L’interrogatorio e l’intervista giudiziaria

Il 29 gennaio 2016, nell’ambito del Master in Analisi Comportamentale e Scienze Applicate alle Investigazioni, all’Intelligence e all’Homeland Security (ACSAII-HS) che si tiene a Roma presso l’Università degli studi Link Campus University, diretto dalla Dottoressa Paola Giannetakis, ha avuto luogo un interessante incontro con il Professor Ray Bull in tema di comportamento e interrogatorio. Aspetti di particolare interesse per l’acquisizione di informazioni attendibili sia in ambito investigativo che di intelligence operativa. Nel percorso del Master infatti si esplorano ed acquiscono in maniera pratica e operativa competenze spendibili utili agli operatori delle Forze dell’ordine, agli operatori di intelligence e ad altre figure professionali che necessitano dei corretti approcci allo studio del comportamento per ottenere i migliori risultati.

Ray Bull è professore di Criminologia Investigativa presso la “University of Derby” e professore Emerito di Psicologia Forense presso la “University of Leicester”, in Inghilterra.

Il docente ha nell’occasione illustrato agli studenti in aula gli studi effettuati e gli approfondimenti esperiti  sui processi psicologici di una persona che viene sottoposta ad interrogatorio, proponendo quindi le linee guida per una corretta conduzione dell’intervista giudiziaria.
Nel gennaio del 1998 la Corte Suprema di Londra aveva assegnato 200 mila sterline ad un uomo come risarcimento per aver patito, nel 1987, arresto, interrogatorio e successivi anni di prigione.
Secondo il giornale Daily  “un uomo innocente aveva trascorso cinque anni infernali in prigione dopo essere stato percosso da un detective ed obbligato a firmare una confessione”.
Si era trattato di  una “vetusta modalità” di conduzione di interrogatori, fondata su “oppressione, intimidazione e coercizione” e giustificata dall’erroneo convincimento che “un sospettato generalmente non confessa sua sponte, ma a seguito di pressione fisica e psicologica da parte della polizia giudiziaria.
I primi cambiamenti, ha spiegato il prof. Ray Bull, si sono avvertiti nel Regno Unito verso la metà degli anni ’80, dopo che la Corte d’Appello di Londra aveva dichiarato non attendibili le confessioni estorte con atteggiamenti coercitivi degli operatori di polizia.
Le prime ricerche al riguardo sono state pubblicate nel 1992,  grazie allo studio commissionato a  Baldwin  dall’Ufficio Centrale di Inghilterra e del Galles.
Baldwin analizzò i contenuti di interviste giudiziarie registrate dopo il 1986 scoprendo che 1/3 dei sospettati aveva ammesso di essere colpevole all’inizio del colloquio, forse a causa della strategia dei detective di rivelare al sospettato quanto la polizia aveva già acquisito contro di lui.
Nuovi approfondimenti evidenziarono come solo 20 su 600 sospettati aveva modificato la propria posizione durante l’interrogatorio, mentre la maggior parte degli intervistati aveva confermato  la propria iniziale versione indifferentemente dal modo in cui era stato condotto il colloquio.
Ulteriori studi effettuati da Moston, Stephenson e Williamson riferirono che nella maggior parte delle interviste giudiziarie gli investigatori non si erano adoperati per ottenere più informazioni possibili dai sospettati.
Il Governo si rese conto che la Polizia non era abile nel condurre un interrogatorio e decise di preparare i detective con corsi di formazione diretti a fornire loro una migliore preparazione.
Nuove tecniche furono sviluppate da 12 esperti detective con il contributo di psicologi (tra questi il Prof. Ray Bull) e su queste basi nacque il modello “PEACE”, acronimo (dall’inglese) di  “Planning and Preparation”, “Engage and Explain”, “Account”, “Clarify and Closure”, “Evaluation”.
La collaborazione tra detective e psicologi sviluppatasi nel 1992 consentì di delineare i principi fondamentali dell’intervista giudiziaria: obiettivo dell’interrogatorio non è la ricerca della confessione, ma la ricerca della verità, intesa come la reale versione dei fatti; l’interrogatorio deve essere condotto da personale con una mente aperta; le informazioni ottenute dal sospettato devono essere sempre riscontrate con le informazioni acquisite precedentemente dalla Polizia.
Il modello PEACE prevede un contesto rilassato e sereno, caratterizzato da un reciproco rispetto tra le parti, distante dagli ambienti rigidi ed intimidatori del passato.
Le analisi svolte nel 2005 da O’Connor e Carson, entrambi detective esperti, rivelarono che negli Stati Uniti d’America ciò che in particolare porta ad una confessione è il rispetto mostrato dagli intervistatori nei confronti degli intervistati, ipotesi confermata dalle ricerche svolte in Australia e in Svezia.
La relazione che si instaura tra le parti durante l’interrogatorio produce reazioni che possono portare l’indagato ad ammettere o negare il reato.
Nel 2010 Bull e Walsh, analizzando 142  interviste giudiziarie registrate, si resero conto che il sospettato aveva fornito maggiori informazioni  nelle fasi in cui il detective aveva utilizzato il metodo PEACE.
Gli studiosi individuarono le qualità che un buon investigatore deve possedere e valorizzare nella fase di acquisizione delle informazioni:  capacità di incoraggiare il sospettato a fornire informazioni, capacità di sviluppare argomenti, capacità di porre domande appropriate ed aperte,  mente aperta, capacità di ascoltare in modo attivo.
L’interrogatorio produce ottimi riscontri se il rapporto tra le parti continua ad essere sereno e, nel caso in cui il risultato tardasse ad arrivare, l’investigatore deve tollerare il silenzio e mostrarsi preoccupato  per la posizione del sospettato.
Alison e colleghi esaminarono 288 ore di interviste registrate in Inghilterra  con 29 sospettati, allo scopo di sperimentare il metodo PEACE negli interrogatori di terroristi  o presunti tali.
Questo modello di interviste giudiziarie prevede nuove abilità, tra le quali una buona capacità comunicativa, empatia, flessibilità, apertura di mente.
Il colloquio, definito “motivazionale”, è  caratterizzato da un rapporto collaborativo tra le parti, durante il quale è fondamentale per il detective mantenere un comportamento coerente.
Goodman e colleghi, analizzando gli interrogatori di persone sospettate di avere informazioni relative a fatti  terroristici, scoprirono che i detenuti erano stati più inclini a fornire informazioni utili in risposta a strategie psicologiche piu sofisticate che la coercizione e che le confessioni erano risultate più complete in risposta a strategie non coercitive.
Di fronte a gravi crimini, fondamentale era stata l’empatia, intesa come capacità di porsi nella situazione di un’altra persona e di comprendere le sue intenzioni e i suoi pensieri. Laddove l’empatia non significa comprensione, ma strumento strategico di lettura del pensiero e capacità di pianificare le azioni successive.

Ed allora come è possibile comprendere  se il sospettato mente?
Secondo le linee guida descritte da diversi studi pubblicati, chi mente è solito alterare la propria espressione facciale, non comunica con l’interlocutore guardandolo negli occhi, muove in maniera costante mani e piedi, gesticola continuamente e tende a cambiare spesso posizione del corpo. Tale comportamento, in realtà, sebbene indichi nervosismo, non indica menzogna in maniera evidente, poichè il medesimo stato emotivo può caratterizzare persone innocenti e farle sembrare colpevoli, mentre, viceversa,  una persona colpevole può mostrarsi serena e dare l’impressione di essere innocente. Sembra allora difficile capire se un sospettato mente, bisogna studiare il comportamento. Dalla confluenza di questa analisi, così come dalla capacità di interpretare i segnali multi fattoriali, si ottiene un tracciamento preciso di come procedere per ottenere le informazioni di cui si ha bisogno. Questo è uno dei training specifici che si fa nell’ambito di questo Master.

di Giulia Vasale
Scientific Crime Analysis working group