Linee Strategiche – 31/10/2013

progetto a cura di Marco Emanuele (lineestrategiche@gmail.com, 393/8697706)
(di Marco Emanuele)
La sfida dell’umanesimo progettuale è nella ricerca continua dell’unità integrata del genere umano nel contesto cosmoteandrico e dell’unità della conoscenza. Il dato che ci troviamo a vivere è quello della separazione del genere umano in sé, del distacco del genere umano (separato in sé) dall’ambiente naturale (quasi che l’occuparsene fosse una scelta e non un’attività connaturata alla nostra natura) (1), della frammentazione della conoscenza in saperi disciplinari che non comunicano.
Si tratta, con tutta evidenza, di una sfida epocale. Una sfida che mette in gioco “il tutto” di noi stessi, la nostra creatività e la nostra responsabilità. La creatività è il talento umano di ricreare ciò che è creato, prima di tutto ritrovando l’integrazione naturale fra soggetto e contesto e recuperando quello slancio progettuale che nasce dal dialogo fra “differenti umani” che hanno il fine comune di convivere. Attraverso la creatività possiamo ricreare ricreandoci, superando l’equivoco (fattosi abitudine consolidata) che il nostro atteggiamento verso la realtà non modifichi la realtà stessa, non la trasformi, non la renda cambiamento nell’ “essere in continuo”. Qui entra in gioco la responsabilità, il talento che ci fa ritrovare vocati all’oltre che ci percorre, quello che ci dà senso; oltre che è l’altro, la parte di noi che ancora non conosciamo, e nell’altro. La responsabilità è prima di tutto personale ma è un processo aperto, di consapevolezza che non siamo soli e che, in ragione di ciò, non possiamo che salvarci insieme.
Ripensare l’umanesimo in termini progettuali significa riappropriarcene ed esso non può che rinascere in piccoli ambiti comunitari, laddove si renda possibile ricreare relazioni, reimparare l’armonia destrutturando la separazione. Dobbiamo partire, io credo, dal riprendere coscienza della nostra complessità, ripensandoci “soggetti” e, dunque, pienamente umani. Soggetti con tutti i nostri limiti e con tutte le nostre potenzialità, ben sapendo che ogni essere umano che ci vive intorno è portatore di limiti e di potenzialità.  Nessuno, da solo, può tracciare una linea pensando che la storia cominci o ricominci da sé (2). Eppure siamo in questa condizione, rischiamo di ripiombare nella preistoria della condizione umana. Nella comunità si ritrova il gusto della vicinanza, dello stare insieme, del  condividere, del convivere; quanto tutto questo sia importante lo si nota nell’abissale distanza che caratterizza i rapporti anche con il nostro vicino di scrivania, nell’individualismo dominante, nell’incapacità che abbiamo di godere delle gioie altrui e nell’abitudine di considerare le sofferenze altrui come un qualcosa che non ci tocca, che non ci riguarda, che costituisce un problema solo dell’altro; come se l’altro non fosse il nostro “io” trasformato.
L’umanesimo, dunque, vive nella sintesi continua fra ricreazione e destrutturazione. In quanto umani non siamo perfetti e lo sforzo che ci è richiesto è, primariamente, quello di non pensare di esserlo; tale presa d’atto ci fa accettare l’imperfezione e l’incertezza come dati naturali della condizione umana, di ciascuno di noi e della realtà. Da un ente meravigliosamente imperfetto, come la persona, non può che scaturire una realtà imperfetta. La sfida dell’umanesimo, creativamente e responsabilmente, sta nel lavorare sulla “tensione alla perfezione” che vive nell’essere che vive pienamente.
L’umanesimo, altresì, è un processo che deve fare i conti con le caratteristiche del periodo storico nel quale siamo chiamati a vivere. Dove si sviluppa, come si sviluppa nel mondo di oggi il talento del “pienamente umano” ? Bene sottolinea Remo Bodei, in “Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri”, la “domanda che  (…) si presenta necessariamente nel nostro tempo e nella nostra cultura: come orientarsi e situarsi nel mondo in base a certi modelli, criteri e immagini di vita migliore ? (…) Fino a non molti decenni fa, per chi poteva permettersela, l’educazione era abbastanza uniforme, legata a canoni relativamente consolidati che trasmettervamo i modelli da imitare. Rispetto alle generazioni precedenti, orientarsi e trovare la propria strada appare oggi non tanto più difficile, quanto diversamente difficile. I motivi sono sotto gli occhi di tutti: la moltiplicazione e impollinazione reciproca di modluli culturali appartenenti a civiltà prima separate, – dovute allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa e alle migrazioni massicce di popolazioni di lingua e tradizioni differenti -, l’aumentata divisione del lavoro e la sua scarsità, il rapido dispiegarsi dei saperi tecnico-scientifici, la perdita di prestigio dell’educazione umanistica, la maggiore frammentazione delle società. (…)”.
1. (…) Dobbiamo riscoprire la meraviglia per la natura che, in noi e fuori di noi, priva di riflessione, ci determina e ci guida, sentire nuovamente lo stupore che questa esperienza elementare ha suscitato negli uomini per millenni, alimentando religioni, filosofie e letterature. (…)
(…) la percezione del nostro dipendere dalla natura è spesso diminuita a tal punto che, a livello di senso comune, l’abbiamo quasi dimenticata (con immotivata sorpresa solo nei momenti di emergenza, quando imperversano epidemie o cataclismi). (…)  
(Remo Bodei – Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri – Feltrinelli 2013)
2. (…) Se è vero che ognuno costituisce una novità inimitabile, inizia una nuova storia al cui centro inevitabilmente si pone, è anche vero che si trova dinanzi a una realtà già fatta. Venire al mondo non significa però cadere in un contenitore immobile e indifferenziato, ma entrare a far parte di un ordine complesso e cangiante, composto da istituzioni, poteri, saperi, regole e tradizioni di durata spesso millenaria. Orientandosi nella realtà mediante l’apprendimento della lingua, l’assunzione di modelli culturalmente trasmessi, l’inserimento nella famiglia, nei sistemi educativi, economici, religiosi, politici e culturali vigenti, ciascuno è obbligato, con maggiore o minore consapevolezza, a percorrere a tappe forzate il cammino della civiltà cui appartiene, quasi ricapitolandolo secondo una sua personale prospettiva. (…)
(Remo Bodei – Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri – Feltrinelli 2013)
Scrivono con noi

Pino Salerno, filosofo: Di cosa parliamo esattamente quando facciamo riferimento all’Umanesimo? Se lo chiedessimo ad uno studente del quarto anno di un qualunque Liceo, ci risponderebbe con le formule che ha imparato sui manuali di Filosofia, Letteratura e Storia dell’Arte. Ci direbbe che l’Umanesimo nasce nel XIV secolo, come Studia Humanitatis, citando l’espressione ciceroniana, rivolti all’educazione complessiva dell’uomo nuovo. Ci direbbe che l’Umanesimo medievale comparve per effetto della rinascita degli studi classici, di tradizione greco-romana, soprattutto su impulso di due geni letterari, da un lato, Lorenzo Valla e Francesco Petrarca, e dei filosofi che anticipavano la rivoluzione moderna, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Nicola Cusano. Ma soprattutto, esporrebbe un paio di concetti così forti, da essere rimasti inchiodati nella sua memoria di studente. E cioè, i concetti di “dignità dell’uomo” e di “microcosmo e macrocosmo”, strettamente connessi in una nuova e moderna visione dell’umanità. L’Umanesimo dei manuali scolastici restituisce, dunque, ad ogni studente un’immagine forte e moderna dell’uomo, che è dotato di dignità assoluta e di una intelligenza che lo colloca al centro conoscitivo della relazione tra infinitamente grande e infinitamente piccolo. E vi aggiunge l’esaltazione delle potenzialità umane, conoscitive, creative, intuitive, nel passaggio dalla rozza barbarie alla nuova civiltà moderna. Lo studente liceale capisce che nella storia del pensiero occidentale, ad un certo punto, nel XIV secolo, si opera una svolta in direzione dello sviluppo delle facoltà umane e della fiducia in esse per trasformare il mondo, guidati dalla luce della dignità dell’uomo.

Tuttavia, più prosegue negli studi, più il nostro studente dimentica il senso originario della parola Umanesimo, lasciandosi spesso trascinare da un’abitudine mentale degli intellettuali del Novecento, ovvero, quella di aggiungere al sostantivo Umanesimo un aggettivo che ne ricolloca il senso, o lo stravolge, o lo tradisce. Così, ad esempio, lo studente apprende che per differenziarsi dagli orrori dello Stalinismo nasce l’Umanesimo socialista (cioè, il totalitarismo stalinista impone la presa d’atto della sconfitta storica di quel modello, e la costruzione di un nuovo pensiero socialista, appunto, umanistico). E si trova a confrontarsi con la crisi del pensiero cristiano e cattolico, che avvinto dalla razionalità funzionalista e dalla progressiva secolarizzazione del Ventesimo secolo, smarrisce l’uomo quale suo fine ultimo, e viene ricostruito, ad esempio, come Umanesimo integrale nell’opera di Jacques Maritain (“la persona è quell’essere che si ha tra le mani”). Insomma, lo studente scoprirà che dinanzi alle crisi di civiltà che, di tanto in tanto, segnano la storia dell’Occidente, è necessario tornare all’Umanesimo, magari potenziandolo con qualche aggettivazione. E sempre più incuriosito, immergendosi nelle letture dei grandi pensatori “umanisti” del XX secolo, si accorgerà che si è smarrito, nel corso dei secoli moderni, il valore originario della parola “Umanesimo”. A sedici anni è rimasto folgorato dalla dignità dell’uomo e dalla centralità dell’uomo che conosce nella relazione tra micro e macrocosmo. A vent’anni, quando il suo ciclo di studi sta per compiersi, ha completamente dimenticato questa folgorazione, smarrisce il senso degli studi per sé in quanto uomo dotato di dignità e valore assoluto, e per gli altri, in quanto membro dell’umanità che conosce ciò che è infinitamente piccolo nella sua relazione con l’infinitamente grande. Si accorge che il progetto straordinario dell’Umanesimo originario (Studia Humanitatis) non è entrato con forza nelle Università contemporanee, non ne determina il percorso degli studi, non ne esalta il valore conoscitivo. L’Umanesimo ha perduto la sua battaglia contro la razionalità funzionalista e la settorializzazione tecnicistica del sapere proprio nel luogo ove avrebbe dovuto vincerla, nel sistema degli studi universitari, qui ed ora, hic et nunc. L’Umanesimo (senza aggettivi) è innanzitutto il più grande progetto educativo proposto all’umanità, circa sette secoli fa. Il progetto è universale e sempre attuale. Il liceale lo apprende a sedici anni e poi è costretto a dimenticarlo. Perché? Perché lo abbiamo abbandonato noi adulti, come abbiamo abbandonato la nostra missione di intellettuali, di guardare sempre l’uomo come “ciò che si ha tra le mani”, del quale avere cura e responsabilità, in nome della sua costitutiva dignità.
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