Italia, big player del Mediterraneo.
Occasione perduta o prospettiva concreta?

del-casale

del Generale Massimiliano Del Casale
da Affari Italiani

La tregua annunciata da Khalifa Haftar, mirata a dare un po’ di respiro al martoriato popolo libico nel tempo del Coronavirus, sembra non reggere. Anche in questi giorni, si registrano attacchi da ambo le parti che, sebbene sporadici, non danno pace al nostro vicino d’oltremare. L’iniziativa è sempre salda nelle mani dell’uomo forte di Bengasi: solo una settimana fa, a Tripoli sono piovuti missili lanciati da milizie dell’Esercito di Liberazione Nazionale (LNA) che hanno colpito i quartieri della città vecchia, non lontano dall’ambasciata italiana. Eppure, segnali distensivi per una possibile cessazione delle ostilità erano stati lanciati nei giorni immediatamente precedenti. Segnali peraltro prontamente raccolti dall’ambasciatore Buccino Grimaldi che, nello stigmatizzare l’ennesima violazione del cessate il fuoco, seguito alla conferenza di Berlino dello scorso gennaio, ha chiesto di tentare una ricomposizione del confronto nell’ambito del “Dialogo 5+5” e, in particolare, dei lavori della Commissione Militare Congiunta. Invito subito raccolto e fatto proprio anche dalla rappresentanza delle Nazioni Unite (UNSMIL).

E’ evidente il tentativo della comunità internazionale di tentare un abbassamento del livello di scontro tra al-Serraj e Haftar in un passaggio storico tanto drammatico, in cui la strada per neutralizzare gli effetti del Covid-19 appare tutta in salita, sia per livello di propagazione che per durata. La sensazione è che la situazione di emergenza globale terminerà solo con l’arrivo del vaccino.  Di conseguenza, al momento, è forte anche l’auspicio di ricomporre un confronto, da tempo ampliatosi sul piano internazionale, tra Russia e Turchia, con la Francia sempre più assertiva nello scenario libico.  Ma la geo-politica non si ferma, come non si fermano, nemmeno in questo terribile momento, le manovre per acquisire il maggiore vantaggio possibile, una posizione di maggior favore allorquando l’emergenza terminerà e l’attenzione mondiale si concentrerà di nuovo anche sul Mediterraneo. Nelle settimane appena trascorse, la Turchia ha trasferito migliaia di miliziani provenienti dall’area di Idlib e, più in generale, dal teatro siriano, a disposizione del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli. Sull’altro fronte, mercenari e miliziani russi e sudanesi stanno alimentando l’esercito del generale Khalifha Haftar, forte anche dell’appoggio di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi che, in ragione anche della strada intrapresa per una soluzione della guerra civile nello Yemen, possono adesso guardare all’alleato libico con una maggiore “apertura di credito” nel confronto contro Tripoli. Un’apertura di credito che si traduce in forte supporto finanziario e prezioso approvvigionamento di materiali d’armamento.Inutile sottolineare come le numerose parti in causa non si facciano alcuno scrupolo di violare la Risoluzione 2473 dell’ONU, dello scorso anno, in materia di embargo di risorse umane e materiali d’armamento. Ma la posta in gioco è altissima e troppo importante per allentare la presa in un momento in cui dobbiamo confrontarci con una gravissima pandemia che sta decimando la popolazione mondiale. E la prospettiva di una gravissima quanto inevitabile recessione verso la quale molti Paesi, Italia compresa, sembrano avviarsi alimenta l’assertività dei diversi playesr, non solo per espandere influenza geo-politica, ma anche per trarre nell’immediato un vantaggio economico e commerciale dalla nuova ripartizione della “torta energetica libica”, destinata a modificarsi molto significativamente in un futuro ormai prossimo.Il 9 marzo il generale Haftar ha fatto visita al presidente Macron, a Parigi. Il quotidiano Le Monde ha ipotizzato per la circostanza la definizione di un accordo: sbloccare il commercio di petrolio nelle aree controllate dalle milizie di Bengasi in cambio di denaro destinato direttamente a società finanziarie della Cirenaica, eludendo quindi la Banca Centrale Libica di Tripoli che pure ha garantito sinora equanime ridistribuzione dei proventi derivanti dalle esportazioni complessive di greggio. Il giornale parigino ha definito l’accordo una “roadmap inclusiva”. Il disegno francese, pur lasciando trasparire talune difficoltà nell’arginare gli imprevedibili atteggiamenti dell’uomo forte di Bengasi, mira a rendere sempre più ampia la forbice di una sua alleanza con la Russia che, più di recente, ha assunto una posizione di maggiore equidistanza tra le parti in conflitto. E’ altrettanto evidente come Parigi giochi una propria partita in Libia, lontana dalle posizioni dell’Unione Europea e, più marcatamente, in contrasto con la presenza e l’azione politica dell’Italia.

Dall’altra parte dello schieramento, le cose non sembrano andare meglio. Tutt’altro.Dopo tanti sforzi di mediazione da parte della comunità internazionale -Italia compresa- ispirati dalla volontà di perseguire una soluzione diplomatica della crisi, cercando al contempo di neutralizzare sul piano politico, prima che economico-commerciale, le usuali invasioni di campo, specialmente ad opera dei vicini d’oltralpe, la situazione si è di fatto arenata innanzi alle richieste di un “intervento sul campo”, avanzate a più riprese al nostro governo da Fayez Al-Serraj. Nel novembre dello scorso anno, sul punto di capitolare sotto gli attacchi di Haftar, giunto ormai alle porte della capitale, Tripoli ha chiamato in suo aiuto la Turchia che è immediatamente intervenuta con i miliziani provenienti dal fronte siriano e con ingenti quantitativi di materiale d’armamento, oltre che con istruttori e consiglieri militari e funzionari civili. In cambio, Erdogan e Al-Serraj hanno immediatamente sottoscritto importanti accordi destinati a modificare la mappa dello sfruttamento degli impianti della National Oil Company (NOC) di Tripoli e a dare la possibilità di avviare una nuova campagna di prospezioni nel territorio. Un grave danno per quanti, come ENI e TOTAL -ma non solo- operano da tempo in Libia. In più, sempre sul finire del 2019, i due paesi hanno definito un accordo per individuare una nuova Zona di Esclusivo interesse Economico (ZEE) compresa tra la costa turca, tra Kas e la penisola di Marmaris, a ovest di Antalya, e la Cirenaica, in contrasto con le posizioni dell’UE, dell’Egitto, degli USA e contro gli interessi di Grecia, Cipro, Egitto e Italia, sia a carattere giurisdizionale, poiché la nuova ZEE attraversa le acque territoriali della Grecia, che commerciale in quanto la fascia di Mediterraneo individuata registra  già da molto tempo un’intensa attività estrattiva off-shore di compagnie petrolifere autorizzate, comprese ENI e TOTAL. Un’iniziativa unilaterale, priva della necessaria legittimazione delle Nazioni Unite e, pertanto, al di fuori dell’ortodossia del Diritto internazionale. In sostanza, una decisione che è destinata ad incrementare l’instabilità nel Mediterraneo e, possiamo esserne certi, costituirà oggetto di confronto, politico ed economico.

Il 23 marzo scorso si è tenuta una video-conferenza a livello di ministri degli esteri dell’UE incentrata sul monitoraggio dell’embargo di armi alla Libia. Un meeting di cui in realtà non vi è rimasta alcuna traccia significativa. Un risultato che dovrebbe preoccupare soprattutto il nostro Paese che, più di qualsiasi altro, rebus sic stantibus, è destinato a perdere spazi e ruolo. E senza dover nemmeno attendere la conclusione del conflitto. Oggi, gli impianti dell’ENI sono praticamente fermi, tutti ubicati in aree controllate dal generale Haftar. Le attività estrattive sono limitate alle piattaforme off-shore di Bouri e di Bahar Essalam, al largo di Tripoli, oltre che dal funzionamento del Green Stream, l’importantissimo gasdotto che convoglia il gas estratto nelle aree di Wafa, nella provincia di Mellitah, verso gli impianti di Gela. Gli accordi sopraggiunti con la Turchia rischiano di esautorare la presenza italiana, ponendo a rischio l’alimentazione energetica del nostro Paese. Di fatto, l’approccio “europeo”, sempre estremamente fermo e tenace in materia di rispetto dei vincoli di bilancio o di impiego del c.d. “fondo salva Stati” (MES), appare balbettante, indeciso e distante dai grandi temi di difesa e sicurezza (salvo i recenti orientamenti assunti in materia di Cooperazione Strutturata Permanente - Pe.S.Co.) e di politica internazionale. La questione libica non fa eccezione. Ogni iniziativa per una soluzione della crisi è stata sinora lasciata alle Nazioni Unite. Non aiuta in tal senso la posizione dei paesi del nord, il cui unico pensiero, in termini di minaccia alla sicurezza comune, è rivolto ad est, nonostante il vertice di Varsavia dei capi di governo dei paesi NATO (giugno 2016) abbia riconosciuto che il fianco sud dell’Europa è chiamato a fronteggiare una  “minaccia emergente”. Questa la ragione per cui, da una propria prospettiva nazionale (o, meglio, nazionalistica), al momento, l’atteggiamento dell’Eliseo, che si è sempre mosso in maniera “parallela”, appare essere pagante o più appropriato nel salvaguardare un interesse nazionale.

E l’Italia?L’Italia, come accennato, ha sempre cercato di ricomporre le sorti del conflitto e guardare ad una futura nazione libica pacificata, unita e finalmente avviata verso un processo di democratizzazione. Tutto questo per due ragioni fondamentali: evitare una frattura del paese in zone di influenza, una “balcanizzazione” pericolosa sia per la stabilità dell’intera area mediterranea sia per le politiche energetiche nazionali che guardano oggi all’ENI come al partner industriale più importante e presente su tutto il territorio del paese nord-africano. Vero strumento di politica estera, in quanto risorsa fondamentale anche per il popolo libico.   Il nostro Paese è poi impegnato in una difficile opera di contrasto alla criminalità che si finanzia attraverso il traffico di essere umani. In prima linea a fronteggiare i grandi flussi migratori provenienti dall’Africa sahariana e sub-sahariana, causati da carestie, siccità e guerre locali, dalla carenza di risorse idriche che ciclicamente sconvolgono i territori di gran parte di quel continente. Uomini e donne in fuga verso l’illusione di una vita migliore. Flussi migratori provenienti anche dal Medio Oriente, dalla guerra civile in Siria, da quella in Irak. Popolazioni in fuga anche dall’Afghanistan che sulle coste libiche trovano i punti dai quali spiccare l’ultimo salto verso l’Europa. Si tratta di un fenomeno che si è aggiunto al conflitto interno scatenatosi all’indomani della caduta del regime di Gheddafi, prima, e della guerra contro Daesh, poi, e di nuovo con l’attuale guerra civile.Ma, a fronte di tali emergenze, della necessità assoluta di salvaguardare gli interessi nazionali -prima di tutto, quelli energetici-, di seguire da vicino e con continuità l’evolversi della crisi al fine di prevenirne qualsiasi escalation, di monitorare le sorgenti dei flussi migratori in modo da contrastare più efficacemente il traffico di esseri umani, di tenere sempre vivo il dialogo con le maggiori tribù del sud della Libia che detengono da sempre il controllo sociale dei propri territori e che pure eravamo riusciti ad avvicinare almeno a tutto il 2017, l’Italia ha sempre dato la sensazione di non riuscire a dominare gli eventi, assumendo iniziative isolate e nelle sole fasi emergenziali. E tutto questo, nonostante l’incipit delle varie amministrazioni americane ad assumere il controllo e il coordinamento di qualsiasi iniziativa, sia politica che operativa, nel Mediterraneo centrale: ma nulla è di fatto accaduto. Piuttosto, siamo stati sempre alle prese con una faticosa azione di controllo o contrasto alle varie ONG che affollano il Mediterraneo centrale con le proprie imbarcazioni.  Gli esiti della conferenza di Berlino, del 19 gennaio scorso, rappresentano al meglio il senso dell’attuale situazione. I media hanno sottolineato i pericoli connessi ad un accordo -o, meglio, ad un “mezzo accordo”, visto che le parti direttamente interessate non erano presenti al tavolo della trattativa e che il generale Haftar non ha nemmeno firmato il documento finale- per un immediato cessate il fuoco in Libia. Eppure, si ha la sensazione che nessun’altra iniziativa sia realmente decollata, né da parte europea né da quella nazionale. La stessa Missione marittima “Irene”, di contrasto al traffico di armi dirette in Libia su ambo i fronti e che dovrebbe a giorni aver inizio in concomitanza con la conclusione dell’Operazione “Sophia”, prorogata sino al 31 marzo, non riesce ancora a trovare una linea di azione condivisa. L’Unione Europea intenderebbe infatti fare ancora una volta riferimento ai porti italiani come luogo di approdo sicuro per gli eventuali profughi o naufraghi che le navi militari dovessero intercettare nel corso della missione, incontrando questa volta l’avviso contrario del nostro governo.Peraltro, lo scenario libico pare destinato ad affollarsi sempre più. E’ di questi giorni l’annuncio del ministro dell’interno tripolino, Fathi Bashaga, di un’offerta avanzata agli Stati Uniti di aprire una base militare nel territorio ancora sotto il controllo di Al-Serraj con lo scopo dichiarato di realizzare una base di partenza per il contrasto al terrorismo nel Sahel e con quello, implicito, di evitare di consegnare la Libia ad Haftar e ai suoi alleati, russi, sauditi ed emiratini, trovando ulteriore e decisivo sostegno dall’eventuale intervento americano. Accetterà il “tycoon”? Difficile dirlo. Nella primavera dello scorso anno, i militari USA lasciavano definitivamente Tripoli per non farsi coinvolgere oltre, nel conflitto. La policy “America first”, tanto cara a Donald Trump, non lascia intravedere al momento un’ipotesi del genere che comporterebbe un ingresso al fianco del GNA. D’altra parte, non va dimenticato che il generale Haftar ha trascorso oltre dieci anni di esilio negli States, possiede un passaporto americano e tra i suoi alleati vi è l’Arabia Saudita, alleato di ferro (ancora per il momento, almeno) nel Medio Oriente. Certo, rispetto alla primavera del 2019, molte cose sono cambiate in Libia, soprattutto sul piano internazionale. E’ apparsa con forza la Russia, sempre più determinata ad assumere come non mai una posizione di preminenza geo-politica nell’unico “mare caldo” che le è consentito, dopo aver messo le radici nelle installazioni militari siriane (il porto di Tartus e la base aerea di Latakia). La Turchia, che avanza verso Ovest con una determinazione ed una assertività che la spingono ad assumere iniziative al limite dell’ortodossia del Diritto internazionale. La Francia, d’altra parte, gioca sempre su più tavoli: segue le decisioni dell’Unione Europea, non si contrappone al leader di Tripoli, ma fornisce supporto militare a livello di forze speciali ed intelligence alle milizie di Bengasi con l’evidente scopo di capitalizzare sul piano commerciale ed energetico gli esiti di una risoluzione del confitto in atto.E tutto ciò, in epoca di Coronavirus!Non ci si può aspettare uguale intraprendenza dall’Italia. Non abbiamo mai dato segnali del genere nella nostra storia recente. Raramente abbiamo avviato attività negoziali unilaterali, per quanto mirate a tutelare gli interessi del Paese, ma sempre e solo nel quadro di iniziative assunte da organizzazioni internazionali. Men che meno poi attività operative, peraltro, con uno strumento militare che negli anni è stato adattato e dimensionato alle esigenze di bilancio dello Stato piuttosto che ad una visione strategica di politica estera e di sicurezza di cui costituisce, tra le varie, naturale espressione.Ma esiste una cura, una favorevole prospettiva d’intervento di fronte all’incalzante mutare dello scenario libico, che al momento ci vede in soggezione di quota? Possiamo fare in modo che le nostre speranze di stabilità in un paese distante meno di 400 chilometri dalle coste italiane e senza pace da così tanto tempo non debbano essere legate solo ad un assai improbabile ravvedimento della comunità internazionale o piuttosto al ruolo che potrebbe ancora giocare la presenza (e il funzionamento!) dell’ENI in Libia?Tante le situazioni che si dovrebbero modificare. Difficile essere ottimisti. Un eloquente indicatore è rappresentato dai media nazionali che da mesi non dedicano spazio alcuno all’evoluzione di questa crisi e alle tante iniziative -promosse da altre realtà statuali- che ruotano attorno ad essa.Nella “Realpolitik”, la risposta.Se spostiamo lo sguardo più a est, scopriremo che vi sono ancora molte opportunità che vale la pena cogliere e sviluppare, ma con concreta convinzione e continuità.Una di queste, forse la più importante in una prospettiva di medio termine, è l’East Med Gas Forum (EMGF), un “tavolo” al quale siedono i ministri dell’energia di Cipro, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Autorità Nazionale Palestinese, istituito al Cairo nel gennaio 2019 e finalizzato ad agevolare la creazione di un mercato regionale del gas, ma che potrebbe esso stesso recitare un ruolo di player geo-politico prima che economico-commerciale. Non a caso, la Francia sta già chiedendo di entrare a farvi parte. Il forum mira alla cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale e pone al centro della propria progettualità la realizzazione dell’EastMed, il gasdotto che convoglierà il gas estratto in quel quadrante regionale, a partire dal territorio israeliano e continuando con i ricchi, recenti giacimenti off-shore al largo di Israele, dei territori palestinesi e quelli che circondano l’isola di Cipro, verso il continente europeo, attraverso la Grecia e l’Italia. Un investimento da sei miliardi di dollari, un progetto molto oneroso e di non facile realizzazione, vista la particolare “effervescenza” di quell’angolo del pianeta e le difficoltà tecniche da superare oltre che i costi di realizzazione assai elevati. Un progetto che di sicuro trova nella Turchia, esclusa dal consesso, un deciso oppositore, viste le ambizioni di protagonista regionale che da tempo persegue.Per l’Italia, la prospettiva di diversificare l’approvvigionamento energetico e di avvicinarsi con un ruolo da membro del G7 ad un consesso di nazioni con le quali ha da sempre ottime relazioni, politiche e commerciali. Non mancano alcune ombre. I rapporti con l’Egitto hanno vissuto di sicuro stagioni migliori rispetto alle attuali, dopo le vicende legate alla morte di Giulio Regeni. Ma politica e giustizia devono poter viaggiare su binari diversi, pur nella convinzione che fare chiarezza aiuta in un rapporto che non può obiettivamente basarsi solo sull’interesse.L’Italia non deve tralasciare questa nuova opportunità che è politica, prima che commerciale. Pensiamo solo per un istante alle occasioni di dialogo che potrebbero scaturire pure in seno al c.d. “Mediterraneo allargato” da una relazione con i grandi operatori presenti nell’area, come Russia e Qatar, massimi produttori mondiali di gas. Giocare con un ruolo da protagonista in una area tra le più sensibili e direttamente legate, geograficamente ed economicamente, al nostro territorio. Un’area simbolo per l’Occidente perché ne segnò di fatto la nascita, quale scenario del confronto “madre” dell’era moderna. La battaglia di Lepanto, del 1571. Un’evocazione che dovrebbe essere in grado di far comprendere quanto fondamentale sia lavorare per la sicurezza del Mediterraneo. Ma per farlo, sono necessari competenza, lungimiranza, determinazione, continuità ed un progetto strategico condiviso, in grado di resistere al variare delle stagioni del nostro fantastico Paese. Pure nel tempo del Coronavirus!


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