La rivoluzione digitale e il tema delle competenze: la parola alla scuola

“La trasversalità della rivoluzione digitale determina la necessità che si diffonda una cultura digitale a tutti i livelli, partendo dalla Scuola, verso cui noi abbiamo da sempre profuso un impegno particolare. Questo impegno si deve estendere alla formazione di nuove competenze digitali da diffondere nella società, nelle imprese e nelle amministrazioni pubbliche, attraverso l’elaborazione di una visione strategica di e-leadership innovativa in grado di promuovere nel nostro Paese sviluppo e nuova occupazione. Riteniamo che questo Osservatorio contribuisca in maniera decisiva a indicare le direttrici di questo processo.”
Queste le parole introduttive di Bruno Lamborghini, presidente AICA, riportate nell’introduzione del Rapporto “Osservatorio delle Competenze Digitali 2015” condotto dalle principali associazioni ICT, AICA, Assinform, Assintel e Assinter Italia e promosso dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e realizzato da NetConsultingcube, presentato a Roma il 15 gennaio scorso durante il conve-gno “Cultura digitale, un investimento per la società”. Gli obiettivi principali di questo lavoro di ricognizione sono nello specifico quelli di monitorare l’impatto delle evoluzioni tecnologiche sulle competenze digitali, fotografare lo stato attuale delle competenze in relazione ai bisogni del mercato del lavoro e al quadro retributivo, valutandone la coerenza e gli eventuali gap tra offerta formativa e competenze richieste dalle imprese ed infine fornire un supporto di indirizzo al Piano di Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali di AGID. Il panel di riferimento è composto da 55 aziende del settore ICT, 30 aziende utenti e 35 tra enti della pubblica amministrazione centrale e locale.
L’indagine giunta alla sua seconda edizione, evidenzia il ritardo del Paese a reperire ed assorbire figure ICT altamente specializzate: in particolare si rileva la difficoltà a trovare professionisti in grado di guidare l’innovazione, esperti in ambito di Security, personale capace di ridisegnare e mantenere le architetture, esperti in digital media. Il Rapporto chiama in causa, tra gli altri, il mondo della scuola e dell’università, come assi strategici, determinanti per lo sviluppo di una matura cultura digitale. Dall’indagine condotta emerge ancora il gap tra offerta formativa del Paese ed esigenze del mercato del lavoro, sempre più orientato all’inserimento di professionalità digitali di alto profilo. Rapporti costanti tra mondo accademico, aziende e enti pubblici sono confermati dal 60% degli intervistati. Tra questi ad esempio pochi dichiarano di partecipare ai comitati di indirizzo dei corsi di studio, limitando la natura delle relazioni instaurate all’assorbimento di risorse per attività di stage o supporto a tesi di laurea sperimentali.
Molto bassi ancora risultano i rapporti tra aziende ICT e gli Istituti Tecnici/Istituti di Scuola di Istruzione Secondaria, attestandosi sulla percentuale del 27,3% delle aziende ICT e del 22% delle aziende utenti e degli enti pubblici. Ugualmente risulta poco conosciuta l’offerta di formazione specialistica (percorsi formativi ITS e IFTS), sia da parte delle aziende del settore ICT, sia da parte delle aziende utenti e degli enti pubblici. Indicativo che quelle aziende e quegli enti pubblici che sono venuti a contatto con queste realtà attraverso percorsi di alternanza scuola-lavoro offerte agli studenti siano stati soddisfatti dall’esperienza che hanno giudicato eccellente, seppur numericamente ancora troppo poco rilevante.
A fronte dell’analisi condotta, l’Osservatorio ribadisce quelle linee d’azione indispensabili per dotare il Paese di e-Leader capaci di attivare il cambiamento nei diversi settori della società. Il focus è sulle competenze e in particolare sulla necessità di applicare concretamente lo strumento di valutazione del Framework e-CF, adottato dall’Agenzia per l’Italia Digitale come riferimento delle competenze nelle Linee Guida per la cultura, la formazione e le competenze digitali. L’approccio che si intende promuovere è sistemico e investe la società nel suo complesso, dalla scuola alla società civile, dalle istituzioni alle imprese. Le principali sfide individuate riguardano la sensibilizzazione alle competenze digitali, la messa in opera di una piattaforma nazionale di risorse per la didattica coordinata dal MIUR, la definizione di criteri standard per la certificazione delle competenze digitali, l’avvicinamento dell’offerta formativa di scuole e università alle richieste del mercato del lavoro e la promozione di un dialogo e di uno scambio costante tra agenzie educative e imprese.
Nonostante il rapporto si sforzi di delineare linee di intervento congiunte e condivise in una logica multistakeholders, a nostro avviso, si evidenzia la tendenza ad orientare la riflessione sulle competenze esclusivamente in relazione alle esigenze del mercato del lavoro e al bisogno avvertito dalle aziende di assorbire profili professionali ICT di alto livello per aumentare la competitività delle imprese, sempre più inserite nella logica concorrenziale del mercato globale
It’s not about technology. It’s more about pedagogy and knowledge practices. We have to change our social practices and knowledge practices, and that often calls for changing and shaping our physical environment.” (Kirsti Lonka, University of Helsinki, dicembre 2012).
Affinché si possa concretamente diffondere una cultura digitale, è opportuno modificare pratiche sociali, organizzative, contesti e modelli di apprendimento, stimolando una riflessione sul piano pedagogico e socio educativo, che veda coinvolti direttamente gli attori del sistema educativo, in relazione alle proprie aspettative e ai propri bisogni sul tema, in linea con quanto si auspica di promuovere il Piano Nazionale Scuola Digitale. Il piano contiene 35 azioni, alcune sono azioni di indirizzo – azioni culturali ed epistemologiche – altre riguardano azioni di investimento, orientate in gran parte alla creazioni di partenariati e di laboratori territoriali integrati. La logica del piano può essere riassunta in quattro punti principali:
1) l’universalità degli interventi, non più orientati alla sperimentazione ma alla messa a sistema e al coinvolgimento di tutte le scuole sul territorio nazionale;
2) azioni mirate all’accesso e allo sviluppo di buoni ambienti di apprendimento, che non si limitino dunque al solo investimento in dotazioni tecnologiche per la scuola
3) innovazione didattica e organizzativa, che coinvolga non solo i docenti ma anche i dirigenti scolastici e i direttori amministrativi;
4) competenze, apprendimenti e impatto, in grado nel tempo di attirare investimenti anche dall’esterno poiché “Chi sta fuori dalla scuola spesso non ha investito nella scuola perché la scuola non era un buon compratore di innovazione”.
Il Documento di indirizzo del MIUR, presentato al termine del convegno da Damien Lanfrey (Segreteria tecnica del MIUR), insiste allora, non tanto sulla dimensione tecnologica quanto sulla dimensione culturale, educativa e organizzativa del sistema scuola italiano volendo essere concretamente: “un’azione culturale, che parte da un’idea rinnovata di scuola, intesa come spazio aperto per l’apprendimento e non unicamente luogo fisico, e come piattaforma che metta gli studenti nelle condizioni di sviluppare le competenze per la vita” (Piano nazionale Scuola digitale).
Ed è in questo spazio di riflessione che si colloca la ricerca “Competenze digitali a scuola” realizzata dal Centro di ricerca Dasic (Digital Administration and Social Innovation Center), dell’Università degli Studi “Link  Campus University”, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Presidi, per rilevare pratiche, competenze, fabbisogni ed esperienze virtuose che animano il sistema scuola su questo delicato e complesso versante.
In soli venti giorni di rilevazione sono stati raccolti 689 questionari mediante sistema di rilevazione on line a cui hanno partecipato docenti appartenenti a scuole di ogni ordine e grado così distribuiti: 5,81% afferenti alla scuola dell’infanzia; 27,43% alla scuola primaria; 22,21% alla scuola secondaria di primo grado e 44,56% alla scuola secondaria di secondo grado. La distribuzione territoriale vede il Centro quello maggiormente rappresentato in questa prima fase di rilevazione con il 48,29% di docenti che hanno partecipato alla rilevazione, seguito dal Nord Italia (34,11%) e dal Sud e Isole (17,60%). Contrariamente alla diffusa idea di una sorta di resistenza femminile all’uso delle tecnologie l’82,15% dei rispondenti sono donne, dato suffragato dal fatto che il sistema educativo è caratterizzato da una forte prevalenza del genere femminile, culturalmente maggiormente orientato alle relazioni di cura anche in ambito professionale. Le aree disciplinari in cui maggiormente si ricorre all’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono quelle umanistico-storico-letterarie (35,66%), seguite da quelle matematico-scientifiche (32,87%) e dalle lingue straniere (16,96%). E’ interessante anche osservare che il 65,68% dichiara di essere autodidatta, e che il 66% dei rispondenti valuta complessivamente bene il proprio grado di preparazione rispetto alle tecnologie digitali; mentre il 26,26% lo reputa sufficiente e circa l’8% lo reputa non sufficiente. Tuttavia, va segnalato che ben 114 rispondenti su 689 non si sono espressi, forse a indicare una certa difficoltà nell’autovalutarsi in merito alle proprie competenze digitali. Va inoltre detto che da un primo esame superficiale delle risposte si nota che i primi a partecipare alla rilevazione sono stati i docenti più esperti, fortemente orientati all’uso del digitale nelle loro prtaiche didattiche e professionali, in grado di promuovere sperimentazione e innovazione didattica mediante le nuove tecnologie. Ma la ricerca è ancora aperta, è ancora possibile dare il proprio contributo accedendo on-line al link https://it.surveymonkey.com/r/ricerca-competenze-digitali
E’ possibile la partecipazione al questionario fino al 30 marzo 2016.
Gli esiti dell’analisi saranno raccolti in un rapporto di ricerca e messi a disposizione delle istituzioni scolastiche perché nessun cambiamento può avvenire per decreto e nessuna tecnologia di per sé può essere considerata produttrice di innovazione e miglioramento. E’ necessaria una comprensione critica delle pratiche in uso perché le tecnologie modificano anche lo spazio dell’apprendimento individuale e collettivo, aprendo la via a nuove configurazioni relazionali dove la conoscenza diventa oggetto di scambio e di opportunità nel quadro di sviluppo delle Open Educational Resources che aprono una serie di rilevanti sfide e interrogativi strategici ai sistemi educativi. Affrontare il tema delle ICT e dei social media nelle sue ricadute educative mostra che la questione non può essere risolta banalmente in termini tecnologici (avere o non avere le tecnologie e l’accesso ad esse), senza curarsi di conoscerne usi effettivi e ricadute pratiche sui processi educativi e di apprendimento.
E’ necessario riconoscere la rilevanza del fattore umano, relazionale e sociale presente e veicolato all’interno di tali ambienti tecno-sociali. E’ altresì necessario sviluppare una visione di scuola digitale e una metodologia appropriata attraverso cui incorporare e veicolare con opportuno spirito critico e responsabilità personale conoscenza, relazioni sociali ed espressione di sé.
A fronte del ritardo italiano su questi temi, evidenziato da tutti i rapporti nazionali e internazionali, si registrano interessanti spazi di innovazione e sperimentazione che possono divenire volano di un cambiamento culturale ormai non più rinviabile, e che attraverso questo tentativo di dare voce alle scuole si vuole provare ad intercettare e valorizzare, perché la rivoluzione digitale e la formazione di competenze adeguate passano necessariamente dalla scuola; motivo per cui la scuola deve essere il primo interlocutore di ogni riflessione sullo sviluppo di competenze e abilità per muoversi consapevolmente nella digital era.

di Stefania Capogna e Maria Chiara De Angelis