L’azione di classe ex art. 140-bis del Codice del consumo

Eventi di grande allarme sociale, in anni di scandali economici e finanziari – il caso Parmalat segna una sofferta stagione –, determinavano il legislatore nazionale a introdurre l’‘azione di classe’ con legge 23 luglio 2009, n. 99, all’art. 140-bis del Codice del consumo, cui avrebbe fatto seguito il d.l. 24 gennaio 2012, n.1, c.d. decreto ‘Salva Italia’, che all’art. 6 intitola <Norme per rendere efficace l’azione di classe>.

Non poche riserve, perduranti all’esito dell’iter legislativo, segnavano tale sforzo teso a delineare una versione nostrana della class action; perplessità, e riserve, inerenti alla disciplina dell’azione (co.1) e all’ambito dei diritti tutelati. Nella versione più recente questi avrebbero assunto caratteri di <diritti individuali omogenei dei consumatori e degli utenti> (co. 2) intendendosi confermare le compatibilità ai generali principi informanti l’ordinamento, ma la coerenza a una semiotica giuridica sviluppatasi nell’ambito di una teorica del diritto di ispirazione neoempiristica. Chiosava autorevole dottrina di settore: <singoli diritti soggettivi individuali sorti in occasione di dinamiche e comportamenti di massa […] generati da uno stesso comportamento o da comportamenti simili ripetuti>.

Le incoerenze di ordine tecnico rispetto al modello statunitense sarebbero rimaste invariate, nella sostanza, e il percorso di definizione dell’azione di classe contrassegnato da un andamento ‘più generale’ rispetto a quello seguito oltreoceano. Il nostro diritto era <ben lontano dal mostrare una convergenza transatlantica verso delle specifiche azioni di classe stile-Stati Uniti d’America>.

Singolari i tempi di introduzione del modus agendi.

Stringenti necessità inducevano il legislatore a confezionare un prodotto immediatamente operativo ragione di una qualche approssimazione nell’approccio alla tematica. E il prodotto finito, la legge redatta nella stesura definitiva, ne avrebbe sofferto peccando di imprecisione, assemblata come corpo estraneo al complesso della Legge finanziaria per il 2008 (legge 24 dicembre 2007, n. 244, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato), non casualmente, definita ‘ingens monstrum’ per eterogeneità e frammentazione delle disposizioni.      

La celerità nel varare la legge avrebbe colliso con l’esigenza di approntare uno strumento duttile idoneo ad assicurare tutela ai diritti collettivi razionalizzando, nell’unico testo, gli sparsi ed eterogenei disegni di legge in materia. Superati ancora nodi problematici, e intervenuti due regimi di proroga, si sarebbe giunti a una stesura definitiva del testo legislativo, anche questo, distinto da qualche oscurità. Si è costretti a constatare che <molte cose vi appaiono non ben risolte e così, altrettanto verosimilmente, ancora un po’ provvisorie>.

L’azione di classe, disegnata dalla legge 23 luglio 2009, n. 99, entrerà in vigore il 1° gennaio 2010 colmando una lacuna avvertita dell’ordinamento processualistico interno: la mancanza di un congegno che traducesse in pretese compatibili con l’ordinamento gli interessi collettivi diffusi, che misurasse le potenzialità del soggetto agente nella veste di ‘consumatore e utente’ a tutela dei propri ‘diritti individuali omogenei’.

A qualche anno di distanza dall’entrata in vigore della legge 99/2009 un bilancio che abbia caratteri di esaustività non è proponibile.  

Senza pretese di completezza analitica può dirsi che regge l’impianto legislativo e non si commetterebbero gravi errori logici se si asserisse che le potenzialità euristiche che il legislatore depone nella legge sono verificabili misurando la disposizione alla prova applicativa. Resta decisivo il monitoraggio costante così da permettere costanti aggiornamenti e consentire interventi ‘chirurgici’, all’occorrenza, efficaci e solerti.

Intendere un congegno del tipo dell’azione di classe è percepirne il sotteso di ‘deterrenza’.

Su questo occorrerà insistere e intendere che la deterrenza, nella prospettiva dell’azione dei classe, si interseca all’equità del rimedio, e in sinergia, deterrenza ed equità, restituiscono, avvalorata, la valenza ‘promozionale’ del diritto.

Il tema della tutela apprestata per i diritti detti ‘isomorfi’ – omogenei in quanto conformi e di identica configurazione – attiene al piano alto delle grandi questioni rispetto a cui si avverte, con maggiore pressione, il condizionamento sociale; in ordine a cui il diritto denunzia, al massimo grado, la complessità dei suoi percorsi interni: la renovatio dei rapporti pubblico-privato, la ricerca di modi inediti che contrastino gli insistenti fenomeni di ‘fondamentalismo’ in economia e di ‘interventismo’ nei mercati.

Ne sarebbe conseguita la effettiva difficoltà, in tempi di grandi sommovimenti, di preservare una impostazione del diritto inverata da una cultura sedimentata che al diritto privato, all’attitudine dei soggetti privati a interloquire, demandava lo spazio dell’esperienza. Né il piegare di queste ragioni, per vero, sarebbe stato affidabile aprendosi scenari di imponderabilità per il diritto: andavano preservati i muri maestri e occorreva intervenire per riammodernare, non già per distruggere.

L’azione di classe deve leggersi in questa chiave.

Sarebbe occorso preservare i piani di interlocuzione soggettiva delineando assetti di garanzia a tutela delle posizioni deboli, così, arginare il rischio di una tracimazione dei poteri forti, il sostanziarsi dell’arbitrio dei pochi. E l’introduzione dell’azione di classe corrisponde al segnale da tempo atteso in grado di riequilibrare le disparità generate dal circuito globale, espressione di un nuovo positivismo giuridico teso a correggere aporie e distorsioni del globalismo.

Primo obiettivo correggere le dislessie prodotte, sul piano sostanziale e sul piano giudiziale, nei rapporti tra individuo e impresa: squilibrio che sarebbe andato ben oltre la fisiologica contrapposizione degli interessi e che ora trova correttivo nell’art.140-bis del Codice del consumo.

Esegeta di questi andamenti la dottrina anglosassone.

Alla fine degli anni settanta si notava, con buone ragioni, che <the traditional notion of civil litigation as merely bilateral private dispute resolution is outmoded>, e le linee interpretative conducevano a un’idea elevata dell’azione di classe, non già solo congegno tecnico, schema processuale tout court, ma modus agendi portato di forti decise ragioni socio-economiche: <the rise of multi-national corporations and the development of a global economy that bring with them the potential for large-scale injuries resulting from worldwide product consumption>.

Visuale largamente condivisa che prova quanto la modernità giuridica sposti in avanti la soglia del diritto dei privati, le forme e i modi del diritto dei privati.

Forme, modi, da sempre inveranti il Geist del diritto europeo tendono a estendersi: <in so far as it rests upon increasingly outdated conceptions of the dynamics, functions, structure and governance requirements of litigation ad adjudication>.

Nel gioco dei contrasti, e degli interessi, emerge in piena luce, stagliate sullo sfondo le valenze di deterrenza, il carattere ‘promozionale’ dell’azione di classe modo di enabling litigation tale da riequilibrare assetti antagonisti, così, restituire una tutela a soggetti prima sofferenti.  

Ricorrendo a un’immagine di sicuro effetto è possibile restituire la ratio del rimedio, il senso della sua tipicità, dunque, <marchingegno escogitato per riequilibrare [una] situazione sia di disparità di capacità economiche sia di poste in gioco […], ossia la previsione della possibilità di una iniziativa processuale potenzialmente idonea ad aggregare tutte le posizioni singolari, seriali od isomorfe, in modo che si realizzi la perseguita parità di poste in gioco, e così anche una equipollenza in relazione al quid disputandum tale da giustificare una pari possibilità di investimento economico in previsione di un eventuale esito positivo del processo>. Lettura pregnante se si valuti che <l’impresa, per la quale il singolo processo ha un valore potenzialmente coincidente con il complesso del contenzioso discendente dalla medesima vicenda sostanziale, si trova dinanzi un soggetto del pari capace di dedurre cumulativamente in giudizio tutte le posizioni soggettive singolari e individuali che vengono aggregate all’interno dell’azione collettiva e capace altresì di “chiedere conto” congiuntamente di tutto il profitto indebitamente conseguito o di tutto il pregiudizio illegittimamente arrecato alla “classe”>.

L’azione di classe risponde a questa commixtio di esigenze e di aspettative.

Il ripristino di condizioni di giustizia tra i contendenti, la rimozione dei pregiudizi patiti dai singoli, l’eliminazione degli ingiusti profitti conseguiti dall’impresa è fascio di ragioni e volano di condotte virtuose a supporto delle ragioni del consumatore e dell’utente: volano di condotte virtuose per la stessa impresa.

La caratura delle posizioni in conflitto induce a ripudiare ogni fissità di ruoli pre-tracciati ed è possibile constatare come rilevino i profili di deterrenza vero nucleo di un disegno sofisticato di tutela dei diritti collettivi omogenei che rischiara come una <flashing yellow light>: nel processo statunitense outcome nel dispute theorizing, la deterrenza assume portata ineludibile nel processo civile seriale.

Sulla class action occorre dunque fermarsi, riflettere.

Tornare alle origini, verificare la coerenza dell’azione al sistema giudiziale statunitense, appurarne le ricadute negli ordinamenti sulla sponda europea dell’Atlantico.

Chiedersi se sussista continuità o discontinuità dei modelli.

Se i percorsi tendano a incanalarsi lungo direzioni convergenti e possano attenuarsi le distanze tra i sistemi così da pervenire a un modello di azione, unicum, che valga nel circuito globale del diritto.

di Carlo d’Orta