Pensare “l’impiegabilità” nel XXI secolo

Nel corso dell’ultimo decennio, la transizione dalla formazione al lavoro è divenuta sempre più difficile, lunga e incerta. Questo è particolarmente vero in un paese come l’Italia dove la mobilità sociale risulta più bloccata che altrove. L’allentamento dei vincoli normativi e di stabilità, che fino agli anni ’80 hanno caratterizzato i rapporti di lavoro nel sistema italiano, ha introdotto elementi di differenziazione e disomogeneità fra i soggetti, rendendo sempre più incerti i percorsi biografici delle persone, spinte a modificare la loro posizione lavorativa più volte nel corso della vita attiva. Questa estrema flessibilizzazione/precarizzazione delle biografie personali, in un sistema socio-economico che decreta la fine del lavoro, richiede al soggetto un significativo sforzo riflessivo nel prospettare la propria autorealizzazione e trovare nuovi equilibri dinamici all’interno dei complessi processi che caratterizzano la definizione della propria identità personale e professionale, correndo spesso il rischio di “intrappolamento” in condizioni occupazionali precarizzanti. La complessità del mondo del lavoro globale chiede al soggetto di maturare nuove competenze per l’occupabilità e, al contempo, impone ai soggetti istituzionali, deputati a sostenere i processi educativi, formativi e di transizione scuola/università-lavoro, di farsi carico di un nuovo modello di occupabilità che sia in grado di tutelare le persone nei loro difficili percorsi biografici.

I sistemi di automazione attraverso cui si ridisegnano i processi produttivi, organizzativi e comunicativi contribuiranno nel giro di pochi anni al superamento di molti dei profili professionali che conosciamo oggi, chiedendo ai soggetti lo sviluppo di competenze completamente diverse e impossibili da prevedere. Questo cambiamento epocale si osserva anche nel rinnovamento lessicale. Tramontata l’era del posto fisso che dura tutta la vita, viene meno l’idea di “occupazione”, meglio espressa dai vocaboli inglesi job e work, e si comincia a parlare di “impiegabilità” che corrisponde al termine inglese employability. Hillage e Pollard definiscono l’employability come la “capacità delle persone di trovare un lavoro, di accedere a un’occupazione soddisfacente, e di muoversi in maniera autosufficiente nel mercato del lavoro per realizzare il proprio potenziale attraverso un’occupazione sostenibile”. Altri parlano dell’occupabilità come “una specifica forma di adattamento lavorativo attivo che consente ai lavoratori di identificare e realizzare le opportunità di carriera”.

Di fatto è ampiamente evidente che il processo di transizione oggi passa sempre più dalla capacità soggettiva di misurarsi in maniera proattiva, progettuale, auto-valutativa e processuale con i propri obiettivi e tempi di vita. Di fronte a tali obiettivi la crisi dei modelli educativi che hanno regolato tutta la modernità si rende quanto mai evidente, segnata sia dall’emergenza educativa che interessa quella larga parte di giovani che fatica a trovare il proprio posto nella società (NEET, drop out, fuori corso, espressioni di disagio, ecc), sia dalla spaventosa rassegna di dati che quotidianamente denunciano la crisi del lavoro nelle sue svariate sfaccettature (crisi aziendali, disoccupazione, cassa integrazione, crisi imprenditoriali, suicidi ecc.).

Già dal finire degli anni ’90, con l’avvio del Bologna Process, la Comunità Europea ha portato all’attenzione dei paesi aderenti la necessità di ripensare i modelli educativi nella logica del Long Life and wide Learning, attraverso un approccio globale ed olistico, capace di guardare all’education come a un “macro-sistema” fatto di differenti sistemi tra loro interpenetranti, interdipendenti e al contempo parzialmente autonomi. La complessità sociale che caratterizza il mondo del lavoro nella globalizzazione chiede la formazione di nuovi set di competenze che i sistemi educativi tradizionali faticano a sviluppare. Impossibile risolvere gli attuali problemi restando all’interno del medesimo paradigma che ha contribuito a crearli. Il Consiglio dell’Unione Europea (2008 & 2012) ha prospettato i punti essenziali, utili e necessari a ridefinire un nuovo patto sociale che sia capace di:

  • garantire la necessità di uno sviluppo sostenibile, capace cioè di preservare l’ambiente dal quale nessuno sviluppo umano può prescindere;
  • costruire le regole di un sistema del lavoro e relativi meccanismi di welfare che siano accettabili e sostenibili in una prospettiva inter-generazionale;
  • educare a una cittadinanza globale che sia capace di confrontarsi in maniera aperta e rispettosa con le diverse espressioni simbolico-culturali che le nuove tecnologie mass mediali amplificano in maniera virale, inasprendo il dialogo interculturale e rischiando di generare nuove espressioni di conflitto;
  • fronteggiare il crescente calo del lavoro causato dalla progressiva adozione di processi di automazione e tecnologizzazione dei sistemi del lavoro che pongono all’uomo nuove e ineludibili questioni etiche e relazionali a cui rispondere con nuove sfide formative.

L’Università, quale luogo di costruzione e diffusione della cultura e dell’innovazione scientifica e tecnologica, diviene un protagonista cardine di questo cambiamento epocale. Come evidenzia Piketty, nel suo articolato lavoro sul capitalismo nel XXI secolo, se l’offerta di competenze non cresce allo stesso ritmo delle necessità della tecnologia, i gruppi la cui formazione non è abbastanza evoluta finiscono per ritrovarsi con salari bassi e mansioni svalutate. Anche da ciò deriva il problema del modello su cui basare il finanziamento dell’educazione del XXI secolo, che si può riassumere nel fatto che l’assunzione dei costi dell’insegnamento superiore è considerato in tutti i paesi uno dei problemi di fondo, che si risolve in profonde disuguaglianze legate al salario e alla possibilità di trovare un buon impiego. Come dice Piketty, nel mondo globale il mercato del lavoro non è un’astrazione matematica il cui funzionamento può essere interamente determinato da meccanismi naturali e immutabili, o da forze tecnologiche ineluttabili. Il mercato del lavoro è una costruzione sociale, fatto di regole e di compromessi specifici. Non sarà inutile ricordare che regole, attori e vincoli non possono però prescindere dal valore che assegniamo all’essere umano in quanto tale (indipendentemente dalla latitudine e dal colore della pelle), il quale non può mai essere un mezzo ma sempre un fine verso cui orientare ogni prospettiva di sviluppo e su cui fondare un nuovo patto sociale degno di essere chiamato tale. Per giustificare la rilevanza di una scelta etica non serve ricercare elevati valori filosofici, bastano le più strumentali riflessioni utilitaristiche a dimostrare che in un sistema dove anche i rischi sono globali, rendendoci esponenzialmente più fragili nelle roccaforti delle nostre società ipertecnologiche, è necessario riconoscere il valore comune come unica strategia di successo e superamento del degrado sociale e culturale del nostro tempo.

Il concetto di employability demanda molto al soggetto che viene qui inteso come protagonista attivo nelle costruzione del proprio percorso di sviluppo personale e professionale, ciò non toglie che impone alle istituzioni di definire nuovi sistemi di policy che siano in grado di reinterpretare e riorganizzare il lavoro per rispondere a un mercato in continuo mutamento e aiutare il soggetto a realizzarsi nei propri talenti. Nel XXI secolo si assiste a una mutazione profonda del lavoro che modifica radicalmente il paradigma interpretativo della relazione soggetto-sistema. Non è un caso se questo tema così complesso viene affrontato anche nell’Enciclica di Papa Francesco, che dice “Il lavoro dovrebbe essere l’ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che «si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti» (Laudato sii, 103). Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale (LS, 129).

In questo senso, preparare le persone all’inserimento nel mondo del lavoro nel XXI secolo è probabilmente la più importante sfida e missione che il sistema educativo, a tutti i suoi livelli, e in tutte le sue configurazioni, può assumersi perché non significa preparare banalmente a una professione piuttosto che a un’altra ma significa preparare a vivere in un mondo globale, interculturale, ipertecnologizzato e in profondo e rapido mutamento. Educare alla vita e per la vita, prima ancora che al lavoro.

 

di Stefania Capogna