Linee Strategiche – 28/10/2013

progetto a cura di Marco Emanuele (lineestrategiche@gmail.com, 393/8697706)
Nel riflettere sull’umanesimo progettuale ritrovo, prima di tutto, la necessità di narrarlo. La narrazione dell’umanesimo è il percorso culturale, personale e comune, della vita; è la vita che si narra, è il mondo della vita che si esprime nella sua totalità incarnata in ciascuno. E’ una narrazione complessa, sempre in ricerca. E’ una narrazione pulsante, un respiro culturale, è il talento dell’umanità che si riappropria culturalmente di sé. Cominciamo da qui a comporre il prisma dell’umanesimo progettuale, nel contesto di una filosofia della riappropriazione.
L’umanità non può mai separarsi fra chi spiega e chi impara. Ciascuno di noi, infatti, è, in ogni istante della vita, maestro e testimone, chiamato (direi vocato) ad insegnare e ad apprendere; ciascuno di noi è soggetto di conoscenza, ricreatore culturale della vita attraverso la creatività e la responsabilità. Questi talenti, processi virtuosi, sono compenetrati l’uno nell’altro e si fecondano reciprocamente; mentre la creatività ci fa vivere l’oltre che già ci percorre, facendoci vivere nel cuore della visione, la responsabilità ci aiuta a farlo insieme, liberandoci ciascuno nell’altro e nella globalità dell’essere persone-mondo.
La sfida della creatività e della responsabilità, della quale ci dobbiamo riappropriare, dà senso alla narrazione dell’umano; una narrrazione che è sempre corale, espressione di ogni “sé” come sintesi della realtà complessa in noi. In noi e fra di noi si sviluppa una narrazione che è dialogo, alterità libera in quanto liberante e trasformante tutte le parti interessate che, aprendosi, dichiarano il limite del proprio “sé” nei termini della propria presunta autosufficienza. Nell’atto del narrarci facciamo parlare un “sé” aperto, in liberazione, dunque facciamo parlare il mondo attraverso la nostra originalità, il nostro modo di essere; non dobbiamo avere paura di narrarci perché il prezzo del non farlo sarebbe troppo alto, corrisponderebbe ad una degenerazione del progetto umano.  La natura umana, infatti, va narrata nella sua realtà di sintesi continua fra speranze e delusioni, fra vittorie e sconfitte, fra bene e male; questa è la verità della condizione umana, l’essenza della vita.
Nella narrazione dell’umanesimo progettuale, luogo culturale dell’umano che si ricrea, pensiero ed azione costituiscono un unico processo di senso.  Penso che questa frase ponga in evidenza una delle criticità più vere e profonde che riguardano la condizione umana oggi; quell’idea sbagliata e pericolosa che, nella vita, pensiero ed azione siano ambiti separati.  Quando narriamo la vita siamo noi per quello che siamo ed avvertiamo che l’esperienza umana evolve in un naturale complesso di senso, nel quale viviamo in modo pieno la nostra particolare esperienza di vita. Nella vita non c’è mai qualcosa di concreto in quanto tale o di astratto in quanto tale; tutto è energia vitale e tutto contribuisce a fare sintesi in ogni “sé” che costituisce il nostro originale contributo alla narrazione del progetto umano cosmoteandrico.
La parola narrazione va decostruita nel suo significato di semplice racconto e ricostruita sul piano del suo essere “pensiero per l’azione e azione per il pensiero”.

Scrivono con noi

Pino Salerno, filosofo: E’ ancora nelle sale cinematografiche un film intrigante e controverso, “Gravity”. La trama è da classico della cinematografia fantascientifica: due astronauti, George Clooney e Sandra Bullock, riparano un satellite per comunicazioni a 600 chilometri di distanza dalla Terra, dove, appunto, non c’è più gravità. Il “tranquillo” lavoro di manutenzione viene funestato da una pioggia di detriti prodotti da altri satelliti, frantumati da una serie di collisioni. Ovviamente, anche la navetta dei nostri due astronauti-eroi viene colpita. Il film, da questo punto, procede fino alla fine come ricerca della salvezza, costruendo una narrazione dialettica che presenta due poli: da un lato, il naufragio nello spazio fino alla disintegrazione come pericolo costante e imminente, e dall’altro, la Terra come sfondo (nella versione tridimensionale del film, il nostro pianeta è sempre sullo sfondo, nella sua straordinaria, incommensurabile bellezza) sulla quale cercare il definitivo approdo salvifico. La trama, come si vede, è apparentemente semplice, ma la ricchezza di questo film non è nella sua trama. Si potrebbe dire: è nelle sue trame, al plurale, narrative, filosofiche, simboliche, perfino religiose. E’ nella forza delle sue immagini. Perché lo cito qui, in questo blog che parla di complessità, di cosmoteandrismo e di mondi della vita husserliani? Perché talvolta un film, o più in generale l’arte, ci aiuta a capire in modo più diretto ed efficace concetti complessi dentro i quali si fa fatica estrema ad entrare. Intanto, la gravità: è una legge fisica che c’inchioda sulla Terra, e che consideriamo come un limite, il cui superamento è oggetto da due secoli della Scienza e della Tecnica contemporanee (il volo di un aereo, ad esempio). E tuttavia, qualora non vi fosse, sarebbe probabilmente negata la possibilità stessa della vita sulla Terra. Il grande paradosso degli abitatori umani e non umani della Terra: la struttura geofisica del Pianeta impone vincoli e limiti estremi, eppure dalle sue stesse caratteristiche esplode la vita. Dal limite naturale più grande, la gravità, nasce il progetto umano più ambizioso: il suo superamento mediante il complesso scientifico e tecnico. Potremmo dire che la gravità come limite e come campo di possibilità descrive bene il primo dei poli relativi alla nostra condizione, il Cosmo, o la Natura, della quale siamo parte, anche in virtù della struttura anatomica e fisiologica (che ovviamente risponde alla legge gravitazionale). Leggi biologiche e leggi fisiche dettano gli spazi entro cui si esercitano la libertà e la necessità (come direbbe Monod) dei viventi sul Pianeta Terra. Dunque, questo spazio “cosmico” è all’origine della Lebenswelt, del mondo della vita. In qualche modo, ne detta la trascendentalità, ovvero il campo delle sue stesse possibilità. Come si vede, la “cosmicità” del mondo della vita è insieme limite e potenzialità, compressione e apertura. E’ da questa condizione originaria che trae origine la sfida alla ragione umana. E’ da questa condizione originaria che trae origine il senso stesso della Scienza: essere utile per il miglioramento della condizione “cosmica” dell’uomo, per il superamento dei suoi limiti originari. Ma da questa condizione originaria trae origine anche il pensiero teologico, come tentativo di costruire un senso alla sfida dell’oltrepassamento del limite nel qui ed ora.
In sostanza, la condizione cosmoteandrica trova conferma nel mondo della vita, dove tutto trae origine e senso. E non solo. In virtù di questo legame, viene finalmente superato, nella esistenza concreta e nel vissuto di ogni uomo, il paradossale e inutile scontro tra culture, quella umanistica contro quella scientifica: nella medesima condizione del mondo della vita, il cosmo diventa cosmologia, il theos diviene teologia e l’aner diviene antropologia. Il mondo della vita originario che abbraccia la condizione cosmoteandrica, come si vede, ha anche il pregio di conciliare le culture umane, in un unico abbraccio dotato di senso. E tutto questo, a partire dalla gravità, la legge fisica che è metafora stessa della condizione umana.
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