Intesa sul nucleare iraniano: cosa cambia in meglio e in peggio per il Medio Oriente

Non c’è dubbio che l’accordo raggiunto a Vienna lo scorso 14 luglio tra l’Iran e il cosiddetto gruppo UE3+3 (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania) costituisca ad oggi il più importante successo diplomatico delle due amministrazioni Obama. Attaccato per i suoi passi falsi nella gestione del dossier siriano, parzialmente delegittimato dalla sconfitta nelle elezioni di mid-term del 2014 e criticato per gli scarsi risultati ottenuti dal cosiddetto approccio strategico “leading from behind”, il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è riuscito là dove cinque suoi predecessori avevano fallito. Il prezzo da pagare però è un peggioramento nelle relazioni con i tradizionali alleati americani nel quadrante mediorientale.

Ricorda Stephen Walt in “Alliances in a Unipolar World” (World Politics, vol.61, n.1, 2009) che tra le contraddizioni intrinseche a un sistema internazionale ordinato su base unipolare – o quantomeno tendente all’unipolarismo – si registra l’incapacità della potenza egemone di mantenere rapporti costruttivi con la complessità degli attori coinvolti nel sistema. In altre parole si potrebbe affermare che cooptare tra le proprie fila un nuovo alleato comporti, quasi sistematicamente, il peggioramento delle relazioni con i suoi diretti avversari, vicini o competitori. Nulla di nuovo per la politica internazionale. Eppure tale schema, perfettamente funzionale in una Guerra Fredda dove la quasi totalità degli Stati era chiamata a scegliere in quale schieramento allinearsi, appare un paradigma difficilmente riproducibile nel mondo post-bipolare. Difficile proclamarsi sostenitore della causa azera nel Nagorno-Karabakh se non si intende compromettere la propria amicizia con l’Armenia, o viceversa. Non meno complesso accogliere un leader religioso tibetano con gli onori tributati a un capo di Stato nel momento in cui si attribuisce vitale importanza alla crescita del dialogo diplomatico con la Cina.

La premessa teorica può forse chiarire la dimensione delle conseguenze strategiche che potrebbero prodursi sulla politica estera statunitense a seguito dello accordo raggiunto con Teheran. L’intesa sulla governance congiunta del programma nucleare iraniano – ispezioni dettagliate e frequenti secondo i protocolli IAEA, limitazione dei processi di arricchimento dell’uranio al solo impianto di Natanz, impossibilità pratica per l’Iran di dotarsi di ordigni nel prossimo decennio, progressiva abolizione delle sanzioni economiche – ha certamente una rilevanza storica per gli attori che l’hanno sottoscritto. I suoi benefici travalicano la scomparsa di un già remoto rischio di guerra atomica tra la Repubblica Islamica e “il grande Satana” americano: un Iran assertivo, ma non minaccioso per l’Occidente, potrebbe rappresentare un valido alleato nel contrasto al salafismo transnazionale dello Stato Islamico e dei suoi seguaci. Ciononostante al vantaggio strategico si lega un conseguente deterioramento dei rapporti tra i firmatari e coloro che mantengono una linea intransigente verso il regime degli Ayatollah, in primo luogo Israele e le monarchie del Golfo.

Benjamin Netanyahu ha commentato la notizia dell’accordo definendolo un errore con conseguenze potenzialmente catastrofiche, un’ulteriore conferma del pessimo stato di salute in cui versa l’amicizia che tradizionalmente lega le amministrazioni statunitensi ai vertici politici israeliani. Un trend divenuto evidente a seguito delle tiepide reazioni con cui la Casa Bianca ha accolto la rielezione del leader conservatore nella tornata elettorale dello scorso marzo e che, congiuntamente alle aperture europee sul riconoscimento formale della statualità palestinese (Svezia, Regno Unito, Francia) parrebbe suggerire una crescita dell’isolamento diplomatico israeliano. Nella peggiore delle ipotesi tale dinamica condurrà a un rafforzamento della percezione di accerchiamento strategico nella classe dirigente e militare dello Stato ebraico e, successivamente, a una escalation di tensione con le milizie sciite di Hezbollah, sostenute da Teheran e ben radicate in quei territori del Libano meridionale presidiati dalle forze interposizione ONU dell’operazione Unifil II, a guida italiana.

Più contenute, ma non certo entusiaste, le risposte pervenute da Riyad e dalle altre capitali della penisola arabica. L’intesa sul programma nucleare giunge in uno dei momenti di maggiore diffidenza mai registrati nei rapporti tra gli Stati Uniti e i ricchi regni sunniti e ad oggi l’Arabia Saudita sembra dubbiosa sulla capacità americana di continuare a svolgere quel decennale ruolo di arbitro indiscusso dei conflitti mediorientali. In Iraq la maldestra gestione della ricostruzione materiale e statale post-bellica ha lasciato mano libera a una leadership sciita che ha alimentato i risentimenti della popolazione sunnita, oggi egemonizzata dalla propaganda fondamentalista dell’ISIS. In Egitto i sauditi recriminano l’iniziale atteggiamento accomodante di Obama verso il governo Morsi e la fratellanza musulmana che lo sosteneva. Non meno critici i giudizi sull’operato nello scenario siriano, cartina di tornasole che rivela una contrazione nelle capacità coercitive della politica estera statunitense. Nella prospettiva dello Stato wahabita, l’accordo sul nucleare iraniano rischia di consegnare alla cintura settentrionale delle comunità sciite (iraniani, iraqueni del sud, alawiti, sciiti libanesi) un ruolo preponderante nella regione del Mashreq in un momento in cui la guerra civile yemenita sembra destabilizzare anche gli equilibri geopolitici del fronte meridionale.

Tuttavia, al netto dei timori israeliani e del peggioramento della reputazione statunitense nelle metropoli arabe, l’accordo potrebbe comunque favorire un processo di pacificazione su larga scala del quadrante mediorientale. L’impossibilità di ovviare a crisi ricorrenti nell’estero vicino e la crescente presenza nella regione di variabili imprevedibili – leggasi ISIS – potrebbe indurre i sovrani sauditi e il Consiglio di Cooperazione del Golfo ad aprire un tavolo di trattative con l’avversario iraniano. Del resto, come sottolinea Jane Kinninmont su Al Jazeera, una visione manichea e ideologizzata della secolare avversità tra le due grandi potenze islamiche dell’area trova poco riscontro persino nella storia recente. Ancora nel 1999 Mohammad Khatami, predecessore dell’odiatissimo Ahmadinejad, poteva recarsi in pellegrinaggio a La Mecca accolto e scortato dai reali sauditi; nel 2004 il vertice del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica veniva insignito a Riyad della massima onorificenza nazionale per i suoi sforzi nella normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Ne consegue che una concreta rottura diplomatica può essere fatta risalire solo ai tardi anni 2000 e alla competizione apertasi per la conquista di un ruolo egemone nello scenario politico del fragile Iraq emerso dalla fine dell’occupazione statunitense.

Quale che sia il ruolo, il prestigio o la posizione assunta da Washington nella contesa, Iran e Arabia Saudita potranno celebrare l’inizio di una nuova stagione di distensione tra mondo sciita e mondo sunnita solo a fronte di una stabilizzazione del contesto iracheno. Il che, ovviamente, presuppone una propedeutica soluzione del rebus geopolitico rappresentato dallo Stato Islamico. Salvato l’Iraq, forse, sarà possibile concentrare le attenzioni di tutti sulla pacificazione del conflitto israelo-palestinese.

di Gabriele Vargiu