Linee Strategiche – 13/10/2013

progetto a cura di Marco Emanuele (lineestrategiche@gmail.com, 393/8697706)
 Il mondo della vita, integrazione dei processi della vita, è un contesto nel quale i vissuti si contamino e si fecondano. Contesto pienamente umano, il mondo della vita è incerto e fragile. 
 
L’incertezza deriva dal fatto che la nostra vita scorre nella concretezza di ogni esperienza umana, ciascuna differente da ogni altra. Prendere atto dell’incertezza, esserne consapevoli, non significa sentirsi precari, tutt’altro; significa diventare flessibili, vivere il e nel cambiamento, guardare oltre l’imminenza, al piano delle transizioni che sono l’istante tempiterno e globale nel quale sintetizziamo e ri-lanciamo il progetto umano cosmoteandrico in noi. Trasformandoci nelle transizioni integriamo, in ogni momento della vita, esperienze ed aspirazioni, mettendoci in gioco; ciò accade nel quadro delle nostre reciproche imperfezioni, essendo ri-creatori nel ri-crearci, respirando l’altro che ci è differente. Il piano della differenza pone le difficoltà dell’integrazione, processo necessario, mai lineare ma sempre (e naturalmente) complesso. L’integrazione si nutre di avanzamenti e di arresti, di talenti e di limiti, in una “umanità incarnata” che esprime tutte le nostre contraddizioni. Ecco l’incertezza, che ci chiama a vivere e non a prevedere, bensì a progettare insieme.
 
La fragilità del mondo della vita vive nella sua incertezza. Il progettare insieme, se da un lato è l’opportunità che ci viene data dalla nostra natura umana, dall’altro lato chiede grande consapevolezza e pazienza; per “liberarci liberando” (per ri-creare) bisogna prima di tutto mediare le reciproche convinzioni, ponendo la ragione (e le nostre ragioni) sul piano della relatività. Il dialogo liberante, massima espressione della libertà fra persone (la mia libertà comincia dove comincia quella dell’altro), passa dall’incontro e dal confronto. In una situazione come l’attuale, nella quale ci sentiamo “individui”, occorre prima di tutto un grande “disarmo culturale”; qui, nel discutere le nostre (presunte) certezze, si colloca la sfida più grande, quella di pensare all’ “oltre” e di non rimanere prigionieri delle nostre auto-referenzialità.
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