Quando la gestione della risorsa artistica passa attraverso la cultura del dato: i benefici manageriali

Il patrimonio culturale è un concetto definibile come la composizione di differenti risorse materiali e immateriali d’interesse pubblico che tendono ad arricchire artisticamente le aree geografiche che le custodiscono e intellettualmente gli individui che ne godono. L’insieme dei beni e delle attività che costituiscono il patrimonio culturale sono classificabili secondo Mazzanti (2003) nelle seguenti categorie: beni archeologici, architettonici e ambientali; beni mobili e artistici; beni archivistici e librari; beni musicali; spettacolo e media. Dalla definizione stessa, e dalla classificazione proposta, si deduce che il patrimonio culturale è andato evolvendosi nel corso della storia parallelamente allo sviluppo dei mezzi di comunicazione, essendo intrinsecamente un veicolo di diffusione della cultura. Storicamente si è verificata un’evoluzione del concetto di bene culturale: dall’idea passiva di «frammenti del passato» da preservare si è giunti a concepire tali beni come produttive «risorse culturali» da valorizzare (Mcguigan, 1996).

La tabella che segue mostra che rispetto all’anno base (1996) l’offerta culturale italiana (numero di istituti statali a pagamento e gratuiti) è andata via via aumentando insieme a un interesse sempre crescente di fruitori (variazione percentuale di numero di visitatori crescente). Di conseguenza anche gli introiti lordi hanno subito una variazione percentuale positiva e crescente.

 

ANNI

VARIAZIONE % OFFERTA

VARIAZIONE % FRUITORI

VARIAZIONE % INTROITI

1996

1997

6,70

8,11

9,07

1998

25,15

9,31

20,17

1999

25,21

9,91

19,19

2000

46,10

14,11

28,66

2001

53,61

16,22

29,65

2002

62,84

17,72

26,20

2003

61,79

20,42

24,37

2004

70,89

21,02

29,50

2005

78,26

21,02

30,14

2006

98,07

20,72

38,68

2007

101,14

20,12

40,35

2008

97,30

20,42

31,95

2009

84,10

27,03

28,23

2010

98,20

27,33

36,09

2011

121,96

29,43

47,31

2012

124,81

30,03

38,88

2013

139,81

30,03

42,95

2014

157,06

31,23

55,11

 

Questi dati sono da ricondursi alle politiche messe in atto dagli organi governativi che si sono interessati, con più o meno risorse e attenzioni, all’acquisizione e alla conservazione delle risorse artistiche e culturali al fine di garantirne il consumo. Le espressioni consumo e conservazione dei beni culturali, infatti, seppur semanticamente in contrasto, rappresentano due aspetti imprescindibili dell’attività statale in quanto il consumo dei beni culturali richiede necessariamente l’adeguata conservazione degli stessi. La forte spinta normativa prima con la Legge Ronchey (1993) e poi con il Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004) ha portato dunque al diffondersi di una tesi che afferma la necessità di rendere i beni culturali produttivi e promuove la valorizzazione degli stessi approcciando una gestione efficace che si sviluppi secondo principi imprenditoriali (Di Maio e De Simone, 2006).

La consapevolezza della necessità non solo di riconoscere, acquisire e conservare ma anche di valorizzare i beni culturali al fine di diffonderne il consumo ha comportato, nel corso degli ultimi anni, un crescente interesse in tema di gestione del patrimonio culturale. In particolare, l’enfasi della valorizzazione si sta sviluppando lungo una prospettiva territoriale finalizzata alla crescita locale. In Italia sono stati avviati dei Piani Integrati Territoriali (PIT), ossia dei programmi locali di sviluppo territoriale che contribuiscono al processo di valorizzazione dei beni culturali. Tali piani determinano dei risultati che interagiscono con gli effetti prodotti dal fenomeno dei distretti culturali, ben definiti da Santagata (2000), le cui iniziative sono volte ad accrescere il godimento delle risorse culturali.

Tali attività richiedono un costante investimento di risorse e, di conseguenza, muovono l’interesse economico degli organi governativi. Questo si traduce nell’esigenza di adottare un consapevole e integrato approccio gestionale alla risorsa culturale noto anche come Cultural Resource Management (CRM) (King, 2008). Tale processo richiede, tra le altre cose, l’avviamento di analisi e interpretazioni economiche e il monitoraggio statistico del godimento dei beni culturali. I connotati del CRM sono quindi sempre più multidisciplinari e richiamano l’attenzione di settori disciplinari apparentemente lontani come testimonia il rilevante contributo delle nuove tecnologie tipiche delle scienze informatiche nei musei.

La comunità scientifica ha riconosciuto da tempo che gli strumenti informatici e i metodi computazionali rappresentano un contributo fondamentale al CRM (Bandini et al., 2007). Tra le varie attività, favoriscono l’acquisizione, la gestione e l’integrazione di informazioni provenienti da diverse fonti e facilitano la fase di analisi e interpretazione dei dati. In questo senso si inserisce un ragionamento quantitativo in un framework umanistico. Alcuni strumenti statistici, opportunamente applicati, possono essere funzionali alla gestione integrata delle risorse culturali e fornire un utile supporto alle decisioni strategiche come illustrato nel lavoro di Sparacino (2002). Seppur l’approccio quantitativo nei temi della gestione dei patrimoni umanistici può trovare delle remore, è indubbio che i metodi quantitativi rappresentano un’opportunità da non perdere al fine di gestire efficacemente le informazioni e massimizzare l’utilità delle strategie. Un invito è quello di considerare il dato alla stregua di un bene culturale da valorizzare al fine di renderlo utile e funzionale al CRM stesso. A ognuno di noi, quindi, e agli organi preposti spetta il compito di renderci sensibili alla cultura non solo artistica ma anche del dato nella consapevolezza di arricchire con una gestione efficace il patrimonio del nostro Paese.

di Flaminia Musella