La crisi sul prezzo del petrolio può ridisegnare nuovi equilibri geo-politici

piattaforma petrolifera

del Generale Massimiliano Del Casale, Link Campus University.

Il prezzo del greggio quota oggi meno di 30 dollari al barile. Occorre risalire alla crisi del Golfo del 1991 per trovare alcune similitudini con la situazione odierna. Un minimo storico che rispecchia le preoccupazioni crescenti a livello globale sul mercato. L’approvvigionamento sembra tenere un costante trend di crescita, ma la domanda terrà difficilmente il passo in una situazione generalizzata di progressivo, sebbene temporaneo, calo dei consumi nel tempo del Coronavirus.

Il 6 marzo scorso, a Vienna, si è di fatto consumata l’ultima frattura in ordine di tempo nel c.d. OPEC plus, il consesso che riunisce i Paesi OPEC, guidati dall’Arabia Saudita, e i Paesi non-OPEC con la Russia a capofila. Quest’ultima ha negato un accordo sul taglio alla produzione, proposto dalle potenze petrolifere del Golfo. Una mossa che deprime le economie maggiormente legate alle esportazioni di petrolio, ma che potrebbe indebolire soprattutto la leadership di “Mbs”, il principe Mohammad bin-Salman al-Sa’-ud, il trentaquattrenne futuro monarca destinato a perpetuare la dinastia saudita. Una figura politica controversa, capace di vere fughe in avanti nel modernizzare i costumi di quella società e, al contempo, protagonista di clamorosi ritorni al passato più oltranzista e tradizionalista.

Per tutta risposta, l’ARAMCO, la compagnia di stato petrolifera saudita, il 9 marzo -appena tre giorni dopo il vertice di Vienna- ha deciso la riduzione unilaterale del costo del greggio, come mai negli ultimi venti anni, di 4-6 dollari al barile. Ribasso che ha di conseguenza determinato una riduzione di 7 dollari al barile del WTI americano, passato poi a 29 dollari, e di 10 dollari al barile del Brent del Mare del Nord, sceso a 33 dollari.

Al momento, vani tutti i tentativi di ricomporre il confronto tra le parti, l’unica prospettiva davvero concreta è che dal 1° aprile prossimo non ci saranno più restrizioni nella produzione di greggio, né per i Paesi OPEC né per quelli non-OPEC.

Ma perché tutto questo? Perché le parti non sono riuscite o non hanno inteso trovare un punto d’incontro, quanto meno provvisorio? Le risposte vanno individuate, come sempre, in un mix d’interessi, economici e geo-politici. L’economia del più grande Paese arabo si basa per il 75% sull’export di greggio. E’ pertanto evidente come una riduzione nella produzione manterrebbe su livelli apprezzabili il costo al barile, garantendo quegli introiti necessari per la tenuta del sistema economico saudita. La Russia, dal suo canto, teme che un abbassamento dei ritmi produttivi possa lasciare spazi di mercato, specie nel continente asiatico, al petrolio statunitense la cui produzione, al contrario di Russia e Arabia Saudita, è peraltro in mano a compagnie private. Inoltre, l’economia americana è molto più articolata e complessa e svincolata dal solo andamento del mercato dei prodotti petroliferi.

Una Russia che, dovendo anche fronteggiare sanzioni commerciali, è impegnata nel ricercare nuove partnership. Lo scorso autunno, Putin e Duterte, il leader filippino, hanno discusso per individuare ambiti di cooperazione per consentire alla russa Rosneft di avviare una campagna di sondaggi dei fondali nelle acque del grande arcipelago asiatico.

Il Covid-19 ha fatto il resto, abbassando di oltre il 30% la domanda mondiale di greggio rispetto all’inizio dell’anno e determinandone il deprezzamento di un quinto del suo valore da quando l’epidemia ha iniziato a diffondersi, dapprima in Cina e poi nel resto del pianeta.

Ma la vera competizione è con gli Stati Uniti. Dall’avvento dell’OPEC+, ossia quando venne siglato nel novembre 2016 l’accordo tra Russia e Arabia Saudita per ridurre l’offerta di greggio di 2 milioni di barili al giorno, gli USA hanno aumentato la propria produzione del 50%, portandola da poco meno di 9 a 13 milioni di barili al giorno. Cosicché gli Stati Uniti non solo hanno raggiunto l’autosufficienza energetica, ma stanno contendendo all’Arabia Saudita la leadership mondiale nell’esportazione di oro nero.

Se, nel breve termine, la situazione può favorire l’assertività saudita, sul medio-lungo termine l’economia statunitense appare certamente più solida, più attrezzata e, quindi, più capace di sopportare i traumi di mercato. Le compagnie americane coprono interamente e in modo più efficiente i costi di produzione con quotazioni ben al di là dei 50 dollari al barile. La saudita ARAMCO dovrebbe assicurarsi quotazioni superiori agli 80 dollari al barile per chiudere in pareggio il bilancio pubblico annuale. Quindi, l’attuale costo del greggio, che oscilla tra i 27 e i 33 dollari al barile, non è sostenibile per Rijadh sul lungo termine e con aree di mercato stabilizzate e definite.

In questo gioco del “tutti contro tutti”, si creano nuovi allineamenti, si possono modificare equilibri geo-politici. E il primo terreno di confronto sembra essere proprio il Medio Oriente.

Il legame tra Stati Uniti e Arabia Saudita si è sempre basato su di un fortissimo rapporto di interessi, geo-politici prima che economico-commerciali. Grazie allo stesso supporto americano, i Sauditi hanno potuto recitare sino ad oggi la parte di leader regionale indicando tempi e scelte alle altre monarchie del Golfo, ad esclusione dell’Oman, sino allo scorso gennaio guidato dal vecchio sultano Qaboos bin Said che, nei suoi quasi 50 anni di illuminato governo, è riuscito a tenere il proprio Paese lontano da ogni contesa, in un’area tra le più instabili del mondo, e il Qatar che, non condividendo le politiche di mercato del Gulf Cooperation Council, nel 2017 si è allontanato dalle altre monarchie aprendo ad una forte cooperazione con Iran e Turchia ed andando così pure incontro a sanzioni economiche che, di fatto, non hanno scalfito la tenuta complessiva del Paese. Un supporto americano che ha consentito nel tempo di potersi dotare di forze armate modernamente equipaggiate, di moderne infrastrutture e di realizzare un’efficiente sistema di sicurezza interna. Risorse che hanno consentito sino ad oggi all’Arabia Saudita di detenere un primato regionale. Condizione che, d’altro canto, per gli USA ha rappresentato, e rappresenta tuttora, una polizza assicurativa contro l’espansione d’influenza da parte, un tempo, dell’Unione Sovietica e, oggi, della Russia. Senza dimenticare che, pur essendo in grado di provvedere autonomamente al proprio fabbisogno energetico, gli Stati Uniti importano greggio dai Sauditi per circa due milioni di barili al giorno.
Va poi considerato che, in Arabia Saudita, si trovano le città La Mecca e Medina, due dei tre luoghi più importanti della tradizione musulmana. I luoghi che, rispettivamente, dettero i natali a Maometto e quelli ove il Profeta concluse la sua esistenza ed è sepolto. Petrolio ed Islam, quindi. Un binomio che ha reso la nazione saudita il Paese più importante del Golfo Persico, di tutto l’Islam nonché membro del G20 e che può godere del pieno appoggio, politico e militare, della prima potenza mondiale.

Ma come viene percepita oggi quella che Paolo Wulzer, docente presso l’Università “L’Orientale” di Napoli, ha definito dando il titolo ad un suo recente, bellissimo volume Una relazione “complicata” ma “complementare”? La Gallup Pool, agenzia di sondaggi d’opinione e di ricerche statistiche di Washington, ha stimato che, a partire da febbraio 2019, solo il 4% degli Americani esprime un giudizio “molto favorevole” sull’Arabia Saudita, mentre il 25% si dichiara “piuttosto favorevole”. Un risultato che esprime una popolarità inferiore pure a Cuba e Venezuela. Secondo un altro sondaggio condotto da YouGov nell’autunno 2018, moltissimi cittadini statunitensi percepiscono l’Arabia Saudita più come nemico che alleato. Certamente, il clamore destato -e che tuttora desta- l’assassinio dello scrittore giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto nell’ottobre dello stesso anno presso il consolato saudita di Istanbul, è stato molto forte e di sicuro condizionerà per lungo tempo l’opinione pubblica. Lo dimostra il fatto che un sondaggio più recente (settembre 2019) condotto da Businness Insider ha fatto emergere che appena il 22% degli intervistati considera l’Arabia Saudita come alleato. Certo, l’amministrazione Trump guarda la realtà da un’altra prospettiva, ma in democrazia, si sa, è difficile dire alla gente che stai facendo cose per il bene di un’alleanza alla quale i tuoi connazionali per primi non credono.

E da parte araba? Come viene vista oggi questa relazione?

Un banco di prova, tristissimo quanto drammatico, è rappresentato dalla guerra civile dello Yemen, avviata nel 2015. L’ennesima “war by proxy” che ha visto fronteggiarsi le monarchie del Golfo, Sauditi in testa, a sostenere il governo internazionalmente riconosciuto del presidente Hadi contro le milizie Houthi, di confessione sciita, spalleggiate dall’Iran. Una guerra che è costata 91.00 vittime e che ha portato allo stremo un paese facendolo diventare il più povero al mondo. Un conflitto che non ha visto né vinti né vincitori e che oggi sta portando le parti a mediare per una soluzione condivisa. A nulla, quindi, è valso il supporto fornito all’Arabia Saudita dal grande alleato americano. Un supporto percepito come insufficiente, inconsistente, non determinante e, quindi, insoddisfacente. Di certo, dopo l’eliminazione nel gennaio scorso del generale Qasem Soleimani, capo dei Guardiani della Rivoluzione e figura carismatica della nazione iraniana, erano tutti convinti di assistere all’ultima sfida lanciata dal “tycoon” contro il regime degli ayatollah, primo atto di un nuovo conflitto capace di accendere il Medio Oriente. Così non è stato. Gli USA hanno probabilmente rinunciato a compiere un ulteriore passo, vista l’impossibilità di proteggere tutti i siti petroliferi sauditi da una sicura reazione iraniana ad un attacco militare sferrato sul proprio territorio.

Si percepisce tuttavia un cambio di atteggiamento sul piano internazionale da parte dell’Iran, più cauto e meno assertivo rispetto ad un recente passato. Stiamo assistendo ad un riallineamento di posizioni nella sub-regione del Golfo Persico? Difficile poterlo affermare.

La presenza militare americana nell’area è sempre ancora molto consistente, ma non può bastare da sola a dare nuova linfa ad un’alleanza che sta attraversando una fase di stanchezza. L’Arabia Saudita, per scelta o per convenienza, sembra voler dare una svolta alle situazioni conflittuali che la vedono da tempo coinvolta: Yemen, Qatar e Iran.

Per la soluzione della crisi yemenita, è pronta a considerare un ruolo per gli Houthi nella governance del Paese. Nei confronti del Qatar, fallito nella sostanza l’isolamento che avrebbe dovuto minarne qualsiasi tipo di relazione internazionale, è da tempo in atto un’operazione di riavvicinamento. La partita più importante la si gioca tuttavia con l’Iran, il cui tema dominante di politica estera resta incentrato sulla necessità di liberare l’intera regione dalla presenza straniera, specialmente di quella americana, e di dar vita ad un’alleanza tra tutti i Paesi del Golfo in grado di garantire, anche sul piano militare, la necessaria sicurezza e una durevole stabilità. In questa direzione, indicata a più riprese recentemente dal ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, ha iniziato a muoversi anche l’Arabia Saudita. Difficile essere sicuri della concreta volontà delle parti di giungere almeno ad un patto di non aggressione che garantisca un’adeguata stabilità nell’area.

Per quanto riguarda la Russia, il duro confronto consumatosi nel corso della riunione dell’OPEC+ del 6 marzo a Vienna, che ha visto il rappresentante di Mosca respingere la richiesta araba di ridurre di 1,8 milioni di barili al giorno la produzione a fronte di una minore domanda mondiale, legata al diffondersi del Coronavirus, secondo molti osservatori internazionali mette in realtà “nel mirino” l’industria petrolifera americana. Il perdurare della guerra sul prezzo che si è appena innescata può arrecare forti danni all’economia USA, finanche un ridimensionamento dell’industria energetica a stelle e strisce che può toglierle il primato mondiale. L’approccio russo tende a mantenere inalterati gli spazi di mercato posseduti che, invece, potrebbero essere in parte perduti a fronte di una riduzione degli attuali livelli produttivi, nella convinzione che lo scopo ultimo non sia già mettere in crisi le compagnie petrolifere d’oltreoceano quanto la politica delle sanzioni che gli USA han potuto attuare, forti della grande disponibilità di risorse energetiche. Un atteggiamento che ha di sicuro inasprito i rapporti di Mosca con l’OPEC. Rapporti resi ancor più difficili dallo stallo nella realizzazione del North Stream 2, la pipeline che convoglierà il gas naturale russo verso l’Europa. Uno stallo conseguente alle misure restrittive imposte all’indomani dell’annessione della Crimea, ma che, dalla prospettiva di Mosca, sono da sempre viste come il disegno tracciato da un’unica mano, quella di Washington che, dalla sua posizione di dominance energetica, assiste, per ora senza particolari sussulti, a questo (apparente?) scontro tra giganti. Di certo, la Russia ha fatto tesoro delle esperienze negative vissute in campo economico. Negli ultimi dodici anni, non ha esitato a tagliare pesantemente il proprio debito pubblico con manovre di bilancio ed interventi normativi che hanno ridotto molto sensibilmente l’enorme apparato burocratico del paese, consentendo di avviare un’importantissima campagna di investimenti e di colmare tutte le proprie riserve energetiche. Molti osservatori stimano che essa sia in grado di sostenere l’attuale situazione per almeno dieci anni. Nel frattempo, sul piano politico internazionale, nonostante la guerra in atto sul prezzo del petrolio, Mosca e Rijadh continuano a dare segnali di forte intesa sul piano degli investimenti pluriennali (Vision 2035).

Bin Salman e Putin

E sarebbe un grave colpo per gli Stati Uniti se riuscissero a trovare le misure per un concreto legame. Ma vi sono due ulteriori aspetti che nel breve-medio termine possono giocare a favore del presidente Putin. L’ingresso sullo scenario libico, inizialmente al fianco del generale Khalifa Haftar e, più di recente, su posizioni di maggiore equidistanza rispetto al governo riconosciuto di Tripoli, di Fayez al-Serraj, assicurerà per il futuro una consistente fetta di mercato energetico libico nonché la presenza stabile in un’area da sempre ambita quanto preclusa, ai Sovietici prima e ai Russi poi.

Ma è con l’Iran che dobbiamo prepararci a veder giocare una nuova partita. Russi e Iraniani hanno sviluppato rapporti assai complessi. In Siria, entrambi supportano, sebbene con motivazioni ben diverse, il regime di Assad. I primi, entrando con decisione nel conflitto contro ISIS al fianco del governo e colmando di fatto un vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Un’iniziativa che ha consentito di restare stabilmente nel Medio Oriente, anche sul piano militare, nelle basi di Tartus e Latakia. I secondi, combattendo al fianco e sostenendo finanziariamente le milizie sciite e hezbollah per contrastare soprattutto la temuta espansione wahabita dello Stato Islamico e le rivolte anti-Assad che, qualora avessero trovato terreno fertile, avrebbero impedito la realizzazione della c.d. “Mezzaluna Sciita”, quell’arco di Paesi comprendente Libano, Siria, Irak e Iran. Parliamo quindi di un rapporto destinato a cementarsi sempre più e a creare nuovi equilibri intorno al Golfo e che può portare Mosca a diventare nel lungo termine arbitro e garante dei futuri equilibri del Medio Oriente, di pari passo col dissolvimento della presenza americana, in ossequio alla policy “America first”, oggi seguita da Washington. La soluzione dell’attuale crisi sul prezzo del petrolio ci dirà molte cose sul futuro della regione.

E la Cina? Il Coronavirus sta condizionando l’economia mondiale. Ad oggi, i consumi energetici cinesi si sono ridotti del 20%. Ma l’attenzione per il Medio Oriente e per il petrolio mediorientale, indispensabile per il funzionamento dell’enorme sistema industriale del Paese, è sempre più forte. Pechino mira a stabilire rapporti di cooperazione con tutti gli attori regionali, imperniando la propria azione non solo sull’azione politica, come hanno sinora fatto gli Stati Uniti, ma proponendo un modello di stabilità basata sullo sviluppo economico complessivo. A partire dal 2015, Xi Jimping ha avviato una campagna di investimenti, il “China’s Arab Policy Paper”, che si articola su tre diversi piani d’intervento, la c.d. formula “1+2+3”, ponendo la cooperazione energetica sul primo step (1°), seguita dalla realizzazione delle infrastrutture (2°) e dall’energia nucleare e la ricerca di nuove fonti energetiche (3°). Un impegno finanziario pari a 600 miliardi di dollari in 10 anni, per accordi commerciali con Arabia Saudita e Iran, 15 miliardi di investimenti in Egitto, senza tralasciare nemmeno la Palestina con 300 milioni di dollari. La Cina mira in sostanza a tenere sempre alta la stabilità in un’area fondamentale per l’alimentazione del proprio sistema industriale. Un’area essenziale per il “BRI”, la “Belt and Road Initiative”, che investe appieno la regione, con la presenza di porti “cinesi” a Gwadar (Pakistan) e Gibuti, lungo la cintura marittima, e il fondamentale nodo di Teheran per i collegamenti terrestri con l’Occidente.

Queste le ragioni che suggeriscono alla Cina di non interferire politicamente in Medio Oriente. Il rafforzamento di tensioni tra global players, come Russia e Stati Uniti, o tra attori regionali, quali Israele, Iran, Siria e Arabia Saudita con tutto in mondo arabo, danneggerebbero i piani di sviluppo cinesi e comporterebbero ingentissime perdite economiche connesse anche con la possibile riduzione dell’afflusso in patria di risorse energetiche.

Cosa attendersi per il futuro? Se si considera l’attuale crisi sul prezzo del petrolio, che peraltro condiziona globalmente soprattutto le economie dei Paesi maggiori consumatori di energia, come una parentesi della dialettica politica internazionale, l’area mediorientale e, più in particolare, la sub-regione del Golfo Persico sembra andare incontro ad una fase di “minore instabilità” rispetto al recente passato. Su questo processo di timida normalizzazione pesano ovviamente il programma nucleare iraniano e le minacce, nemmeno tanto velate, rivolte all’Occidente sulla possibilità di dotarsi dell’arma nucleare.

Il paradosso possibile consiste tuttavia in una sorta di principio dei vasi comunicanti applicato alla geo-politica. Mentre molte tensioni potranno diminuire col tempo nella zona sud del Medio Oriente, sono invece destinate ad aumentare nell’est del Mediterraneo ove la Russia ha ormai da tempo una presenza militare stabile -e senza precedenti- e dove la Turchia di Erdogan va manifestando di giorno in giorno una politica sempre più assertiva, complice un colpevole immobilismo dell’Unione Europea e dei suoi Paesi membri.


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