Social Media e distorsioni d’uso: cyberharassment, cyberbullying e cyberstalking

I Social Media sono quelle tecnologie e pratiche online che gli utenti di internet adottano per condividere contenuti testuali, immagini, video e audio, quindi tutti quei media che sono abbastanza flessibili per soddisfare le capacità ed esigenze sociali dei cittadini (Shirky, 2008). In questa accezione ha ragione De Baggis quando scrive che il Web non esiste: esistono le persone e le tecnologie di comunicazione e per l’interazione servono solo a veicolare l’intrinseca socialità dell’essere umano, poiché sono proprio le dinamiche sociali che permettono alla Rete di funzionare rispondendo ai bisogni delle persone non alle funzionalità tecnologiche (2010). La Rete, però, amplifica queste dinamiche psicologiche e sociali umane riassumendone digitalmente le strutture sociali spontanee umane, replicandone regole e distorsioni (Chiefi, 2013).

Proprio l’uso distorto di queste tecnologie e strumenti per la comunicazione ha contribuito alla nascita e sviluppo negli ultimi anni del fenomeno delle molestie online; ovvero l’utilizzo delle ICT (Information and Communication Technologies) e/o di altri strumenti tecnologici (email;Chat room; Gruppidi; Siti Web; piattaforme di social networking; Instant messaging; telefoni cellulari; sms; Blog) per perseguire incessantemente un individuo, o gruppi di individui, con l’intenzione di spaventare e/o imbarazzare la vittima e/o rovinarne la reputazione, furto d’identità reale e/o in Rete della vittima, distruggere dati, sfruttare e molestare anche sessualmente la vittima. La giurisprudenza anglofona in principio distingueva il fenomeno del cyberbullying (cyberbullismo) che inizialmente avveniva tra minori e teenager, in relazione ad azioni ed aggressioni ripetute nel tempo, quindi quale estensione del bullismo della vita reale nella versione online, dal fenomeno del cyberharassment (cybermolestie) ovvero il fenomeno tra adulti oppure tra adulto e minore relativo a tutti quegli atti ed azioni compiuti a danno di qualcuno ma non consecutive o ripetitive nel tempo. Sempre più spesso però oggi il termine cyberbullying viene utilizzato per indicare qualsiasi tipo di prevaricazione, atto, offesa etc a danno della stessa vittima di qualsiasi età anagrafica non solo riferito al target bambini/adolescenti. Con il termine cyberstalking invece si intende una particolare forma di cyberbullismo relativo principalmente all’incutere paura o perseguitare partner o expartner o comunque con una connotazione relativa alla sfera amorosa affettiva della vittima e/o dello stalker. (Pietrafesa, 2014)

Nel settore education, lo stereotipo dei nativi digitali spesso veicola il grande equivoco che i giovani conoscano tutto della Rete e siano abili esperti informatici. In realtà essi sono si abili utenti, ovvero hanno dimestichezza e manualità necessaria nell’accedere velocemente ai sistemi e piattaforme digitali, poiché ne hanno assorbito in giovane età le metafore d’uso; tuttavia proprio per questo, i cosiddetti “nativi digitali” devono poter conoscere adeguati strumenti conoscitivi e metodologici per affrontare Internet e tutte le manifestazioni sociali e tecnologiche che ne possono derivare, con la consapevolezza di quello che può accadere in un contesto in cui l’informazione e la condivisione istantanea non lascia abbastanza tempo alla riflessione, interiorizzazione e ricezione del messaggio (ad esempio una indagine effettuata dall’Università di Milano Bicocca sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde ha evidenziato che due su tre non sanno come funzioni Wikipedia nè siano in grado di valutare le fonti delle notizie che leggono o cercano online).

In realtà l’utilizzo e le interazioni online dei ragazzi (13-17 anni) non differiscono in maniera sostanziale dalle altre fasce d’età ma è proprio nel maggior utilizzo che questi ultimi fanno dei nuovi strumenti: i ragazzi preferiscono infatti utilizzare e comunicare attraverso le varie e differenti applicazioni disponibili tramite smartphone, tablet, connessione wi fi ed internet illimitato. Per loro dunque non sussiste una separazione netta o differenziazione tra interazioni e vita online da quella offline: tutte le loro attività anche esperienziali sono perfettamente integrate anzi talvolta persino più sviluppate nell’ambiente digitale (Boyd, 2009).

In Italia, secondo i dati raccolti da EU Kids Online il 60% dei nostri ragazzi naviga online tutti i giorni (o quasi) con una durata di connessione media di 2-3 ore al giorno. Di questi il 57% (età compresa tra i 9 e 16 anni) ha attivo un profilo di social networking. L’Italia registra inoltre una elevata percentuale di ragazzi che accedono al Web senza la supervisione di un adulto (62%), mentre in merito agli accessi informatici che avvengono all’interno delle scuole detiene la percentuale più bassa in Europa (solo il 36%). Infatti la conoscenza e l’’uso di accorgimenti tecnici per le impostazioni di sicurezza e privacy è ancora relativamente basso: solo il 21% dei genitori predispone filtri e blocco ai siti e di questi solo il 15% tiene traccia della cronologia dei siti Web visitati dai propri figli. Emerge inoltre un divario sensibile tra i comportamenti effettivi online dei ragazzi e la percezione che ne hanno i genitori. Non aiuta il fatto che molti genitori (l’82% in Italia, percentuale più alta del 10% rispetto alla media europea) ritengano «altamente improbabile» che i propri figli possano imbattersi in situazioni spiacevoli.

Attualmente è dunque l’ambiente domestico che rappresenta il contesto primario in cui sono mediate e sperimentate le esperienze sul Web da parte dei nostri ragazzi, laddove invece andrebbe riconosciuto anche alla Scuola un ruolo e presenza fondamentale per l’educazione e la sensibilizzazione dei bambini, genitori ed educatori alla conoscenza della Rete, soprattutto quando gli adulti non siano essi stessi utenti del Web e delle nuove tecnologie.

Infine è bene evidenziare che in termini di alfabetizzazione digitale, rispetto al resto d’Europa, i ragazzi italiani sono meno attrezzati e hanno maggiori carenze di competenze di base e di sicurezza e impostazione della privacy. Tanto è vero che proprio il fenomeno del cyberbullismo e la ricezione di messaggi sgradevoli o offensivi sconvolge maggiormente i nostri ragazzi. È evidente che ridurre l’impiego e/o imporre il divieto dell’utilizzo dei social media al fine di ridurne il rischio comporterebbe solo il perdurare e perpetrare dell’attuale situazione di esclusione digitale dei bambini italiani nel contesto europeo e mondiale. Il mondo non sta cambiando, il mondo è già cambiato; è necessario incoraggiare in questo senso la ricerca di contenuti positivi on-line, favorendo e facilitando però un’adeguata conoscenza delle competenze necessarie affinché i nostri ragazzi possano essere cittadini non solo italiani ma del mondo intero.

Un concreto percorso di alfabetizzazione digitale rivela, sottolinea ed evidenzia la necessità di promuovere una cultura digitale che consenta non solo di sapere utilizzare le nuove tecnologie, cogliendone il valore per le opportunità di sviluppo personale e professionale in questo mondo globalizzato, ma anche soprattutto di acquisire una forte consapevolezza nell’uso delle tecnologie anche in relazione ai rischi ad esse connessi. Il social network ha le sue regole talvolta sconosciute ma, ha anche dei dispositivi di salvataggio, ovvero strumenti semplici, a portata di mano, che consentono di bloccare qualcuno che non piace; di impedire ad altri di infastidire commentando; di stoppare chi “tagga” in foto o in post che mettono in difficoltà. Insieme a regole comportamentali esistono strumenti (impostazioni, software specifici, filtri e così via) che possono essere usati da ragazzi, genitori ed educatori. Nulla appare essere più efficace di un giusto mix tra atteggiamenti corretti da tenere e utilizzo di specifici strumenti informatici. A questo va sicuramente aggiunto il sostegno degli adulti, che deve essere costante, non invadente ma sempre attento e di supporto.

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Social media e distorsioni d’uso:cyberharrassment, cyberbullying e cyberstalking

 

di Emma Pietrafesa

Direttivo Stati Generali dell’Innovazione-Rete WISTER