Alla scoperta della città moderna
Un itinerario tra le opere più significative dell’architettura del ’900

città moderna

di Mario Panizza
da L'Osservatore Romano

Roma rappresenta, non solo per il pellegrino, un catalogo inesauribile di arte storica: la città dell’antica Roma, il tessuto medievale, ma soprattutto i grandi monumenti religiosi e civili dell’età rinascimentale e barocca. Eppure Roma è anche una città moderna, sia per l’ingente presenza di edilizia ex-industriale, sia per la disseminazione al suo interno di opere del movimento moderno.

Gli edifici industriali, concentrati sull’asse sud-ovest della città, lungo il corso del Tevere, costituiscono un patrimonio di grande estensione che, tuttavia, è poco percepito, anche dai residenti, e soprattutto alquanto inutilizzato. Lungo la via del Mare, il grande insediamento moderno dell’Eur, costruito per l’Esposizione universale del 1942, raccoglie un repertorio di edifici pubblici dal carattere esplicitamente monumentale, dominati dall’imponente basilica a croce greca dei Santi Pietro e Paolo, aperta al culto nel 1955. Garbatella a sud e Prati - Della Vittoria a nord-ovest sono due aree novecentesche dove, per vicinanza al centro storico e qualità edilizia diffusa, possiamo scoprire modelli abitativi consolidati e interventi di pregio. Sono aree dal carattere omogeneo, dove si riconosce un rapporto di vicinato stabile che si rafforza intorno ad alcune emergenze significative anche dal punto di vista architettonico: alla Garbatella, gli edifici dei servizi pubblici e la Chiesa neorinascimentale di San Francesco Saverio (1931-1933) realizzata da Alberto Calza Bini; a Prati - Della Vittoria, i blocchi urbani con all’interno ampi cortili alberati. Anche qui la chiesa del Sacro Cuore di Cristo Re, opera di Marcello Piacentini (1934), rappresenta un importante riferimento simbolico. Costituisce uno dei primi esempi di razionalismo italiano applicato agli edifici religiosi: la facciata, dalla geometria molto semplice, è anticipata da un sagrato che la isola dalla strada, mentre sui fianchi due campanili simmetrici, leggermente arretrati, ne completano la composizione volumetrica.

Al di fuori di queste aree risulta piuttosto raro incontrare tessuti edilizi moderni unitari; d’altronde è la condizione tipica romana: i quartieri moderni sono contraddistinti da episodi singolari che emergono, per qualità, da un tessuto cresciuto per macchie discontinue con bordi che si confondono tra loro quasi casualmente. A ben vedere anche l’architettura storica di Roma riserva continue sorprese: i suoi monumenti si impongono come figure importanti e isolate, non come parti di un insieme omogeneo. Le chiese, con le loro cupole, svettano al di sopra dello skyline cittadino, disegnando una serie di sagome e volumi che interpretano una storia fatta di recitazioni, o meglio declamazioni, individuali.

Rintracciare a colpo d’occhio gli edifici moderni è molto più difficile, sia perché, per lo più, non sono contraddistinti da una mole emergente, sia perché l’area dove insistono è decisamente più estesa di quella circoscritta dal recinto delle mura imperiali. Gli esempi qui segnalati seguono un costrutto antologico, proponendo una raccolta che, per chi è interessato, impone scelte di percorso soggettive, suggerite dalle curiosità tematiche e dall’interesse per la figura dell’architetto.

Alcuni punti della città moderna sono tuttavia particolarmente importanti e raccolgono opere di architettura significative: la Stazione Termini, i due edifici postali di Libera e di Ridolfi, la Rinascente di Albini e l’area del Flaminio.

La Stazione Termini propone varie occasioni di interesse: prima fra tutte, la posizione, decisamente bella anche dal punto di vista simbolico e paesaggistico (contigua alle Terme di Diocleziano e alle Mura Serviane). Marca l’asse urbanistico di congiunzione tra l’arrivo a Roma e, dall’altra parte, in direzione ovest, l’arrivo in Vaticano. L’interesse per la comprensione della strategia urbana si completa con la scelta della forma architettonica, disegnata da Angiolo Mazzoni attraverso i lunghi fianchi che corrono paralleli all’andamento dei binari. Su Via Giolitti si sviluppa un prospetto dall’intensa espressione metafisica che si conclude con la torre bianca dell’acqua, in travertino, avvolta da un’elegante scala elicoidale. La facciata principale è modellata dalla sinuosa copertura in aggetto — il cosiddetto dinosauro — pensato per lasciare libera la vista, oggi del tutto compromessa, sulle Mura Serviane.

L’edificio postale di Via Marmorata, progettato da Adalberto Libera e De Renzi, si ispira a un linguaggio razionale, perfettamente derivante dai modelli dello Stile internazionale. Sorge di fronte a una curiosa Stazione dei pompieri, espressione di un diffuso Eclettismo che ha lasciato segni soprattutto in alcuni teatri e negli alberghi di Via Veneto. A Piazza Bologna la morbida facciata delle Poste di Ridolfi accompagna i bordi sinuosi della piazza. I due edifici, pur inaugurati entrambi nel 1935, esprimono tuttavia, come si può vedere, un carattere del tutto diverso.

L’edificio commerciale di maggior prestigio è dato dalla sede della Rinascente di Piazza Fiume, progettata da Franco Albini e Franca Helg. L’opera si presenta come un blocco unitario, moderno nella concezione volumetrica e soprattutto nell’uso dei materiali: la combinazione degli elementi portanti orizzontali e verticali in acciaio con le pareti sagomate nel profilo dove la pietra rossa è interrotta, sulla facciata che guarda Piazza Fiume, da uno schermo di vetro alto tre piani, arretrato rispetto al telaio strutturale. Realizzata nel secondo dopoguerra (1957-1961), La Rinascente propone un’interpretazione in chiave moderna della solida e massiccia gravità dell’architettura antica romana. Si confronta, in un punto strategico della città, con l’edilizia a blocco urbano dell’inizio secolo e i resti, in quel luogo ben presenti, delle Mura Aureliane.

L’area del Flaminio è densa di temi urbani e architettonici, da visitare e mettere tra loro in relazione. Fra tutti, il Palazzetto dello Sport, inaugurato nel 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, progettato da Pier Luigi Nervi e Annibale Vitellozzi, che concentra nel disegno strutturale della copertura la ricerca sapiente che, in quegli anni, si sviluppa sul modo di usare al meglio il calcestruzzo armato. La sua capacità a resistere viene combinata con la modellazione della forma, studiata proprio per assicurare forza a profili eleganti e sottili. Poco distante sorge lo Stadio Flaminio, attualmente in stato di abbandono, anch’esso opera molto raffinata di Pier Luigi Nervi, costruita per le Olimpiadi. Questi due impianti sono oggi collegati allo Stadio Olimpico attraverso il Ponte della Musica inaugurato nel 2011, che sfocia, dall’altra parte del Tevere, in corrispondenza di una delle opere più importanti di Moretti: la Casa delle Armi (1933-1937), che negli anni ha subito profonde alterazioni e che, solo da poco, comincia a recuperare la nitidezza del suo spazio interno.

Con la realizzazione dell’Auditorium di Renzo Piano (1995-2002) e il Museo maXXI nell’area delle ex-Caserme di Via Guido Reni, progettato da Zaha Hadid (1999-2010), il Flaminio diventa un vero e proprio spazio espositivo dell’architettura del XX secolo. Il quadro dell’offerta edilizia si completa con il Villaggio Olimpico, inaugurato nel 1960, al cui disegno hanno partecipato alcuni dei più importanti architetti italiani del periodo. All’interno di questo complesso residenziale sorge la Chiesa di San Valentino, decisamente innovativa per Roma, che Francesco Berarducci realizza nel 1986 in travertino e laterizi, ispirandosi alla poetica romantica del rudere della Roma antica.

Un tema architettonico specifico della Roma moderna è la palazzina che, attraverso le sue prime sperimentazioni, manifesta una evidente volontà individualistica, anche se sempre contenuta; all’architetto è richiesto di pensare a un edificio con un carattere riconoscibile, che sappia distinguersi dagli altri. Seguendo un ordine cronologico, si propongono tre casi, tra loro fortemente eterogenei.

Il primo è la Palazzina Furmanik, progettata da Mario De Renzi nel 1935, che prospetta su Lungotevere Flaminio con una delle facciate più composte e lineari del Razionalismo Italiano. Le logge in aggetto costruiscono una scansione orizzontale che garantisce all’edificio una figura senza tempo, attuale anche a distanza di quasi cento anni dalla sua realizzazione. Nel 1950 Moretti realizza su Viale Bruno Buozzi “Il Girasole”, una composizione che, ricercando la migliore esposizione alla luce, costruisce un volume quasi astratto, incurante delle forme dell’intorno. Il terzo esempio è l’edificio polifunzionale realizzato dallo Studio Passarelli nel 1965 in Via Campania. Apparentemente rigoroso nel rispetto dell’espressività funzionalista, combina forme tra loro in forte contrasto, soprattutto nel rapporto di contiguità con le Mura Aureliane.

Al di fuori dell’area urbana, l’opera moderna di maggior rilievo è il Mausoleo delle Fosse Ardeatine (1949). Il cammino, che conduce alla grande pietra tombale che copre le sepolture, parte dal Cancello di Mirko Basaldella, tragico nella composizione scultorea dei frammenti dei corpi, e prosegue attraverso i cunicoli percorsi dai condannati a morte per rappresaglia dopo l’attentato di Via Rasella. Non lontano dalle catacombe dei martiri cristiani, il Mausoleo congela, con piena intensità neorealista, la sacralità e la crudeltà dell’occupazione nazista.