Linee Strategiche – 26/10/2013

progetto a cura di Marco Emanuele (lineestrategiche@gmail.com, 393/8697706)
La danza della vita è dialogo ricreatore, in cammino. Il dialogo è essenza di un “umanesimo cosmoteandrico” che, a ben guardare, va rifondato.
Intendo l’umanesimo come il processo dell’umano che si ricrea nel contesto globale del reale, ciascuno di noi riappropriandosi del mondo della vita. Un mondo che ci coappartiene per natura e dal quale, paradossalmente, sembriamo allontanarci. Sembriamo spaventati da ciò che siamo, dalle difficoltà dei cambiamenti che, invece, ci restituiscono più umani alla storia; la paura del profondo di noi ci rende indifferenti alle sorti dell’altro e ciò ci spinge ad essere esasperatamente competitivi e non naturalmente cooperativi.

L’umanesimo è un processo complesso, non lineare. In esso, infatti, ci siamo noi per quelli che siamo, persone che incarnano contemporaneamente limiti e talenti, contemporaneamente chiuse nell’autoreferenzialità ed aperte all’alterità, contemporaneamente collocate in uno spazio territoriale limitato e cittadini planetari. Dobbiamo guardare all’umanesimo come ad un fatto progettuale dell’umano, che mano a mano si ricostruisce in una sintesi perenne e mai semplificante della sua complessità. L’umanesimo è l’espressione della profondità dell’umano nell’ “essere che diviene”, che prende forma – diversa in ogni istante – nella sua capacità di essere cambiamento; essendo cambiamento siamo generatori dei cambiamenti della realtà nella quale siamo immersi. Detto questo, il cambiamento non può farci paura poiché si tratterebbe di una paura verso noi stessi. Eppure è così, talvolta ci nascondiamo dalle nostre fragilità, portando fuori la nostra parte più forte, quella che ci dà una sicurezza imminente, che risponde alla nostra ansia di certezza; l’umanesimo progettuale vive nell’incertezza della condizione umana che caratterizza noi stessi e, di conseguenza, il nostro vivere. Incertezza  che ci dà il passo del nostro cammino, sfidante perché difficile, di noi esseri umani chiamati ad essere trascendenti (dunque in continua trasformazione, in cambiamento) per dare un senso alla nostra immanenza, al nostro stare nel mondo.

Scrivono con noi

Pino Salerno, filosofo: E’ ancora nelle sale cinematografiche un film intrigante e controverso, “Gravity”. La trama è da classico della cinematografia fantascientifica: due astronauti, George Clooney e Sandra Bullock, riparano un satellite per comunicazioni a 600 chilometri di distanza dalla Terra, dove, appunto, non c’è più gravità. Il “tranquillo” lavoro di manutenzione viene funestato da una pioggia di detriti prodotti da altri satelliti, frantumati da una serie di collisioni. Ovviamente, anche la navetta dei nostri due astronauti-eroi viene colpita. Il film, da questo punto, procede fino alla fine come ricerca della salvezza, costruendo una narrazione dialettica che presenta due poli: da un lato, il naufragio nello spazio fino alla disintegrazione come pericolo costante e imminente, e dall’altro, la Terra come sfondo (nella versione tridimensionale del film, il nostro pianeta è sempre sullo sfondo, nella sua straordinaria, incommensurabile bellezza) sulla quale cercare il definitivo approdo salvifico. La trama, come si vede, è apparentemente semplice, ma la ricchezza di questo film non è nella sua trama. Si potrebbe dire: è nelle sue trame, al plurale, narrative, filosofiche, simboliche, perfino religiose. E’ nella forza delle sue immagini. Perché lo cito qui, in questo blog che parla di complessità, di cosmoteandrismo e di mondi della vita husserliani? Perché talvolta un film, o più in generale l’arte, ci aiuta a capire in modo più diretto ed efficace concetti complessi dentro i quali si fa fatica estrema ad entrare. Intanto, la gravità: è una legge fisica che c’inchioda sulla Terra, e che consideriamo come un limite, il cui superamento è oggetto da due secoli della Scienza e della Tecnica contemporanee (il volo di un aereo, ad esempio). E tuttavia, qualora non vi fosse, sarebbe probabilmente negata la possibilità stessa della vita sulla Terra. Il grande paradosso degli abitatori umani e non umani della Terra: la struttura geofisica del Pianeta impone vincoli e limiti estremi, eppure dalle sue stesse caratteristiche esplode la vita. Dal limite naturale più grande, la gravità, nasce il progetto umano più ambizioso: il suo superamento mediante il complesso scientifico e tecnico. Potremmo dire che la gravità come limite e come campo di possibilità descrive bene il primo dei poli relativi alla nostra condizione, il Cosmo, o la Natura, della quale siamo parte, anche in virtù della struttura anatomica e fisiologica (che ovviamente risponde alla legge gravitazionale). Leggi biologiche e leggi fisiche dettano gli spazi entro cui si esercitano la libertà e la necessità (come direbbe Monod) dei viventi sul Pianeta Terra. Dunque, questo spazio “cosmico” è all’origine della Lebenswelt, del mondo della vita. In qualche modo, ne detta la trascendentalità, ovvero il campo delle sue stesse possibilità. Come si vede, la “cosmicità” del mondo della vita è insieme limite e potenzialità, compressione e apertura. E’ da questa condizione originaria che trae origine la sfida alla ragione umana. E’ da questa condizione originaria che trae origine il senso stesso della Scienza: essere utile per il miglioramento della condizione “cosmica” dell’uomo, per il superamento dei suoi limiti originari. Ma da questa condizione originaria trae origine anche il pensiero teologico, come tentativo di costruire un senso alla sfida dell’oltrepassamento del limite nel qui ed ora.
In sostanza, la condizione cosmoteandrica trova conferma nel mondo della vita, dove tutto trae origine e senso. E non solo. In virtù di questo legame, viene finalmente superato, nella esistenza concreta e nel vissuto di ogni uomo, il paradossale e inutile scontro tra culture, quella umanistica contro quella scientifica: nella medesima condizione del mondo della vita, il cosmo diventa cosmologia, il theos diviene teologia e l’aner diviene antropologia. Il mondo della vita originario che abbraccia la condizione cosmoteandrica, come si vede, ha anche il pregio di conciliare le culture umane, in un unico abbraccio dotato di senso. E tutto questo, a partire dalla gravità, la legge fisica che è metafora stessa della condizione umana.
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