Trump è cambiato? 1 osservazione preliminare e 3 indicazioni fornite da MOAB

In una settimana la strategia globale dell’amministrazione Trump sembra aver compiuto una sorta di “inversione a U”. Quella che sembrava la presidenza più vicina all’isolazionismo della storia americana recente, tanto da recuperare lo slogan “America first” dei primi anni Quaranta, ha cambiato la sua posizione sulla guerra civile siriana e ingaggiato un’escalation militare con la Corea del Nord.

 

Un’osservazione preliminare sull’ipotesi di un mutamento strategico segnalato dalle evoluzioni più recenti è che, sebbene la politica estera non sia stata al centro dei pensieri del Trump-candidato così come del dibattito politico pre-8/11, due elementi erano comunque ricavabili dal suo programma elettorale e da quanto emerso nei confronti televisivi con Hillary Clinton. Da un lato che la lotta allo Stato Islamico avrebbe occupato una posto centrale nella politica estera del Paese in caso di vittoria repubblicana. Dall’altro che il quadrante regionale considerato strategico per gli interessi vitali degli Stati Uniti di Donald Trump, così come negli otto anni di Barack Obama, sarebbe stato l’Asia Pacifico. Tornare a essere un attore decisivo in Siria (lancio di 59 missili sulla base di Shayrat),dare una prova forte della volontà di debellare l’ISIS (utilizzo della bomba MOAB sullo Stato Islamico – Provincia del Khorasan), far navigare la portaerei Carl Vinson – probabilmente – in direzione della penisola coreana e inviare il vice-presidente Mike Pence a Seul e Pechino con i test missilistici di Pyongyang in corso, sono scelte che sembrano coerenti con le – seppur vaghe – premesse politiche della nuova amministrazione.

Sebbene gli eventi degli ultimi giorni appaiono tutti parimenti importanti, l’utilizzo della bomba MOAB (“Massive Ordnance Air Blast Bomb” o “Mother of AllBombs”) è quella più carica di significati. Infatti sembra capace di fornirci almeno tre indicazioni sulla direzione intrapresa dall’amministrazione Trump nella dimensione internazionale.

La prima è che l’ala “tradizionalista” dei repubblicani – rappresentata dal vice-presidente Pence, dal segretario di Stato James Mattis e dal consigliere per la Sicurezza nazionale Herbert McMastere a cui si è di fatto avvicinato il genero del presidente Jared Kushner– sta avendo la meglio negli equilibri del governo americano. A farne le spese è la corrente degli “America firsters” e, in primo luogo, il controverso Steve Bannon. Non è un caso, d’altronde, che il fondatore di Breitbart News sia stato rimosso dal consiglio di Sicurezza nazionale poco prima dell’attacco contro il regime di Assad. Questi nuovi rapporti di forza implicherebbero il mantenimento degli impegni militari globali della superpotenza e il rilancio dei suoi sistemi di alleanza consolidati (in questa cornice va inserito il recente cambio di passo nei confronti della NATO).

La seconda è che Trump si è convinto di qualcosa che aveva già intuito in campagna elettorale. Ossia che la lotta – presunta o effettiva – contro lo Stato Islamico è una fonte di legittimazione domestica e internazionale. Questa idea troverebbe conferma nella popolarità che Vladimir Putin si è progressivamente guadagnato con i suoi “boots on the ground” in Medio Oriente (opzione non condivisa da parte del suo entourage).Per scalzare il presidente russo dalla posizione di leader mondiale “percepito” della lotta contro l’ISIS (la Russia combatte prevalentemente le propaggini di al Qaeda in Siria e l’Esercito Siriano Libero)è necessario alzare il livello dello scontro e far tornare gli Stati Uniti nel ruolo di attore decisivo sullo scacchiere mediorientale. Secondo Trump questo obiettivo può essere raggiunto solo trasformando la forza americana in potenza, al contrario di quanto fatto da Obama nell’estate 2013 quando l’allora presidente preferì non agire militarmente contro il regime di Assad che – secondo molte fonti – aveva fatto ricorso ad armi chimiche.

La terza indicazione è che gli Stati Uniti di Trump non sono a tutti i costi alla ricerca della “riassicurazione strategica” con la Cina e la Russia. Di conseguenza, non sono anzitutto disponibili ad assumere un atteggiamento conciliante nei confronti dei loro Stati-vassallo (Corea del Nord e Siria). Bisogna ricordare, infatti, che la MOAB non è una bunker buster e che, quindi, il suo ricorso contro le basi sotterranee dell’ISIS non è stato così efficace da giustificare il ricorso a un ordigno dal costo di 14 milioni di dollari (con cui si stima siano stati uccisi circa 80 jihadisti). La bomba, piuttosto, è stata pensata per agire contro le fortificazioni militari e, di conseguenza, costituisce un deterrente per giocatori d’azzardo come Kim Jong-un e Bashar al-Assad. Se questi scegliessero di sfidare apertamente gli Stati Uniti, lo farebbero nella consapevolezza del fatto che per loro non ci sarebbe scampo. Allo stesso tempo MOAB rappresenta un monito contro la Cina e, in seconda battuta, contro la Russia. Nei rapporti con i due potenziali competitor Washington sembra voler far nuovamente pesare quel profondo gap in ambito militare che gioca a suo vantaggio, facendo emergere la contraddizione tra l’immagine di grandi potenze che Pechino e Mosca cercano di diffondere e le loro effettive capacità di sfida.

Queste tre indicazioni, unite all’osservazione preliminare, pongono l’attenzione sulla possibilità che lo slogan “America first”di Trump non sia da declinare secondo l’approccio jeffersoniano (isolazionista), ossia la rinuncia degli Stati Uniti a dare forma di sé al mondo per impegnarsi a salvaguardare la democrazia all’interno dei confini nazionali. Piuttosto, invece, sia da intendere in senso jacksoniano (nazionalista-populista), che vede nella sicurezza e nel benessere economico del popolo americano un bene perseguibile attraverso una minore esposizione internazionale del Paese ma che, se attaccati, impongono di conseguire una vittoria schiacciante sul nemico. Un primo assaggio di questo approccio, tuttavia, era stato offerto da Trump nel discorso di insediamento, quando aveva promesso: «we will reinforce old alliances and form new ones and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism, which we will eradicate completely from the face of the Earth».

Gabriele Natalizia è ricercatore alla Link Campus University, dove insegna Relazioni internazionali.