I risvolti (imprevisti?) dell’attacco chimico in Siria

Il recente attacco chimico a Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, quasi certamente da imputare al regime di Damasco, ha contribuito a rimescolare molto le carte. Innanzitutto, facendo entrare in rotta di collisione l’America di Trump con Mosca, che sembra essere in questa fase più debole e isolata.

 

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Il presidente americano Trump ha infatti sorpreso un po’ tutti, decidendo di sferrare un attacco missilistico di rappresaglia contro la base aerea siriana di Shayrat, a sudest di Homs, da cui sarebbero partiti i velivoli Su-22 che hanno colpito facendo una strage di civili. Agenti chimici sono stati già utilizzati da Assad nel conflitto, non perché questi abbiano una peculiare utilità sul piano tattico quanto per l’effetto psicologico. Il raìs siriano ne ha fatto uso, anche in passato, per seminare caos nelle aree in mano ai ribelli e come parte integrante di una strategia volta a ridurre il supporto locale agli insorti.

 

Si tratta beninteso di armi proibite, in primis dalla Convenzione sulle Armi Chimiche (CWC), a cui il regime siriano aveva aderito dopo i tragici fatti di Ghouta grazie ad un accordo in extremis fra Obama e Putin. Allora Obama aveva tracciato una “linea rossa”, la cui credibilità era da subito apparsa limitata fino al salvagente fornito dal presidente russo. Stavolta, il nuovo inquilino della Casa Bianca, distaccandosi dalla linea del suo predecessore, ha fatto seguire alle parole i fatti. Lo ha fatto con un’azione limitata e soprattutto “dimostrativa”, ma che costituisce un potente messaggio che, negli scopi dell’amministrazione americana, deve essere veicolato non solo in direzione di Assad, ma ben al di là del teatro siriano.

Non è da sottovalutare infatti che il raid deciso da Trump abbia coinciso con il vertice in Florida fra il presidente americano e il suo omologo cinese, Xi Jinping. In cima all’agenda dei due leader, vi è la questione relativa ai rapporti commerciali fra Cina e Stati Uniti (tema ricorrente nella campagna elettorale di Trump) ma soprattutto il dossier nordcoreano. Ed è proprio sui rapporti con il regime di Pyongyang, responsabile di diverse provocazioni di recente, in particolare con gli ultimi lanci missilistici, che una saldatura di interessi fra Washington e Pechino potrebbe progressivamente materializzarsi.

Si tratta com’è ovvio di una situazione in evoluzione, ma a mio avviso l’imprevedibilità crescente di Kim Jong-un e il suo avvicinamento alla soglia di una capacità nucleare più credibile potrebbero avvicinare Trump e Xi molto più di quanti non credano. D’altronde, entrambi vogliono scongiurare una minaccia nucleare effettiva da parte della Corea del Nord, concordando anche sul fatto che un abbattimento del regime con un intervento esterno produrrebbe conseguenze difficilmente immaginabili. In questo contesto, va segnalato che diverse voci si sono levate negli ultimi tempi a Pechino a favore di una linea meno conciliante nei confronti di Kim (basti pensare alle prese di posizione di esperti come Jia Quingguo, dell’Università di Pechino, secondo cui la Cina non può vedere minacciati i propri interessi vitali da Pyongyang senza reagire in modo adeguato).

Già l’omicidio con il VX del fratellastro del dittatore nordcoreano, Kim Jong-nam, all’interno dell’aeroporto di Kuala Lumpur, dai contorni tuttora non ben definiti, verosimilmente era stato un messaggio per il nuovo presidente americano.

 

di Massimo Amorosi

docente di Studi Internazionali