L’Università e la sfida della “terza missione”. Discussione aperta alla Link Campus University

Storicamente le università sono nate e si sono istituzionalizzate per diffondere l’alta formazione e formare la classe dirigente. In breve, a questo obiettivo primario se ne è aggiunto un secondo, quello della ricerca orientata alla scoperta. Sotto la spinta dell’università di massa, e una logica organizzativa ispirata al modello taylorfordista, didattica e ricerca hanno teso sempre più a separarsi, affermandosi come due distinte missioni universitarie piuttosto che come un’unica e articolata strategia finalizzata alla promozione della cultura scientifica. Dal nucleo originario di università-comunità di stampo medioevale si è passati, quasi senza rendersene conto, a un modello di università intesa come istituzione trasmissiva che trova la sua massima perversione nel rischio “esamificio”. L’effetto non voluto di questo cambiamento, intervenuto sotto la spinta dei tempi, si può riscontrare nell’inflazione dei titoli di studio e nel mismacht occupazionale denunciato quotidianamente da ogni ricognizione sullo stato dell’università. A ciò si accompagna, spesso, un’immagine distorta della formazione intesa come prodotto di consumo e parcheggio temporaneo piuttosto che come processo di sviluppo integrale della persona.

Alla fine degli anni ’90 ha cominiciato a diffondersi un vasto movimento di idee che attribuisce all’Università un ruolo di partecipazione allo sviluppo economico locale, nazionale e globale, a partire da una più stretta relazione tra didattica, ricerca e sistema economico-produttivo. Questa rinnovata prospettiva critica, che va sotto la generica etichetta di “terza missione”, riconosce all’università il ruolo di attore di sviluppo locale, attraverso la diffusione della cultura scientifica e tecnologica e una strategia integrata dove didattica, ricerca e diffusione convergono in un unico progetto di sviluppo. In linea generale, con il concetto di III missione universitaria s’intende la promozione di interventi che siano capaci di favorire la diffusione dei risultati dell’attività di ricerca affinché questi contribuiscano allo sviluppo socio-economico del territorio in una chiave locale e nazionale. Pur in assenza di una visione di sistema e di una linea d’indirizzo definita, si può notare nei provvedimenti normativi degli ultimi quindici anni – ispirati a una logica di decentramento e semplificazione amministrativa (L. 59/97, L. 196/97, L. 341/1990, L. 30/2001, L. 240/2010 ecc.) – una pressione crescente verso un ruolo di intermediazione e attivazione delle università. Ancora oggi il concetto di terza missione universitaria si presenta quanto mai complesso da definire ma è ormai entrato nel lessico comune anche grazie agli sforzi avviati su questo tema dall’ANVUR con la costituzione di gruppi di lavoro dedicati alla definizione di parametri e standard condivisi per la realizzazione dei processi valutativi sull’operato delle università, ivi comprese le attività che rientrano nella III missione.

Questo cambiamento di paradigma, tuttavia, richiede una radicale metamorfosi dell’Accademia. Non più un’università “chiusa nei suoi confini, “una torre d’avorio”, auto-legittimata e incurante delle ricadute del suo operato sul più ampio sistema socio-economico “glocale” ma un’università capace di innescare meccanismi virtuosi. Un motore di sviluppo capace di integrare saperi, prospettive e competenze in ragione del fatto che nella società postmoderna l’innovazione si produce negli interstizi di confine tra ambiti diversi, e richiama l’interconnessione di sistemi storicamente tra loro distinti e non comunicanti: educazione (istruzione e formazione); ricerca e innovazione. Il tipo d’interventi e la relativa modalità di gestione di tutte le attività che possono rientrare sotto la generica etichetta di III missione (comunicazione istituzionale, orientamento, placement, ricerca, start up, spin off, brevetti, progettazione, consulenze, commesse, ecc.), tuttavia, è cosa quanto mai complessa e si possono rintracciare diverse e interessanti esperienze all’estero, accomunate dall’idea di università imprenditoriale. Con il concetto di università imprenditoriale si fa riferimento al modello della “tripla elica” che il prof. Henry Etzkowitz, Presidente della Triple Helix Association e dell’International Triple Helix Institute ha presentato recentemente in un seminario presso la Link Campus University. Questo modello si basa sull’idea che è possibile promuovere ambienti innovativi e culturalmente vivaci là dove governo, università e imprese assumono responsabilmente il proprio ruolo all’interno della società attraverso processi di co-evoluzione. Nella società della conoscenza, dove il volano dell’innovazione e dello sviluppo è dato proprio dal valore dell’informazione, l’università, in quanto culla della produzione e diffusione di nuova conoscenza, diviene una risorsa strategica. L’esempio più famoso e riuscito al mondo è certamente quello della Silicon Valley dove coesiste una relazione di reciproco interesse tra università e sistema socio-economico.

In questo nuovo quadro di opportunità l’università è chiamata a definire il proprio modello di III missione che intende perseguire in relazione al contesto di riferimento e al modo in cui intende tradurre in pratica la propria mission per affermarsi come attore di sviluppo locale. Il territorio, lungi dall’essere solo un bacino di potenziali iscritti, può divernire luogo di scambi complessi e articolati con altri sistemi e sottosistemi che, seppure non è possibile controllare completamente, si possono interpretare come opportunità. In una prospettiva di questo tipo la terza missione considera il trasferimento tecnologico come aspetto di un contesto più esteso dato dal network territoriale e dalla sua capacità di governare la diffusione degli esiti della ricerca scientifica e tecnologica mediante una serie di attività composite volte a intercettare i bisogni emergenti e le opportunità di intervento. Per questa via, l’università diventa un polo di sviluppo e di empowerment territoriale e di comunità, dove acquisistono rilevanza i meccanismi di cooperazione che spingono gli attori sociali (individui e organizzazioni) ad auto-organizzarsi per agire attivamente nella “ragnatela” della complessità sistemica attivando circoli virtuoli dal basso. L’università viene così ad assumere una funzione sociale di emancipazione collettiva che punta sulla partecipazione attiva e responsabile dei soggetti e del mondo economico produttivo. Il riconoscimento della funzione culturale e sociale dell’università può essere meglio espresso dal concetto di “università empowering” che supera, incorporandone gli aspetti positivi, quello di università imprenditoriale, troppo schiacciato sugli aspetti economicisti e di breve durata connessi alla complessa funzione di III missione universitaria.

 

di Stefania Capogna

Docente di Sociologia della comunicazione,

CdS in DAMS e Comunicazione digitale, Dipartimento DASIC