come evolve il processo decisionale, e che caratteristiche acquisisce in questo contesto?

Il processo decisionale dei paesi occidentali è rimasto purtroppo lo stesso: troppo legato al momento ed all’opportunità politica tattica, incapace di capire realmente le particolarità dei teatri operativi. Quello dei gruppi terroristici si è affinato dopo decenni di lotta e di sopravvivenza agli strumenti sofisticati dei paesi più ricchi, oltre ad assorbire gli stilemi delle produzioni video nei casi più visibili.

Nella drammatica evoluzione della situazione in Libia, l’Italia si sentirebbe chiamata ad agire in prima linea anche contro la minaccia ISIS. Il mondo politico, ad esempio, si divide tra interventisti e non, tra analisti politici che richiamano  protocolli già esistenti da seguire, appelli alle Nazioni Unite, e all’ONU. Intanto, la percezione da parte dei cittadini è dell’assenza di risposte concrete, quasi si attendesse l’intervento di una forza esterna. Un quadro che sembra dimenticare l’importanza della “intelligence” all’interno dei processi di risoluzione dei conflitti. Qual è, e come si inquadra il ruolo della intelligence in queste circostanze?

L’intelligence è, se ben strutturata e ben impiegata, è una componente fondamentale per capire il problema, capire cosa è rilevante e quali sono le previsioni su determinati fenomeni. Tuttavia se c’è una classe dirigente mediocre, le conoscenze dell’intelligence non vengono capite e non si riesce ad applicarle in decisioni concrete, senza parlare del fatto che l’intera attività informativa decade in modo lento ma inarrestabile.

Quali sono i rischi di insuccesso collegati al sistema di comunicazione, quasi in salsa hollywoodiana, dei cybernauti firmati IS?

I rischi del successo della comunicazione ISIS è che abbia una presa ancora più facile su giovani che vogliono trovare una buona ragione per combattere, morire e vincere per una causa galvanizzante.

Allo stesso tempo però una buona comunicazione vale non solo quanto la sua qualità freschezza ed impatto, ma anche qual è la sua aderenza alla realtà propagandata. Credo che dietro il propagandato crudele eroismo che promette di essere vittorioso, vi sia una realtà molto più prosaica e spesso deludente per chi si è esaltato dietro una falsa visione dell’islam.

Quali sono le sue valutazioni dei rischi di un intervento militare nel caso dovessero fallire i tentativi diplomatici in Libia?

Il primo rischio è la scarsa consapevolezza sulla situazione nel paese e sul tipo di guerra che si dovrebbe affrontare. Se mancano questi elementi ci si avvierà verso fallimenti simili a quello iracheno. Il secondo è la carente chiarezza sulla missione e sui suoi scopi tattici e politici, unita all’insufficienza dei mezzi e/o al loro uso errato. L’ ultimo è l’incostanza nel perseguire gli obbiettivi fissati e nel raccogliere i frutti politico-economici di un intervento.

Negli ultimi 20 anni si può parlare di politiche incisive da parte dell’Italia in campo esteri?

Alcune politiche estere sono state incisive e tenacemente perseguite, specialmente nei rapporti con attori e paesi apparentemente indesiderabili. Al tempo stesso la posizione italiana nei diversi teatri politico-diplomatici si è obbiettivamente indebolita per la mancanza di partner istituzionali e bilaterali. ONU, NATO, UE non possono più essere le stelle polari della politica estera italiana, non più di quanto lo siano i vecchi rapporti bilaterali con Francia, Germania, Regno Unito ed USA. Siamo in una condizione di forte solitudine rispetto al passato e dobbiamo uscirne con iniziativa e coraggio.