Le ragioni del ritiro della Russia dallo scenario siriano

Il ritiro di una parte consistente dei 5.000 militari russi schierati in Siria, annunciato da Vladimir Putin a poco più di due settimane dall’inizio della nuova tregua (27 febbraio), è stato oggetto di numerose interpretazioni e induce a riflettere su quelli che – al di là degli obiettivi proclamati ufficialmente – erano le reali intenzioni della missione iniziata lo scorso settembre. Nessun fattore preso singolarmente sembra spiegare questo repentino mutamento di rotta. Più probabilmente, infatti, una serie di ragioni diverse hanno indotto il presidente della Federazione Russa a optare per una soluzione che, come spesso accade quando c’è di mezzo il “nuovo zar”, ha spiazzato la maggior parte degli osservatori. Proviamo a riportare schematicamente quelli che ci sembrano i fattori più rilevanti, integrandoli con altri elementi di spiegazione su cui non è stata puntata a sufficienza la luce dei riflettori:

  1. Anzitutto la Russia si tira fuori dal pantano siriano nel corso di un cessate il fuoco frutto di una ritrovata collaborazione con gli Stati Uniti. Il Paese così ottiene un piccolo successo internazionale, dimostrando di saper ricorrere alla forza e, al contempo, sedere al tavolo dei negoziati. L’incremento del prestigio russo, inoltre, si combina con il sostanziale scarico sugli altri attori rimasti sul campo delle responsabilità – e quindi della fetta più consistente degli oneri – della futura gestione della crisi;
  2. Mosca riporta a casa buona parte del contingente, ma solo dopo aver messo in sicurezza le posizioni che detiene in Siria dal 2013. Le operazioni militari, infatti, più che a colpire lo Stato Islamico, sono state dirette a eliminare le fonti di minaccia agli avamposti russi nella Siria nord-occidentale, rappresentate principalmente da forze ribelli islamiste avversarie dell’ISIS alcune delle qualisono sostenute dagli Stati Uniti. La base navale di Tartous e quella aerea a Himeimym nella provincia di Latakia continueranno così a garantirealla Russia una capacità di proiezione dipotenza nella regione del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) e a soddisfare la sua tradizionale ambizione di avere un accesso diretto nel mar Mediterraneo. Quest’ultimo dato appare ancor più importante in un momento di alta tensione con la Turchia, che rischia di dissolvere il valore strategico della base navale di Sebastopoli sul mar Nero;
  3. Le truppe di terra hanno giocato un ruolo minore nelle operazioni di contrasto alle milizie ribelli e allo Stato Islamico, circoscrivendo la portata della loro azione al supporto fornito alle forze lealiste, nonché a quelle iraniane e di Hezbollah loro alleate. A riportare in equilibrio l’andamento del conflitto, piuttosto, sono stati i bombardamenti effettuati dall’aviazione. Inoltre la presenza di militari russi in una zona della Siria non molto distante dal confine con la Turchia avrebbe potuto costituire in futuro un nuovo fattore di attrito, dagli esiti imprevedibili, con Ankara. Tanto più che quest’ultimasta estendendo il suo controllo de facto su alcune porzioni di territorio siriano pericolosamente vicine a dove era dislocato l’esercito russo. Il ritiro delle truppe, quindi, non cambia in maniera radicale gli equilibri in campo e può evitare alla Russia la presenza di nuovi elementi di attrito con la Turchia;
  4. Il mantenimento di forze aree in Siria fa comunque di Moscauno dei garanti del cessate il fuoco e ne preserva la capacità di deterrenza rispetto a nuove avanzate da parte dei nemici di Bashar al-Assad. Scampato il pericolo del rovesciamento del regime di Damasco, tuttavia, il ritiro segue anche un’altra logica. Lasciare Assad nella condizione di dipendere dall’esterno per la sua sopravvivenza fisica e politica significa poterlo manovrare più facilmente e avere la capacità di imporgli, a seconda del mutare degli interessi russi, di proseguire la guerra o di negoziare la pace;
  5. La scelta del ritiro in questa fase, infine, nasconde, dietro una vittoria diplomatico-strategica di facciata, la realtà di un profondo scontro interno all’élite russa sul destino del Paese. Sembra che l’SVR, il servizio nazionale per l’intelligence esterna, da tempo stia cercando di frenare l’incremento dell’esposizione internazionale di Mosca, che si traduce nel suo impegno in un numero di teatri di crisi e di dimensioni politiche sempre maggiori. Non sarebbero solo gli Stati Uniti, quindi, a correre il rischio dell’overstretching. Anche la Russia potrebbe incappare in un gap tra risorse e impegni ancora prima di essere tornata definitivamente a essere una grande potenza globale, che costituirebbe un evento esiziale per le sue ambizioni internazionali. E la combinazione tra crollo dei prezzi energetici e sanzioni occidentali costituisce la principale variabile che ha determinato il rafforzamento del “partito” propenso ad una politica estera più prudente e che, certamente, è rimasto soddisfatto dalla proclamazione del missionaccomplished di Putin.

 

di Gabriele Natalizia

docente di
Corso Integrato di Diplomazia