L’ISIS e la lotta per l’egemonia nel mondo sunnita

Blue_MosqueNegli ultimi mesi il tema del sedicente Stato Islamico è stato al centro dell’attenzione internazionale. Fenomeno reale e pericoloso, ma al tempo stesso di grande rilievo mediatico e non sorprende che proprio su questo piano si giochino molti dei più delicati passaggi di una guerra dalle profonde e durature conseguenze. Molte sono le incertezze legate alla realtà di questa minaccia all’ordine internazionale e alla sopravvivenza stessa di ampie comunità nel Medio Oriente, senza considerare poi l’esportazione del terrorismo anche verso i paesi occidentali.

 

di Alessandro Vagnini – 16 marzo 2015

Da Geopolitica.info

 

Il nome stesso di questa entità che pretende di rappresentare l’Islam è stato ed è ancora oggi fonte di discussione. La questione del nome – ISIS, ISIL, IS, Dāʿish e altri ancora – da utilizzare per riferirsi al gruppo estremista e alle pseudo-istituzioni che questo cerca di consolidare nei territori sotto il suo controllo è stata discussa da molti commentatori. Il fatto stesso di scegliere una dizione piuttosto che l’altra, o di fare direttamente riferimento alla pretesa di rappresentare un nuovo Califfato, aprono una serie di problematiche, che forse al cittadino medio occidentale dicono poco ma che dovrebbero essere attentamente valutate.

Siamo in presenza di una organizzazione estremista che considera il jihad globale un dovere di ogni musulmano e segue un’interpretazione radicale e anti-occidentale dell’Islam, promuove la violenza religiosa affermando di rifarsi all’Islam delle origini e considera infedeli e apostati quanti non concordano con la sua interpretazione del Corano. Viene inoltre condannato il Califfato sotto il dominio ottomano e al tempo stesso mira a fondare uno stato salafita, e quindi esclusivamente sunnita, in Iraq, Siria e in altre aree del levante.

Nell’ottobre 2006 il gruppo annunciava la fondazione dello Stato Islamico dell’Iraq, rivendicando l’autorità sui governatorati di Baghdad, al-Anbār, Diyālā, Kirkuk, Ṣalāḥ al-Dīn, Nīnawā e su parti del governatorato di Babil. In seguito all’espansione del gruppo all’interno della Siria nel 2013 si sono aggiunti i territori corrispondenti grosso modo ai governatorati di Hassaké, Deir el-Zor, al-Raqqa, Homs, Aleppo, Idlib, Hama, Damasco e Laodicea.

Il 29 giugno 2014 veniva infine annunciata la fondazione del Califfato – Stato Islamico appunto – guidato da Abū Bakr al-Baghdādī, che in questo modo non solo intende affermare la propria legittimità sui territori di Siria e Iraq effettivamente controllati, ma soprattutto mira a diffondere all’esterno una immagine di forza e soprattutto a consolidare la propria pretesa di universalità rispetto alla comunità mussulmana, in primo luogo prendendo il controllo di quello che potrebbe assumere la forma di un movimento jihadista globale. La ricerca di una legittimità e la volontà di farsi in qualche modo pubblicamente riconoscere come entità sovrana all’interno della Umma rappresenta in realtà il principale obbiettivo politico del movimento. Su questo piano, in realtà, andrebbe in primo luogo combattuta la battaglia contro quella che non è semplicemente una struttura militare e terroristica.

All’interno del mondo sunnita quest’aspetto è stato in parte percepito come prioritario. Alla fine di agosto del 2014 alcune autorità islamiche egiziane hanno non a caso consigliato ai musulmani di smettere di chiamare il gruppo Stato Islamico ma di fare invece riferimento a separatisti di al-Qāʿida in Iraq e Siria o QSIS mentre molti detrattori dell’ISIS, particolarmente in Siria, si riferiscono al gruppo con l’acronimo arabo Dāʿish – più volgarmente Daesh – che può significare al-Dawla al-Islāmiyya fī ʿIrāq wa l-Shām (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o della Grande Siria), ma può però anche essere letto anche con significati spregiativi.

Gli aspetti che più colpiscono l’immaginario collettivo, quali le persecuzioni religiose, le esecuzioni plateali, la violazione di qualsivoglia diritto umano, conquistano ormai quotidianamente le prime pagine, ma c’è un aspetto di questo conflitto che spesso passa in secondo piano ma che forse può essere la chiave di lettura dell’intera vicenda. Parallelamente alla lotta sul campo, fatta di sofferenze quotidiane, di violenza e di malcelate rivalità internazionali, rimane aperta la delicata questione ideologica e teologica che in realtà può segnare e probabilmente segnerà il destino di questo conflitto.

L’ISIS ha una sua legittimità teologica? Il quesito è in effetti centrale per comprendere l’intera vicenda e la possibilità che in primo luogo in Egitto si sviluppi un dialogo su questo tema tra autorità politiche e rappresentanti dell’Università al-Azhar del Cairo, principale centro d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita, lascia intravedere quale potrebbe essere la migliore arma a disposizione dei nemici dell’ISIS. Molto si discute in questi mesi di un intervento internazionale, che appare in realtà ancora piuttosto nebuloso – per quanto i bombardamenti siano sicuramente efficaci, questi non possono certo garantire l’annientamento di un nemico che sul campo continua a dimostrare tenacia e discrete capacità tattiche. In realtà molti sono gli attori coinvolti in questo conflitto che si svolge nel Medio Oriente, in Nord Africa e Africa occidentale.

Il ruolo di paesi come Iraq, Siria, Egitto, Arabia Saudita, Qatar, per non parlare di Turchia e Iran, contribuisce a definire una dimensione regionale che non ha certo bisogno di vedere il coinvolgimento di Washington e dei paesi europei per dimostrare tutta la sua rilevanza. Quello che si è palesato sul terreno ha molte similitudini con l’esperienza attraversata dall’Europa tra il XVI e il XVII secolo, quando tra dispute teologiche e ambizioni tutte terrene, il continente fu attraversato da conflitti sanguinosi, la cui fine giunse solo dopo che la soluzione delle questioni politiche si sommò ad una chiara definizione di limiti e competenze religiose – e soprattutto all’eliminazione fisica delle fazioni estremiste e alle più palesi forme di deviazione religiosa e politico-sociale. In questo senso esistono diversi punti di contatto con quanto avviene oggi in Medio Oriente e in Nord Africa, soprattutto se consideriamo che l’ISIS combatte una guerra religiosa prima ancora che politica, un tipo di conflitto che le secolarizzate società moderne forse non riescono a concepire nella sua interezza. Appaiono evidenti la complessità e le differenze nelle motivazioni che stanno dietro all’arruolamento di tanti combattenti, che mettono insieme ribelli siriani ed ex-militari sunniti iracheni, disoccupati tunisini e giovani musulmani europei.

Tutte queste differenze debbono in qualche modo essere affrontate a livello politico e con adeguati strumenti di sicurezza. Al tempo stesso, proprio perché questa è anche e soprattutto una guerra di religione – almeno nei suoi obbiettivi complessivi – è sul piano ideologico e teologico che appare possibile e forse opportuno contrastare l’ISIS e proprio per tale motivo risultano evidenti le responsabilità che le autorità musulmane devono assumersi per vincere un conflitto che è in primo luogo loro e che solo nel mondo musulmano può trovare la sua soluzione, nella speranza che questa guerra di religione non duri trent’anni.