I Social Media nella Social Innovation e nella Digital Fabrication

L’evento SociaLink tenutosi all’interno della Social Media Week è stata un’occasione per riflettere su opportunità e sfide offerte dai Social Media nella Social Innovation e nella Digital Fabrication insieme ad esperti attivi sul territorio nazionale ed internazionale e rappresentanti del mondo accademico afferenti al Dipartimento Ricerca LCU.

I vari interventi sono stati moderati da Massimiliano Dibitonto, Assegnista di Ricerca LCU, che ha posto alcuni interrogativi sull’effettivo impatto sociale di fenomeni come la Social Innovation, la Sharing Economy e la Digital Fabrication, invitando i presenti a riflettere su ciò che li lega e dà loro valore. Si tratta, infatti, di termini trasversali difficili da definire in modo univoco, poiché riferiti a processi pervasivi in costante evoluzione. Nell’ambito della Social Innovation rientrano tutte le attività che hanno come scopo principale l’individuazione di risposte efficaci a criticità e bisogni sociali, in grado di creare valore economico e sociale a beneficio della comunità. A tal proposito, la Sharing Economy favorisce l’adozione di soluzioni basate sulla collaborazione e sull’ottimizzazione delle risorse, mentre i FabLab sono un importante elemento di connettività e di attivazione di competenze specializzate sul territorio.

Le ICT, inclusi i social media, possono essere di supporto alla strutturazione degli interventi di innovazione sociale, come ha evidenziato Alberto Campora, Business Development Manager di Make Sense, iniziativa nata per aiutare gli imprenditori a risolvere problemi sociali specifici inerenti al proprio business, sfruttando le potenzialità della rete per coinvolgere una comunità “mondiale”. Infatti, la pubblicazione delle “sfide sociali” sulla piattaforma di Make Sense attiva una comunità altamente fidelizzata di diversa estrazione culturale e professionale, di cui l’imprenditore diventa parte, pronta a incontrarsi (fisicamente) sul territorio per co-pensare attraverso workshop incentrati su problem solving e sviluppo di soluzioni prototipali. Questo modello collaborativo si è diffuso anche grazie all’approccio “open”, che ha reso la struttura snella, rapida e replicabile, nonché a costo zero per gli imprenditori che ne usufruiscono.

La comunità è l’elemento propulsore dei nuovi tipi di collaborazione che vedono il cittadino come fonte di innovazione e creatività. In questi termini, l’intervento di Valentina Volpi, Assegnista di Ricerca LCU, ha fornito una panoramica sugli approcci collaborativi che portano un’innovazione di processo all’interno del territorio, sia in ambito economico (Sharing Economy) che in ambito civico e istituzionale (Open Government). Tuttavia, le diverse soluzioni di Sharing Economy, grazie anche all’impiego delle ICT e dei social media, intesi come mezzi per la creazione di reti per la condivisione delle risorse e dei valori, può avvicinare la sfera dell’interesse comune a quella dell’interesse pubblico, attivando nuove sinergie e modelli di comportamento.

La Social Innovation, dunque, riguarda anche il rapporto tra cittadino e PA, come ha ben messo in evidenza Maurizio Mesenzani, AD di AMC Services, che collabora al progetto SPAC3, volto ad avvicinare le istituzioni al cittadino, in particolare per quanto riguarda i servizi sociali e alla famiglia. Di conseguenza, all’interno del progetto è stato elaborato un modello che mira a far dialogare le due parti attraverso 4 fasi: contatto; ingaggio; negoziazione; patto. Per consentire alla PA di coinvolgere i cittadini nella strutturazione dei servizi in base ai bisogni reali, è importante che entrambi frequentino gli stessi luoghi, con le medesime tempistiche e utilizzando uno stesso linguaggio. Perciò, nel progetto SPAC3 la maggior parte dell’attività di comunicazione e interazione con il cittadino ruota attorno ai social media, in quanto intermediari del mondo reale e ambienti d’interazione familiari.

Il cambiamento nella relazione tra il cittadino e la propria città, però, può avvenire anche a partire da una sfera più “personale”. Così Eliseo Sciarretta, collaboratore del Dipartimento Ricerca LCU, ha presentato il progetto People Olympics, che consiste in una competizione amichevole tra città basata su attività sportive proposte dai cittadini attraverso i social network. L’obiettivo è quello di stimolare stili di vita più sani, poiché l’inattività fisica è la quarta causa di morte nel mondo e rappresenta di conseguenza un’emergenza sociale da fronteggiare al più presto.

Capire quali modelli relazionali e organizzativi inneschino processi di Social Innovation non è cosa facile. A tal riguardo, Simonetta Cavalieri ha contribuito a fare chiarezza, grazie all’esperienza che SIS, società di cui è Presidente, ha nel settore. Innanzitutto, più che cercare di definire la Social Innovation, è utile guardare a quelle che sono le innovazioni sociali e a come esse influiscano sui comportamenti e sui modelli culturali, innovando la sfera dei diritti. Per SIS le innovazioni sociali necessitano di coerenza, concretezza e di una struttura sistemica per rispondere con rapidità ed esattezza ai bisogni della comunità. Tutto può essere innovazione sociale, a patto che abbia un’utilità per il target sociale, sia rilevante per tutti i soggetti coinvolti e per la collettività, sviluppi cultura ed efficaci relazioni nella società e, soprattutto, non induca nuovi bisogni creati. Esiste, però, un problema di proprietà intellettuale legato alla tutela delle idee condivise. Per questo SIS, dopo aver lanciato nel 2014 la Carta Internazionale dei diritti digitali, per il 2015 sta lanciando la ricerca nazionale per la redazione della Mappa delle Nuove Proprietà, che pone al centro la partecipazione del cittadino e delle imprese.

A proposito di brevetti, Stefano Capezzone, Social Media Manager del FabLab Roma Makers, ha ripercorso le tappe del processo di apertura e condivisione verificatosi in campo manifatturiero, che ha abbassato le barriere di accesso a macchinari e processi industriali, portando a ripensare significativamente i modelli di produzione secondo una prospettiva “dal basso”. In dettaglio, come è avvenuto per il web 2.0, dove il superamento di barriere tecnologiche e la semplicità d’uso degli strumenti digitali hanno permesso a molti utenti di diventare produttori di contenuti, così in campo manifatturiero le stampanti 3D, le laser cutter e ogni tipo di CNC hanno consentito un salto verso la “democratizzazione dell’invenzione”, ovvero la possibilità di inventare e costruire “almost anything”. Grazie alla Digital Fabrication, alla realtà produttiva industriale si affianca un artigianato “digitale” che attrae giovani, creando occupazione. I FabLab sono laboratori che offrono servizi di fabbricazione utili alla comunità, efficaci in quanto fisicamente presenti sul territorio e con una capacità produttiva in bassa scala che può prontamente rispondere in modo personalizzato alle esigenze del territorio. La capacità di fare rete, aiutando altri FabLab ad avviarsi è essenziale.

Un altro obiettivo dei FabLab è l’alfabetizzazione tecnologica e la diffusione della conoscenza, punto eccellentemente illustrato da Francesca Del Duca, coordinatrice delle attività della Palestra dell’Innovazione creata da Fondazione Mondo Digitale, che mira a diffondere l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali in tutte le categorie della popolazione, con particolare attenzione per le categorie disagiate e i giovani. Infatti, il progetto fa leva sulla forza del cambiamento che nasce dall’educazione a scuola e in altri luoghi, come ad esempio i FabLab, e che affianca a quella tradizionale una nuova didattica basata sulle cosiddette soft skill. La Palestra dell’Innovazione si rivolge ai ragazzi con varie iniziative e li mette in contatto con designer, professionisti e artigiani per condividere conoscenze e competenze da reinvestire nel tessuto sociale locale.

Appare chiaro, dunque, come i social media rappresentino uno strumento a supporto della Social Innovation, laddove integrati in processi virtuosi di cambiamento e di innovazione. Di questi processi, sono parte anche le PA che, oltre a dover stabilire un dialogo trasparente e continuo con i cittadini, devono mostrarsi ricettive e attive nel rispondere ai bisogni emergenti. L’intervento del pubblico, però, non deve significare assistenzialismo. I progetti di Social Innovation devono riuscire a sostenersi anche attraverso iniziative economiche, senza dover necessariamente snaturare il loro obiettivo prevalentemente sociale. È in questo scarto tra etica e profitto che si inseriscono i meccanismi della Sharing Economy, basati sulla condivisione, ma soprattutto sulla motivazione delle persone, poiché per definizione l’innovazione sociale trova le sue origini dal basso, all’interno di community attive, intraprendenti e consapevoli, che portano avanti progetti votati alla concretezza, alla sostenibilità e al coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, come è avvenuto per la nascita dei FabLab.

di

Massimiliano Dibitonto

Manuela Minozzi

Valentina Volpi

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