Razzismo dalla Bibbia/Bibbia contro il razzismo: Immagini, scienza, profezia

Qual è la relazione storica fra Bibbia e Africa? Che ruolo ha avuto la Bibbia nella lunga storia del rapporto fra Occidente e continente africano? E ancora: in che modo si è fatto uso del Libro per costruire la nozione moderna di “razza” e affermare la supremazia bianca? E come, per converso, i movimenti antirazzisti si sono riferiti alle Scritture?

Queste alcuni delle questioni poste dal seminario di studi «Razzismo dalla Bibbia/Bibbia contro il razzismo: immagini, scienza e profezia» che ha avuto luogo giovedì 11 giugno, presso l’Università degli studi Link Campus University.

I relatori sono stati invitati a reagire su una considerazione di partenza: il razzismo ha trovato ancoramenti nella Bibbia, facendo di quest’ultima uno dei dispositivi simbolici della supremazia bianca. Ma nella Bibbia ha trovato ispirazione e fondamento anche la resistenza degli oppressi e dei discriminati. Per queste istanze conflittuali la Bibbia non è strumento certo per assegnare torto o ragione. Al contrario, la Bibbia è parte in causa, oggetto di conflitto, luogo in cui si esprimono gli antagonismi degli uomini. Si tratta di una lunga storia non pacificata da cui la Bibbia esce arricchita di sensi e di significati.

In tal senso proprio l’intervento introduttivo di Alberto Melloni (direttore scientifico della Fondazione per le scienze religiose di Bologna) ha insistito sulla necessità di approfondire la dimensione diacronica nello studio dell’uso non univoco delle Scritture, al fine di indagare non tanto l’impatto del testo quanto piuttosto le ricadute di senso di una questione sul testo stesso.

Su questa linea di lunga durata, la relazione di Alberto Camplani (professore di Storia del cristianesimo, Sapienza Università di Roma) ha illustrato la profondità storica della relazione fra Bibbia e Africa attraverso una ricostruzione delle traduzioni ­­­– e quindi delle inculturazioni – delle Scritture fra l’Egitto e l’Etiopia del III secolo a.C. e il VII secolo d.C..

Anna Maria Cossiga (ricercatrice in Geografia politica, Link Campus University) ha invece introdotto il tema dello statuto dello straniero nel Tanakh, focalizzandosi sulla Torah e ricostruendo la complessa relazione fra questa e il Talmud. In tal senso è emersa la memoria storica dell’ebraismo sulla presenza dello straniero e sull’essere stati a propria volta stranieri.  

Il tema della razza è stato introdotto da Sergio Botta (ricercatore di Storia delle religioni, Sapienza Università di Roma) che ha proposto un’interpretazione dei testi colombiani. In tal senso la relazione di Botta ha letto la costruzione del corpo cannibalico come dispositivo coloniale cristiano e come forma di protorazzismo.

Sono tornati sul terreno africano gli interventi di Francesco Faeta, Silvia Cristostofori e Pino Schirripa. In particolare Francesco Faeta (professore di Antropologia culturale, Università degli Studi di Messina) ha analizzato, attraverso lo strumentario dell’antropologia visuale, fotografie e immagini dell’esploratore Pietro Savorgnan di Brazzà. Faeta ha così rintracciato il tentativo di una rappresentazione cristica della figura dell’esploratore, di cui il discorso coloniale francese si è appropriato per il progetto imperialistico in Congo.

Silvia Cristofori (ricercatrice di Antropologia culturale, Link Campus University) ha rintracciato, invece, gli ancoramenti biblici della nozione pseudo-scientifica della razza Ottocentesca. Sul terreno dell’Africa dei Grandi Laghi, la sua relazione ha così ricostruito l’innesto di identità etnico-razziali nello scambio fra oralità e scrittura durante la fase dello Scramble for Africa.

Pino Schirripa (professore di Antropologia culturale, Sapienza Università di Roma) ha illustrato le ambivalenze del movimento pentecostale nella costruzione di un cristianesimo “autenticamente africano”. Fra Stati Uniti e Africa subsahariana, Schirripa ha così tematizzato questioni identitarie e storiografiche sollevate da un movimento religioso transnazionale.

Sul contemporaneo hanno insistito anche le relazioni di Paolo Naso e Sonia Gentili. Il primo (professore di Scienza politica, Sapienza Università di Roma) ha analizzato il neofondamentalismo del sionismo cristiano. Naso ha in tal senso mostrato l’intreccio fra i riferimenti biblici e geopolitica nel fondamentalismo cristiano, ripercorrendo alcune sue trasformazioni storiche.

Sonia Gentili ha ripercorso, invece, l’uso del passo biblico sulle popolazioni Gog e Magog (Apocalisse 20, 7) nel mito novecentesco europeo del conflitto razziale. Un uso – come illustrato da Gentili – teso a ontologizzare e a provvidenzializzare il conflitto fra popoli, in nome della violenza necessaria della verità.

di Silvia Cristofori