Quanto va di moda il lusso italiano?

Il perdurare della crisi ha innescato un incisivo processo di selezione, tipicamente legato a fenomeni congiunturali negativi, che ha modificato strutturalmente il settore italiano Luxury&Fashion, facendo registrare un forte fermento relativamente a fusioni ed acquisizioni da parte di capitali esteri, nonchè significativa contrazione di occupati e di aziende a livello nazionale.

In particolare, sul fronte mercato del lavoro, a fine 2014 è stata stimata una variazione negativa di circa il 20% rispetto ai livelli del 2007, corrispondente ad un numero di addetti in meno per circa 82.000 unità rispetto al 2007. Esaminando i più recenti dati INPS, che fanno riferimento al ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni (rielaborazione di “The European House‐Ambrosetti” su dati INPS), il ricorso alla CIG è notevolmente aumentato a seguito dell’incertezza ingenerata su imprese e imprenditori dalla crisi economico-finanziaria. Del resto, la scure della crisi economica si è impietosamente ed ineluttabilmente abbattuta su numerose eccellenze dell’industria del lusso italiano, comparto moda. Alcune di esse, soffocate dalla burocrazia nostrana, dalla difficoltà di accesso al credito e dalla pesante imposizione fiscale, hanno trovato alternativa al fallimento attraverso la cessione molto spesso a grandi gruppi stranieri determinando una enorme perdita di competitività in tutto il sistema moda italiano. Le acquisizioni di imprese italiane nel comparto Moda, stando ai più aggiornati dati Kpmg Advisory, a partire dal 2000 sono state ben 583, di cui oltre un quarto varate con capitali di investitori stranieri. L’anno più intenso, sul fronte fusioni e acquisizioni per il settore della moda, è stato il 2012. Secondo un’indagine realizzata dalla società di consulenza Pambianco le attività di merger & acquisition (M&A) realizzate nel 2012 sono state 114, in crescita del 25% rispetto alle 91 del 2011. Particolarmente forte il secondo trimestre dello scorso anno durante il quale le operazioni realizzate sono state ben 35.

Un settore in costante fibrillazione, che s’incastra in uno scenario di operazioni di merger and acquisition che, in tutti i settori dell’industria, hanno fatto registrare una crescita del 29% negli ultimi tre anni. Punta sul lusso italiano principalmente il private equity (targato UK e China), ma ci puntano anche i fondi sovrani, che da soli hanno messo a segno circa il 50% delle 112 operazioni portate a termine con successo a partire dal 2010. Ma, cronaca di una vittoria annunciata, i grandi poli del lusso francesi restano in pole position: l’acquisizione più importante resta quella di Gucci da parte del gruppo Kering di François Pinault, che nel 2004 ha rilevato l’84% per 6,59 miliardi di euro. Del resto in Francia si dice che Il faut qu’une porte soit ouverte ou fermée: ed, infatti, dopo Fendi e Valentino, nel 2011 è stata la volta di Bulgari, acquistata per il 100% dal gruppo Lvmh per 4,3 miliardi. Che, in effetti, ha rilevato per 2 miliardi anche l’80% del paradiso del cachemire di qualità, Loro Piana. Dunque, il lusso made in Italy, dal 1997, stando alle 17 principali acquisizioni, è costato circa 20 miliardi: è, dunque, il settore più pagato, visto che agli altri comparti gli investitori stranieri hanno riconosciuto, negli stessi anni, ceteris paribus, neanche la metà. Non solo perché il lusso italiano vada di moda, ma anche per la necessità di diversificare il rischio e di rinforzare il portafoglio con marchi best-in-class, con evidenti sinergie e scope economies (come nel caso dei brand Lvmh e Bulgari relativamente al settore dell’orologeria). 

Ma mentre gli occhi sono puntati sugli acquisti francesi in Italia, nella moda si stanno consumando alcune grandi crisi che inducono a una riflessione più generale perché non sono solo provocate dal mercato. È il caso di Ittierre, la «Fiat del Molise» come fu soprannominata al tempo del suo fondatore, Tonino Perna, per l’importanza centrale che ha nella regione: rilevata dall’amministrazione controllata da Antonio Bianchi, proprietario di Albisetti, nel settembre del 2013, ha chiesto l’ammissione al concordato preventivo anche nella nuova versione. Così ora c’è un commissario e Bianchi ha tempo fino al 26 novembre per presentare il piano di rientro dagli 88,7 milioni di euro di debiti. Azienda leader nelle licenze, Ittierre, entrata in crisi la prima volta per l’eccessivo indebitamento della sua controllante, It holding, che si era trasformata in un polo del lusso. Ma è anche il caso di Miss Sixty, fino a pochissimi anni fa molto più che una promessa della moda italiana, arrivata a sfiorare i 600 milioni di euro e ad un passo dalla Borsa (era il 2007), per poi precipitare nella crisi. Ceduto nel 2011 il capitale al gruppo cinese Trendy international, il 15 ottobre 2013 il Tribunale di Chieti ne ha omologato il concordato preventivo. Ma anche le difficoltà di Mandarina Duck, ex gruppo Burani e oggi di proprietà coreana, che nelle scorse settimane ha raggiunto un accordo sindacale che prevede di mantenere le attività a Cadriano, nel bolognese, da dove sembrava dovessero spostarsi. E Tacchini, il marchio dello sport che tra i primi ha avuto un proprietario cinese, Billy Ngok, da anni è alla ricerca di un riposizionamento di successo.

Il lusso italiano, dunque, salvato dai capitali esteri: un deja vu di oraziana memoria, Graecia capta ferum victorem cepit, o forse un più plausibile ricorso storico, di sapore vichiano, dell’evidenza che Vincent Van Gogh, da vivo, fu apprezzato più in Francia che in Olanda…

di Manlio Del Giudice