Stati Uniti-Russia: una partita strategica sullo scacchiere del Mena

La foto dell’incontro del 29 settembre scorso tra Barack Obama e Vladimir Putin ha immortalato quello che in futuro potrebbe essere considerato un turning point della vita politica internazionale. A dispetto di quanti avevano voluto trovare a tutti i costi i segnali del declino dell’egemonia americana dapprima nella strage dell’11 settembre, poi nella crescita economica della Cina e nell’impasse militare in Iraq e, infine, nella crisi economica del 2008, questa volta sembra essere veramente in atto un tentativo reale di controbilanciamento. E non prende forma in dimensioni meta o para-politiche, ma, anzitutto, in quel regno della realpolitik che molti governi europei considerano ancora come una marginale eredità del passato: la dimensione della violenza.
Il summit di New York è stato il primo dai tempi della Guerra fredda in cui un presidente americano si è presentato in una posizione di evidente fragilità rispetto al suo omologo russo. Più debole nella partita mediorientale, a causa della scelta di parziale disimpegno nell’area della Casa Bianca, e in quella ucraina, per la prossimità strategica della Russia e lo spostamento degli interessi americani verso il quadrante Asia-Pacifico, nonché in debito d’ossigeno per il risultato ottenuto nel deal nucleare con l’Iran. Quest’ultima dimensione se per ora ha solo i contorni di un successo effimero per Obama, in futuro potrebbe trasformarsi in una vera e propria vittoria di Pirro, come fanno presagire la spirale di violenza che sta investendo Israele e la strisciante crisi dei rapporti di potere interni e della posizione internazionale dell’Arabia Saudita. Non si può dimenticare, peraltro, che la Russia sta diventando l’interlocutore principale per l’Egitto, attira l’attenzione di Israele in un momento di crisi nelle sue relazioni con Washington, comincia a dialogare sottotraccia con l’Arabia Saudita e rischia di diventare l’interlocutore principale dell’Iraq, come confermato dal sorvolo dello spazio aereo garantito dal governo all’aviazione militare russa nonostante la contrarietà della Casa Bianca e dall’istituzione a Baghdad del centro per la condivisione di informazioni e analisi per la lotta all’ISIS (nato dall’accordo tra Russia, Iran, Iraq e Siria).
È comunque la partita in Siria che appare centrale sullo scacchiere geopolitico. Il Medio Oriente-Nord Africa (MENA), d’altronde, è stato considerato una regione vitale per gli interessi americani sin dai tempi dell’accordo stretto da Franklin D. Roosevelt e Ibn Saud sull’incrociatore Quincy e quella su cui gli Stati Uniti hanno investito di più, in termini sia di costi umani ed economici che di prestigio, nella prima decade del XXI secolo. Almeno fino al 2011 sembrava che qualsiasi equazione politica regionale non potesse prescindere da Washington.
La proposta avanzata da più parti – e non esclusa categoricamente neanche dal segretario di Stato americano John Kerry – che Casa Bianca e Cremlino si coordinino nelle operazioni militari volte a piegare l’ISIS sarebbe apparsa surreale solo qualche anno fa. Lo Stato Islamico dispone di un esercito e di armamenti neanche lontanamente paragonabili a quelli dei suoi avversari. Non ha un’aviazione, né un sistema di intelligence diffuso capillarmente, né possiede sistemi di controllo satellitare del territorio. Infine dipende principalmente da rapporti esterni per il rifornimento di armi e non è in grado di raffinare il petrolio estratto nei pozzi che controlla. In teoria, quindi, è militarmente fragile, tanto che basterebbero sia le sole forze americane, che quelle russe o anche quelle iraniane per debellare questa minaccia. L’intesa, tuttavia, è politicamente imprescindibile per evitare il precipitare nel caos della regione, che rappresenta un’ipotesi ormai verosimile a causa di una serie di fattori concomitanti: a) il parziale disengagement degli Stati Uniti; b) l’ingresso della Russia come attore decisivo nell’area; c) l’intensificarsi dello scontro – da tempo – in atto tra il campione dell’Islam sciita, l’Iran, e quello dell’Islam sunnita, l’Arabia Saudita.
Da più parti è stato sostenuto anche che la Russia potrebbe rinunciare a difendere il regime di Assad in Siria e, quindi, a svolgere un ruolo di primo piano nel MENA in cambio dell’allentamento della pressione americana in Ucraina. Come ha sottolineato già il ministro degli Affari esteri Paolo Gentiloni questa via non sembra praticabile. E non solo da parte americana, perchè la sola presa in considerazione dello scambio getterebbe nel panico gli altri alleati nell’Europa Orientale, ma neanche da parte russa. D’altronde la preservazione di un regime che garantisca la presenza della flotta russa nel porto di Tartus, che soddisfa il tradizionale sogno geopolitico nazionale dell’accesso ai “mari caldi”, e la sostanziale contiguità territoriale di un’alleanza guidata dal Cremlino che separa in due la penisola araba (Iran, Iraq, Siria a leadership alawita e Hezbollah in Libano) sta assumendo un’importanza strategica paragonabile a quella del controllo della Crimea o all’influenza sull’Ucraina orientale. Sempre, ovviamente, nell’ottica di un’azione di progressivo counterbalancing. E probabilmente a Mosca l’opzione del baratto “Assad in cambio della Crimea” non è considerata neanche funzionale a ottenere la cessazione delle sanzioni (che gli Stati occidentali rivedranno il prossimo gennaio) in un momento di compressione dell’economia nazionale, perché non è chiaro se l’attuale impasse economica dipenda di più dalla ritorsione occidentale o dal crollo dei prezzi energetici. Solo un regime con al vertice “un” Assad, sia Bashar o un altro componente del suo clan, può rassicurare Putin. E, allo stesso tempo, è lo scenario che superata l’emergenza-ISIS qualsiasi amministrazione americana non potrà accettare.
Per un fenomeno di eterogenesi dei fini, tuttavia, una scelta razionale da parte degli Stati Uniti nel breve termine, quella di collaborare con la Russia per sconfiggere lo Stato Islamico, potrebbe persino produrre effetti negativi nel medio termine, determinando un assottigliamento dell’influenza americana nella regione e incentivando la trasformazione di un tentativo di bilanciamento politico su scala regionale – quella che potrebbe essere definita l’area del “Mediterraneo allargato” (MENA+territori bagnati dai mari interni) – in un bilanciamento su scala globale.

di Gabriele Natalizia