Linee Strategiche – 08/12/2013

ACTA DIURNA / AGGIORNAMENTI QUOTIDIANI (a cura di Marco Emanuele)

– Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani. La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche. Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subito pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”. (…) (Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013)

– Nel mondo mancano sette milioni di medici. Nel mondo mancano 7,2 milioni di operatori sanitari professionisti, cifra che raggiungerà i 12,9 milioni fra vent’anni. Inoltre, l’accesso all’assistenza risulta essere ancora molto irregolare. I medici sono distribuiti in modo sproporzionato: il 42,3 per cento si concentra nel Nord America e il 19,3 per cento in Europa, mentre l’Africa può contare sul 2,4 per cento. E come se non bastasse, il continente nero perderà il trenta per cento di questa forza lavoro nei prossimi dieci anni. Sono questi i dati allarmanti diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) attraverso un rapporto. Secondo il documento, in 118 Paesi sui 186 esaminati il numero degli operatori sanitari è inferiore al livello di 59,4 ogni diecimila abitanti. La ragione di questa carenza sarebbe soprattutto l’invecchiamento dei medici e la mancanza di fondi. (L’Osservatore Romano, 8 dicembre 2013)

– Internet, ma non solo. Alla plenaria del dicastero per i laici Papa Francesco ricorda che l’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette. Ben venga la rete, straordinarie le possibilità offerte dall’uso di internet: utilissima la presenza della Chiesa nel mondo delle nuove tecnologie. Ma tutto ciò non può bastare all’annuncio del Vangelo. Non è un ridimensionamento del valore della comunicazione digitale, tanto meno un giudizio negativo circa l’uso delle nuove tecnologie per la diffusione della Parola. Papa Francesco – ricevendo sabato mattina, 7 dicembre, i partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per i laici – ha solo voluto ribadire che annunciare il Vangelo è qualcosa di diverso dalla semplice comunicazione. E “richiede relazioni umane autentiche e dirette” per “sfociare in un incontro personale con il Signore”. Riferendosi al tema della plenaria, “Annunciare Cristo nell’era digitale”, il Santo Padre ha colto l’occasione dell’udienza per riproporre una questione sempre attuale, quella del rapporto tra fede e cultura. E ha ricordato che la Chiesa nella sua lunga storia ha sempre accettato il confronto, anche con “filosofie di grande profondità” e con metodi educativi “di eccezionale valore”, ma senza cedere al compromesso “con alcune idee in contrasto con la fede”. Oggi mutano i tempi, ma il terreno del confronto è lo stesso. Ed è perciò necessario essere consapevoli che “certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole” da evitare. E potremo farlo, ha assicurato il Pontefice, solo con l’aiuto dello Spirito Santo, grazie al quale “scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore”. Dunque “non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche pur importanti” – ha ribadito – ma non bisogna dimenticare che si tratta soprattutto di “incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza”. (…) (L’Osservatore Romano, 8 dicembre 2013)

– Le cicatrici della storia. Le crescenti tensioni sorte riguardo a una manciata di isolette situate nel Mare cinese orientale potrebbero essere lette come un chiaro caso di politica muscolare. La Cina è in ascesa, il Giappone sta attraversando un periodo di depressione economica, e la penisola coreana rimane divisa: è naturale che la Cina tenti di riaffermare il proprio predominio storico sulla regione. Ed è altrettanto ovvio che il Giappone provi un forte nervosismo di fronte alla prospettiva di diventare una sorta di Stato vassallo (condizione alla quale i coreani sono più abituati). L’asservimento agli Usa, che il Giappone dovette subire a partire dal 1945, era l’inevitabile conseguenza di una guerra catastrofica, e in quanto tale la maggior parte dei giapponesi era disposta ad accettarlo. La sottomissione alla Cina sarebbe, invece, intollerabile. Tuttavia, poiché la politica nell’Asia orientale è ancora fortemente improntata a un modello dinastico, una spiegazione biografica potrebbe essere assai utile. (…) (Ian Buruma, la Repubblica, 8 dicembre 2013)

– La convergenza Usa-Cina e quel lampo di saggezza. Un lampo di saggezza, può essere giudicato l’accordo commerciale firmato la scorsa notte a Bali. Tiene aperta una porta che sembrava si stesse irrimediabilmente chiudendo, quella della liberalizzazione degli scambi multilaterali, cioè uguale per tutti i Paesi, senza esclusioni e sfoggi muscolari. La cosa interessante è che il tono e il senso della trattativa lo hanno dato Washington e Pechino. Quest’ultima perché, palesemente, preoccupata per gli accordi bilaterali e regionali che si stanno discutendo (fuori dalla Wto) e che la escludono: quello tra Usa e Europa e quello transpacifico. La Cina è stata servita bene, finora, dal multilateralismo e non vuole rinunciarvi: nel mondo, e anche tra i vicini asiatici, ha molti meno amici degli Stati Uniti e dunque gli accordi erga omnes la favoriscono. Washington – dice chi ha partecipato alle trattative, compreso il viceministro Carlo Calenda – ha da parte sua dimostrato leadership, nel senso che fin dall’inizio ha puntato al successo del negoziato: sia quando l’India sollevava problemi di sicurezza alimentare, sia quando Cuba portava in discussione l’embargo a cui la sottopongono gli Stati Uniti. E’ la prova che ancora oggi, 70 anni dopo la Seconda guerra mondiale, il commercio condotto su basi aperte e paritarie è una forza che unisce le nazioni, un antidoto ai conflitti. (Danilo Taino, Corriere della Sera, 8 dicembre 2013)

– Meno barriere negli scambi commerciali, dopo venti anni storico accordo al Wto. Spinta da 1.000 miliardi al Pil mondiale. L’intesa precedente risaliva all’Uruguay round del Gatt, 1994. Barroso: “Impulso all’economia”. Per il dg Azevedo potranno essere creati 21 milioni di posti, 18 nei Paesi in via di sviluppo. (…) (Roberto Mania, la Repubblica, 8 dicembre 2013)

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– Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani. La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche. Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subito pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”. (…) (Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013)

– Nel mondo mancano sette milioni di medici. Nel mondo mancano 7,2 milioni di operatori sanitari professionisti, cifra che raggiungerà i 12,9 milioni fra vent’anni. Inoltre, l’accesso all’assistenza risulta essere ancora molto irregolare. I medici sono distribuiti in modo sproporzionato: il 42,3 per cento si concentra nel Nord America e il 19,3 per cento in Europa, mentre l’Africa può contare sul 2,4 per cento. E come se non bastasse, il continente nero perderà il trenta per cento di questa forza lavoro nei prossimi dieci anni. Sono questi i dati allarmanti diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) attraverso un rapporto. Secondo il documento, in 118 Paesi sui 186 esaminati il numero degli operatori sanitari è inferiore al livello di 59,4 ogni diecimila abitanti. La ragione di questa carenza sarebbe soprattutto l’invecchiamento dei medici e la mancanza di fondi. (L’Osservatore Romano, 8 dicembre 2013)

– Internet, ma non solo. Alla plenaria del dicastero per i laici Papa Francesco ricorda che l’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette. Ben venga la rete, straordinarie le possibilità offerte dall’uso di internet: utilissima la presenza della Chiesa nel mondo delle nuove tecnologie. Ma tutto ciò non può bastare all’annuncio del Vangelo. Non è un ridimensionamento del valore della comunicazione digitale, tanto meno un giudizio negativo circa l’uso delle nuove tecnologie per la diffusione della Parola. Papa Francesco – ricevendo sabato mattina, 7 dicembre, i partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per i laici – ha solo voluto ribadire che annunciare il Vangelo è qualcosa di diverso dalla semplice comunicazione. E “richiede relazioni umane autentiche e dirette” per “sfociare in un incontro personale con il Signore”. Riferendosi al tema della plenaria, “Annunciare Cristo nell’era digitale”, il Santo Padre ha colto l’occasione dell’udienza per riproporre una questione sempre attuale, quella del rapporto tra fede e cultura. E ha ricordato che la Chiesa nella sua lunga storia ha sempre accettato il confronto, anche con “filosofie di grande profondità” e con metodi educativi “di eccezionale valore”, ma senza cedere al compromesso “con alcune idee in contrasto con la fede”. Oggi mutano i tempi, ma il terreno del confronto è lo stesso. Ed è perciò necessario essere consapevoli che “certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole” da evitare. E potremo farlo, ha assicurato il Pontefice, solo con l’aiuto dello Spirito Santo, grazie al quale “scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore”. Dunque “non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche pur importanti” – ha ribadito – ma non bisogna dimenticare che si tratta soprattutto di “incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza”. (…) (L’Osservatore Romano, 8 dicembre 2013)

– Le cicatrici della storia. Le crescenti tensioni sorte riguardo a una manciata di isolette situate nel Mare cinese orientale potrebbero essere lette come un chiaro caso di politica muscolare. La Cina è in ascesa, il Giappone sta attraversando un periodo di depressione economica, e la penisola coreana rimane divisa: è naturale che la Cina tenti di riaffermare il proprio predominio storico sulla regione. Ed è altrettanto ovvio che il Giappone provi un forte nervosismo di fronte alla prospettiva di diventare una sorta di Stato vassallo (condizione alla quale i coreani sono più abituati). L’asservimento agli Usa, che il Giappone dovette subire a partire dal 1945, era l’inevitabile conseguenza di una guerra catastrofica, e in quanto tale la maggior parte dei giapponesi era disposta ad accettarlo. La sottomissione alla Cina sarebbe, invece, intollerabile. Tuttavia, poiché la politica nell’Asia orientale è ancora fortemente improntata a un modello dinastico, una spiegazione biografica potrebbe essere assai utile. (…) (Ian Buruma, la Repubblica, 8 dicembre 2013)

– La convergenza Usa-Cina e quel lampo di saggezza. Un lampo di saggezza, può essere giudicato l’accordo commerciale firmato la scorsa notte a Bali. Tiene aperta una porta che sembrava si stesse irrimediabilmente chiudendo, quella della liberalizzazione degli scambi multilaterali, cioè uguale per tutti i Paesi, senza esclusioni e sfoggi muscolari. La cosa interessante è che il tono e il senso della trattativa lo hanno dato Washington e Pechino. Quest’ultima perché, palesemente, preoccupata per gli accordi bilaterali e regionali che si stanno discutendo (fuori dalla Wto) e che la escludono: quello tra Usa e Europa e quello transpacifico. La Cina è stata servita bene, finora, dal multilateralismo e non vuole rinunciarvi: nel mondo, e anche tra i vicini asiatici, ha molti meno amici degli Stati Uniti e dunque gli accordi erga omnes la favoriscono. Washington – dice chi ha partecipato alle trattative, compreso il viceministro Carlo Calenda – ha da parte sua dimostrato leadership, nel senso che fin dall’inizio ha puntato al successo del negoziato: sia quando l’India sollevava problemi di sicurezza alimentare, sia quando Cuba portava in discussione l’embargo a cui la sottopongono gli Stati Uniti. E’ la prova che ancora oggi, 70 anni dopo la Seconda guerra mondiale, il commercio condotto su basi aperte e paritarie è una forza che unisce le nazioni, un antidoto ai conflitti. (Danilo Taino, Corriere della Sera, 8 dicembre 2013)

– Meno barriere negli scambi commerciali, dopo venti anni storico accordo al Wto. Spinta da 1.000 miliardi al Pil mondiale. L’intesa precedente risaliva all’Uruguay round del Gatt, 1994. Barroso: “Impulso all’economia”. Per il dg Azevedo potranno essere creati 21 milioni di posti, 18 nei Paesi in via di sviluppo. (…) (Roberto Mania, la Repubblica, 8 dicembre 2013)

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– Nel mondo mancano sette milioni di medici. Nel mondo mancano 7,2 milioni di operatori sanitari professionisti, cifra che raggiungerà i 12,9 milioni fra vent’anni. Inoltre, l’accesso all’assistenza risulta essere ancora molto irregolare. I medici sono distribuiti in modo sproporzionato: il 42,3 per cento si concentra nel Nord America e il 19,3 per cento in Europa, mentre l’Africa può contare sul 2,4 per cento. E come se non bastasse, il continente nero perderà il trenta per cento di questa forza lavoro nei prossimi dieci anni. Sono questi i dati allarmanti diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) attraverso un rapporto. Secondo il documento, in 118 Paesi sui 186 esaminati il numero degli operatori sanitari è inferiore al livello di 59,4 ogni diecimila abitanti. La ragione di questa carenza sarebbe soprattutto l’invecchiamento dei medici e la mancanza di fondi. (L’Osservatore Romano, 8 dicembre 2013)

– Internet, ma non solo. Alla plenaria del dicastero per i laici Papa Francesco ricorda che l’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette. Ben venga la rete, straordinarie le possibilità offerte dall’uso di internet: utilissima la presenza della Chiesa nel mondo delle nuove tecnologie. Ma tutto ciò non può bastare all’annuncio del Vangelo. Non è un ridimensionamento del valore della comunicazione digitale, tanto meno un giudizio negativo circa l’uso delle nuove tecnologie per la diffusione della Parola. Papa Francesco – ricevendo sabato mattina, 7 dicembre, i partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per i laici – ha solo voluto ribadire che annunciare il Vangelo è qualcosa di diverso dalla semplice comunicazione. E “richiede relazioni umane autentiche e dirette” per “sfociare in un incontro personale con il Signore”. Riferendosi al tema della plenaria, “Annunciare Cristo nell’era digitale”, il Santo Padre ha colto l’occasione dell’udienza per riproporre una questione sempre attuale, quella del rapporto tra fede e cultura. E ha ricordato che la Chiesa nella sua lunga storia ha sempre accettato il confronto, anche con “filosofie di grande profondità” e con metodi educativi “di eccezionale valore”, ma senza cedere al compromesso “con alcune idee in contrasto con la fede”. Oggi mutano i tempi, ma il terreno del confronto è lo stesso. Ed è perciò necessario essere consapevoli che “certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole” da evitare. E potremo farlo, ha assicurato il Pontefice, solo con l’aiuto dello Spirito Santo, grazie al quale “scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore”. Dunque “non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche pur importanti” – ha ribadito – ma non bisogna dimenticare che si tratta soprattutto di “incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza”. (…) (L’Osservatore Romano, 8 dicembre 2013)

– Le cicatrici della storia. Le crescenti tensioni sorte riguardo a una manciata di isolette situate nel Mare cinese orientale potrebbero essere lette come un chiaro caso di politica muscolare. La Cina è in ascesa, il Giappone sta attraversando un periodo di depressione economica, e la penisola coreana rimane divisa: è naturale che la Cina tenti di riaffermare il proprio predominio storico sulla regione. Ed è altrettanto ovvio che il Giappone provi un forte nervosismo di fronte alla prospettiva di diventare una sorta di Stato vassallo (condizione alla quale i coreani sono più abituati). L’asservimento agli Usa, che il Giappone dovette subire a partire dal 1945, era l’inevitabile conseguenza di una guerra catastrofica, e in quanto tale la maggior parte dei giapponesi era disposta ad accettarlo. La sottomissione alla Cina sarebbe, invece, intollerabile. Tuttavia, poiché la politica nell’Asia orientale è ancora fortemente improntata a un modello dinastico, una spiegazione biografica potrebbe essere assai utile. (…) (Ian Buruma, la Repubblica, 8 dicembre 2013)

– La convergenza Usa-Cina e quel lampo di saggezza. Un lampo di saggezza, può essere giudicato l’accordo commerciale firmato la scorsa notte a Bali. Tiene aperta una porta che sembrava si stesse irrimediabilmente chiudendo, quella della liberalizzazione degli scambi multilaterali, cioè uguale per tutti i Paesi, senza esclusioni e sfoggi muscolari. La cosa interessante è che il tono e il senso della trattativa lo hanno dato Washington e Pechino. Quest’ultima perché, palesemente, preoccupata per gli accordi bilaterali e regionali che si stanno discutendo (fuori dalla Wto) e che la escludono: quello tra Usa e Europa e quello transpacifico. La Cina è stata servita bene, finora, dal multilateralismo e non vuole rinunciarvi: nel mondo, e anche tra i vicini asiatici, ha molti meno amici degli Stati Uniti e dunque gli accordi erga omnes la favoriscono. Washington – dice chi ha partecipato alle trattative, compreso il viceministro Carlo Calenda – ha da parte sua dimostrato leadership, nel senso che fin dall’inizio ha puntato al successo del negoziato: sia quando l’India sollevava problemi di sicurezza alimentare, sia quando Cuba portava in discussione l’embargo a cui la sottopongono gli Stati Uniti. E’ la prova che ancora oggi, 70 anni dopo la Seconda guerra mondiale, il commercio condotto su basi aperte e paritarie è una forza che unisce le nazioni, un antidoto ai conflitti. (Danilo Taino, Corriere della Sera, 8 dicembre 2013)

– Meno barriere negli scambi commerciali, dopo venti anni storico accordo al Wto. Spinta da 1.000 miliardi al Pil mondiale. L’intesa precedente risaliva all’Uruguay round del Gatt, 1994. Barroso: “Impulso all’economia”. Per il dg Azevedo potranno essere creati 21 milioni di posti, 18 nei Paesi in via di sviluppo. (…) (Roberto Mania, la Repubblica, 8 dicembre 2013)
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