Rischi e vantaggi della collocazione geopolitica dell’Italia contemporanea

All’indomani dell’attentato alla redazione della rivista francese Charlie Hebdo, né stato sottolineato come l’Italia – suo malgrado – fosse tornata nuovamente al centro delle dinamiche geopolitiche mondiali (http://goo.gl/oRKR8j). Pensando a una sintetica sequenza dei principali focolai di disordine e dei più scottanti dossier che hanno catalizzato l’attenzione mondiale in questa prima parte del 2015, ancora pochi dubbi possono restare in merito: radicalismo islamico in Tunisia, anarchia in Libia, emergenza emigrazione, scontro tra militari e Fratellanza musulmana in Egitto, espansione dell’Isis, deal nucleare con l’Iran, tensioni in Macedonia, crisi economica della Grecia, guerra civile in Ucraina e sanzioni alla Federazione Russa. Sebbene l’Italia non abbia agito direttamente su tutti questi fronti, da tutti è stata direttamente chiamata in causa e la loro evoluzione in un senso o in un altro potrebbe determinare dei mutamenti significativi sulla nostra dimensione interna, sia politica, che economica e sociale.

Dopo fine della Guerra fredda Roma non si era mai più trovata in una posizione internazionale sensibile come quella attuale, causata della sua prossimità geografica con alcune aree di crisi e dalla consistenza dei suoi interessi posti in discussione nei principali dossier dell’agenda internazionale. Anzi, senza fare troppe concessioni al sensazionalismo, potremmo perfino sostenere che il nostro Paese si trovi attualmente a gestire una posizione che, sotto alcuni aspetti, è persino più critica di quando costituiva – insieme alla Repubblica Federale Tedesca – la principale linea di confine tra il mondo occidentale e il mondo comunista nell’ambito del sistema bipolare.

Da un lato si deve ricordare che la posta in gioco dello scontro che segnò la vita politica internazionale del 1945-1991 era l’egemonia globale e il principale rischio ad essa collegato era la “mutua distruzione assicurata”. Nulla di tutto ciò è presente nel nuovo “gioco” cui prendiamo parte. Ogni connotazione “globale” delle vicende all’interno delle quali ci troviamo inseriti, inoltre, sembra essere svanita e le dinamiche geopolitiche che caratterizzano le due regioni con cui spazialmente e politicamente siamo più interdipendenti – il Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e lo Spazio post-sovietico – sembrano popolate da attori e logiche diversi (con l’eccezione degli Stati Uniti) e hanno una capacità di contagio circoscritta (come evidenziato anche dalla compartmentalization attribuita da Obama a Putin sulla trattativa sul nucleare iraniano). Come sostenuto da Alessandro Colombo nel suo La disunità del mondo (Milano: Feltrinelli, 2011) le crisi contemporanee non sembrano in grado di produrre conseguenze sistemiche, né di innescare un effetto domino, né, ancora, di causare una guerra globale. E questi aspetti costituiscono delle buone notizie.

Dall’altro lato, tuttavia, non devono essere sottovalutate le insidie che caratterizzano il contesto internazionale nel quale agisce l’Italia. Tre variabili – sostanzialmente indipendenti dalla volontà di Roma – sembrano essere state determinanti nel suo processo di formazione. La prima è che il nostro Paese non gestisce più un solo fronte caldo – l’Europa orientale – come durante la Guerra fredda, ma ben due – la sempre più instabile sponda sud del Mar Mediterraneo e i Balcani che costituiscono un ponte verso la “nuova Europa orientale” post-sovietica. Di conseguenza i suoi interessi prioritari, così come la gestione delle sue diminuite risorse, devono essere contestualizzati in teatri completamente diversi, che implicano una particolare attenzione nel decifrare gli interessi dei singoli attori sul campo e la capacità di non azzerare i vantaggi guadagnati su un teatro con gli errori commessi in un altro. Una seconda caratteristica è che se in passato le organizzazioni internazionali occidentali a cui l’Italia apparteneva costituivano una garanzia di stabilità, oggi questa affermazione non corrisponde necessariamente al vero. È inutile negare che l’Ue stia vivendo un momento di crisi, assumendo una connotazione sempre più gerarchizzata al suo interno ed esasperata da uno stallo economico in molte aree, che si riverbera negativamente sugli assetti interni degli Stati membri. Allo stesso modo si deve ricordare la responsabilità della Nato nella gestione della crisi della Libia nel 2011 e il suo successivo disimpegno nonostante la situazione politica nel Paese nordafricano stesse degenerando verso una condizione simile a quella della Somalia, cui ha fatto da contraltare il suo dispiegamento di forze in funzione anti-russa nei territori limitrofi all’Ucraina. Entrambe le organizzazioni, inoltre, hanno sostenuto (e, nel caso della Ue, richiesto ai suoi membri) l’applicazione delle sanzioni economiche contro Mosca, che per l’Italia si sono trasformate in un vero e proprio boomerang colpendo principalmente i comparti manifatturiero e agro-alimentare. È evidente, infine, come il disengagement dell’amministrazione Obama proprio dalle due aree di nostro interesse prioritario, in favore della politica del pivot to Asia, carichi l’Italia di responsabilità politiche che in precedenza non si era mai trovata a dover assumere e di pesi militari ed economici che la nostra società continua a voler ignorare, anche a scapito della sua futura sicurezza.

Queste tre variabili non spiegano da sole la genesi dei singoli focolai di instabilità con cui ci confrontiamo, che richiede sia l’integrazione di considerazioni relative ai rapporti bilaterali degli Stati, che il ricorso a variabili di politica interna, ma devono essere tenute ben presenti come perimetro all’interno del quale elaborare una politica estera che consenta all’Italia di difendere efficacemente i suoi interessi nel futuro su tutti gli scenari in cui – volente o nolente – risulta chiamata in causa.

di Gabriele Natalizia