Referendum Grecia: Atene dice “no”, ma Tsipras potrebbe tradurre “ni”

Domenica 5 luglio i greci sono stati chiamati ad esprimere il loro parere circa il programma di rifinanziamento del Debito così come proposto in due documenti presentati dalla Troika (FMI, BCE e Ue) al governo di Atene nell’Eurogruppo tenutosi il 25 giugno scorso. La vittoria con ampio margine del “no” pare rappresentare per Atene un vantaggio tattico nei negoziati con i creditori, eppure effimero. Senza una decisione netta, Alexis Tsipras rischia infatti di trascinare la Grecia, oramai sempre più calata nelle vesti di malata d’Europa, in una condizione patologica di insolvenza e dipendenza finanziaria che rischia di erodere la sua stabilità politica interna, aprendo spazi che potrebbero essere, nuovamente, percorsi dai turbini dell’estremismo populista.

La natura del referendum

Tecnicamente, quello votato dai greci domenica 5 luglio era un referendum sul Debito (estero) greco, anche se per alcuni è parso si dovesse decidere la permanenza di Atene nell’Eurozona e, per conseguenza, i destini della moneta unica, nonché, più in prospettiva, il futuro dell’Unione europea. Più prosaicamente, a ben vedere, questo scenario pare non sia mai stato nel novero delle reali soluzioni intimamente auspicate dal primo ministro ellenico Alexis Tsipras. In primo luogo per un dato oggettivo: nel programma politico del partito del leader greco, Syriza, benché sia prevista (punto 40) l’uscita dalla NATO, non si fa invece cenno alcuno riguardo l’abbandono dell’Euro. Segno che Tsipras ha imparato bene l’arte del bluff politico, cercando, con un referendum, di applicare una tattica dilatoria (l’ennesima, peraltro una delle tante messe in atto anche dai precedenti governi greci) forse con l’intenzione di prendere per sfinimento la cosiddetta Troika (Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea). Un indizio in tal senso pare provenire, ancora una volta, dal programma del leader greco. In cima a tutte le intenzioni infatti (punto 1) si afferma esplicitamente quella di: “Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione”. Fatta questa premessa la deduzione più logica è che il referendum di domenica abbia rappresentato niente più che un’arma per fare ulteriore pressione psicologica al tavolo dei negoziati con i creditori esteri, i famosi “mercati internazionali”, i quali peraltro non sono un’entità astratta di natura metafisica, bensì soggetti con nome e cognome.

Il valore del Debito estero di Atene

Secondo dati rilasciati dalla Banca di Grecia, la quota estera del Debito Pubblico greco ammonta a 416 miliardi di Euro, di cui 228 concessi per il solo salvataggio di Atene. Una stima della Banca dei Regolamenti Internazionali valuta inoltre che il comparto bancario internazionale possa vantare crediti per un valore complessivo di 87,8 mld di €. Nell’area Ue, sono principalmente tre gli Stati che hanno considerevolmente aiutato la Grecia con iniezioni di liquidità: Germania, Francia e Italia, benché le banche italiane abbiano ridotto di molto la loro esposizione nei confronti del debitore, che oggi è pari a 907 milioni di € (di cui 318 verso il settore pubblico). Una cifra di gran lunga inferiore ai 6 mld registrati ancora nel 2010 (ovvero a ridosso dello scoppio della “crisi dei Debiti Sovrani”). Diversa la posizione dello Stato italiano, esposto per (circa) 40 mld di €, suddivisi in quote partecipative al Fondo Monetario Internazionale (FMI), 2 mld, in poco più di 3 mld concessi attraverso la Banca Centrale Europea (BCE), 10 mld rappresentati da prestiti concessi tramite accordi bilaterali e un 17% rappresentato dalla quota di partecipazione italiana al cosiddetto “Fondo salva Stati”, European Stability Mechanism (ESM). Le banche che soffrono maggiormente sono però, per quanto paradossalmente, quelle americane. Segno di come la crisi greca vada ben oltre i confini dell’Eurozona e della Ue, rappresentando un caso internazionale. Il settore bancario d’oltre oceano è infatti esposto per 18 mld di €. Segue la Germania con 13,7 mld e il Regno Unito con 13,2 mld. I banchieri d’Oltralpe, in maniera lungimirante, al pari dei cugini italiani, nel corso degli ultimi anni hanno invece progressivamente ridotto il proprio credito, passando dai 57 mld di cinque anni fa ai 2,2 mld attuali.

Quali scenari ?

Il risultato di domenica svela, alfine, l’arcanum imperii del braccio di ferro iniziato e proseguito con tenacia dalla coppia Tsipras-Varoufakis con la Troika, che si può riassumere con la parola d’ordine: ri-negoziare, ovvero, in gergo finanziario, ristrutturare il Debito (venerdì 3 luglio scorso, il leader greco, aveva parlato di una richiesta di riduzione del 30% e un nuovo rifinanziamento, calcolato dal FMI in 50 mld di € spalmato su tre anni). Lo stesso Tsipras, in tempi non sospetti, vale a dire nei giorni precedenti il referendum, aveva grosso modo anticipato questa intenzione, rilasciando una dichiarazione che forse a qualcuno può anche essere sembrata contraddittoria. Aveva infatti affermato che, qualunque fosse stato il risultato uscito dalle urne, egli avrebbe seguitato a negoziare (dicendosi fra l’altro fiducioso dell’appoggio del FMI). Pur facendo la voce grossa, Tsipras sapeva (e sa) bene di non potere ottenere tutto ciò che andava dicendo di esigere dalla Troika dinnanzi alle piazze greche. Tanto che nelle ultime settimane aveva alzato il livello del bluff, nel tentativo di portare a casa il possibile attraverso la consultazione popolare, sulla quale peraltro, ad un tratto, è perfino pesato il dubbio di incostituzionalità. Ma la vittoria del “no” potrebbe anche scontentare i partigiani dell’euroscetticismo. E’, ad esempio, il parere degli analisi della prestigiosa e influente banca d’affari statunitense Goldman Sachs, per i quali il risultato di domenica non implica automaticamente lo scenario Grexit con il trionfo di Atene sulla moneta unica. La partita potrebbe infatti anche chiudersi con un pareggio: i mercati internazionali potrebbe bloccare ogni ulteriore aiuto, così come la BCE, che potrebbe sospendere ulteriormente il programma di liquidità di emergenza (ELA –Emergency Liquidity Assistance), lasciando di nuovo a secco i bancomat delle banche greche. Dal canto suo, Tsipras potrebbe forse strappare una riduzione del debito, forte del consenso ottenuto dalle urne. Consenso che però potrebbe anche ridursi man mano che la liquidità emessa dalla BCE cessasse di affluire verso il sistema bancario nazionale, colpendo in tal modo una vasta fascia di cittadini greci (in particolare i soggetti più deboli, come i pensionati). Un compromesso pare pressoché ineludibile. La Troika potrebbe perfino cedere su alcuni punti. Magari fino a tollerare che la Grecia attui una doppia circolazione, con una moneta completare all’Euro in grado di sostenere gli scambi locali. Un piano, peraltro, già discusso nell’Eurozona anni addietro, (sebbene in termini alquanto differenti), quando alcuni avanzarono la proposta di scissione dell’Euro, mediante la creazione di una moneta forte per i Paesi virtuosi, contrapposta ad una riservata invece ai Paesi mediterranei (o cosiddetti PIGS: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Di fatto, in Grecia, nei giorni scorsi, si è comunque già assistito ad un doppio standard di trattamento. Mentre infatti ai greci veniva imposto ex lege di non superare la soglia di prelievo giornaliera di 60 €, ai residenti esteri e ai turisti tale limite non era stato applicato.

Il risultato di domenica non pone dunque la parola fine all’odissea di Atene, che rimane in balìa del revanscismo populista, il quale, sempre in agguato ai bordi della vita politica extra parlamentare, in alcuni casi assume le forme della destra neo-nazista, rappresentata dagli adepti nostalgici di Alba Dorata. Benché tale spettro sia, per ora, trattenuto da Syriza, la malata d’Europa (per usare un’espressione mutuata dalla storia dell’Impero Ottomano, molto simile, nei suoi aspetti finanziari, alle attuali vicende greche) mostra di volere ascoltare le sirene dell’avventura geoeconomica offertale dal duo Tsipras-Varoufakis. Così facendo però, s’accresce il pericolo che la nave dello Stato finisca fuori rotta e che si crei un buco nero geopolitico, oltre che geoeconomico, (Atene è membro sia della Ue che della NATO), nel cuore del mediterraneo, capace anche di ingurgitare la stabilità dell’intera Eurozona e forse del continente intero.

di Roberto Motta Sosa