La Turchia, il golpe e gli insuccessi della dottrina della profondità strategica

Il fallimento del colpo di stato ai danni di Recep Tayyp Erdogan ha messo in luce l’isolamento politico in cui la Turchia si è cacciata dopo tredici anni di governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). Nella dimensione internazionale l’ascesa al potere di Erdogan ha coinciso con una svolta della politica estera turca. Se già con la fine della Guerra fredda aveva conosciuto un rilancio per via degli spazi che le si erano aperti dinanzi, questa era pur rimasta sui binari dei rapporti tradizionali di amicizia/inimicizia della Turchia kemalista (Stati Uniti, Israele e alcuni Paesi europei da un alto, Russia, Grecia, Cipro, Armenia, Siria, Iran dall’altro). Il ritrovato attivismo le era valso l’appellativo di “guerriero post-Guerra fredda”.

L’isolamento odierno, invece, deriva principalmente da tre fattori che, interagendo, si sono reciprocamente rafforzati e hanno tracciato una linea di discontinuità tra la politica estera turca degli anni Novanta e quella degli anni Duemila: la forte connotazione ideologico-culturale impressa dall’AKP alla politica estera nazionale, il disinteresse per la prospettiva dell’integrazione nell’Unione Europea e il tentativo di condurre una politica estera più autonoma dalle posizioni degli Stati Uniti. La dottrina della “profondità strategica”, teorizzata dall’ex primo ministro turco Ahmet Davutoglu, ha così ridefinito il raggio di azione internazionale di Ankara, modificandone, anzitutto, le coordinate. La Turchia, infatti, non si è più percepita come una potenza occidentale, ma come una potenza appartenente al mondo islamico e, quindi, protesa verso oriente. I suoi sforzi, pertanto, sarebbero stati concentrati verso quei territori che, a diverso titolo, avevano avuto legami politici o culturali con l’Impero Ottomano – come l’Asia centrale, il Caucaso, i Balcani, il Medio Oriente e il Nord Africa – e che sarebbero dovuti entrare nella sua sfera d’influenza. A tal fine Ankara avrebbe dovuto cercare di ricucire le lacerazioni politiche, che destabilizzavano i territori oggetto della sua possibile penetrazione, e realizzare il principio dello “zero problemi” con gli Stati dell’area, in modo da affermare una sua nuova immagine di “potenza regionale benevola”.

Il progetto, tuttavia, non ha riscosso il successo sperato. Oggi la Turchia non solo intrattiene rapporti sempre peggiori con i suoi avversari storici, ma ha incrinato anche quelli con i suoi alleati. Il rifiuto di fornire il supporto logistico alla missione americana in Iraq nel 2003 è stato solo il primo passaggio del deterioramento delle relazioni con Washington, il suo alleato preferenziale da dopo il Secondo conflitto mondiale. Quest’ultima sostiene sempre più manifestamente il PDK in Iraq, facendo delineare scenari preoccupanti per Ankara in relazione alla possibilità del sorgere di un futuro Kurdistan indipendente. Il silenzio americano durato alcune ore nella notte del colpo di Stato, l’utilizzo della base NATO di Incirlik da parte dell’aviazione che ha appoggiato il golpe e l’ospitalità fornita a Fethullah Gulen (accusato da Erdogan di esserne l’ispiratore) stanno facendo paventare la possibilità di una futura uscita della Turchia dall’Alleanza Atlantica. D’altra parte le cancellerie europee non sono state più veloci di quella americana nel dichiarare il loro sostegno al presidente in carica. L’impressione che hanno fornito è stata quella di attendere l’evolversi della situazione, nella speranza tacita che venisse posto fine, con il minor spargimento di sangue possibile, a un regime che già da tempo stava uscendo fuori dal perimetro della democrazia. L’utilizzo dei migranti come strumento di pressione nei confronti dell’UE, unito ai sospetti riguardo al ruolo svolto da Ankara in relazione allo sviluppo dello Stato Islamico, ha fatto scemare le simpatie che ancora resistevano in Europa per il “sultano”. Anche le recenti scuse di Erdogan per l’abbattimento del Sukhoi russo (i cui responsabili figurano tra gli arrestati per il golpe) e il faccia a faccia che dovrebbero avere a breve con Vladimir Putin sembrano parte di una strategia dal respiro corto. Non solo la storia ci dice che Russia e Turchia inevitabilmente sono destinate ad avere interessi contrapposti. È l’attuale sistema di alleanze russo – che va dall’Iran all’Armenia passando per i Paesi della mezzaluna sciita – che difficilmente potrebbe metabolizzare al suo interno le posizioni e gli obiettivi della Turchia. A meno che Mosca non consideri Ankara un alleato più affidabile e dal valore strategico più elevato di Teheran e soci. Anche i recentissimi tentativi di riallacciare rapporti con Israele ed Egitto sembrano velleitari. Israele è contrario a quella revisione dello status quo del Medio Oriente che la Turchia ha favorito e che, fatta eccezione dei progetti indipendentisti dei curdi, continuerà a sostenere. L’Egitto, dal canto suo, non accetterebbe mai di tornare in un’area di influenza turca, né può permettersi alcuna concessione rispetto alle attività sul suo territorio e in quello degli Stati confinanti della Fratellanza musulmana (sostenuta da Erdogan, che all’indomani del golpe ne ha utilizzato il saluto alla fine del suo discorso).

E allora con chi potrebbe intensificare i suoi rapporti la Turchia post-democratica che si sta consolidando in questi giorni? Probabilmente con l’Arabia Saudita e il Qatar, con le quali non condivide solo la volontà di politicizzare l’Islam e il progressivo allontanamento dagli Stati Uniti. Una delle regole imperiture delle relazioni internazionali, d’altronde, è “il mio vicino è il mio nemico e il vicino del mio vicino è mio amico”.

di Gabriele Natalizia

Docente di Studi Politici e Internazionali