Di che mondo?

Multi-bi-laterale

di Marco Emanuele
da www.formiche.net

Multi-bi-laterale, questa è la mia descrizione del mondo che viviamo. Ha ragione Carlo Jean (Geopolitica del mondo contemporaneo, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 289): La crisi economica e l’erosione della potenza e della leadership degli Usa (…) impediranno l’emergere di una governance mondiale analoga a quella creata a Bretton Woods dopo il secondo conflitto mondiale (…). Più probabile sarà il passaggio dalla globalizzazione alla regionalizzazione, aggregata attorno a potenze egemoni o leader in aree strategicamente ed economicamente più omogenee. (…) Gli Stati riacquisteranno parte della sovranità perduta. Le istituzioni internazionali e regionali diventeranno più intergovernative di quanto siano state in passato. Il multilateralismo, proprio dell’internazionalismo democratico, subirà un declino parallelo a quella della leadership globale degli Usa.

Nel proliferare di analisi sul presente e sul futuro del mondo, forse è venuto il tempo, senza più attendere, di sintesi e di (ri)costruzioni politiche, il tutto “condito” da un pensiero d’intelligence, critico, complesso, profondo.

Richiamavo, in precedenti contributi, il ruolo fondamentale delle università. La prospettiva tracciata da Jean, da me sintetizzata nella parola “multi-bi-laterale” e sulla quale bisogna lavorare in chiave transdisciplinare, ci invita a ripensare il mondo nel suo “realismo possibile”, ben considerando la “planetarizzazione” delle sfide come la governance di internet e la “partita” strategica delle innovazioni tecnologiche, la questione ambientale e demografica, le migrazioni e molte altre.

Se le sfide sono planetarie, il multilateralismo classicamente inteso mostra limiti strutturali; forse anch’esso ha fatto parte di quelle euforie collettive che ci hanno illusi dopo la caduta del muro di Berlino. La proposta di Jean, che è più una presa d’atto realistica dell’evoluzione della realtà, oggi sembra avverarsi; perché, anzitutto, nel terzo millennio non è più possibile pensare al modello di governance “creato” a Bretton Woods.

Oggi, lo sottolineo ancora, la storia è tornata nel mondo in tre mondi: muri e conflitti, disagio e disuguaglianze, connettività e innovazione formano un torrente inarrestabile, inseparabile e difficilmente governabile secondo paradigmi legati a un mondo che non c’è più. Ben si vedono le difficoltà di un governare politico che insegue i problemi anziché maturare visioni e che opera compromessi in luogo di mediazioni; e lo Stato nazionale, indicato agonizzante da decenni, è sempre lì, in forme nuove, a dirci che non vuole morire.


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