La pandemia e il calcolo sentimentale. Perché è necessario essere realisti

 

Continuiamo a non capire che la storia non è lineare. Una pandemia dopo l’altra ci facciamo sempre la stessa domanda. Dischi rotti. Pensiero e decisione: questo serve. E capacità di comunicazione nella crisi: ciò che è tragicamente mancato

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Di Marco Emanuele
da Formiche.net

Ragione e passione, in questo periodo, sono più che mai in dialettica. Come nel “caso Taranto”, se salvaguardare salute o lavoro, anche nell’emergenza “coronavirus” sembra persistere, almeno secondo The Economist, il tema duale del “salvare le vite” o del “quanto ci costa?”.

Certo ci vuole razionalità, calcolo, un po’ di sano utilitarismo: ma il problema è tutto qui? Panikkar risponderebbe con l’a-dualità, Morin che dobbiamo – à la Pascal – ricongiungere gli opposti. Siamo in linea con questi due pensatori, ben considerando che la “sostenibilità” è un fattore da tenere in conto.

La scelta obbligata tra due linee apparentemente non dialoganti è parte della tragedia del nostro tempo. Se non accettiamo massimalismi in alcun ambito, tanto meno nel pensiero, ciò che è chiaro è che entrambe le linee hanno un senso.

Ha ragione Massimo Cacciari (Huffington Post, 5 aprile 2020): “Per comprendere il capitalismo, è più utile leggere Schumpeter che Freud. Il capitalismo è crisi. È distruzione e creazione. È contraddizione: discontinuità nella continuità. È conflitto. Salti improvvisi, movimenti forsennati, squilibrio. Non ha niente della serena linea retta con cui molti si figurano il movimento della storia”. Se è così, e ne siamo convinti, quella contraddizione dentro al capitalismo può essere moderata nella grande tradizione di democrazie liberali che, se non tirano fuori gli artigli delle loro potenzialità, rischiano di scomparire dal palcoscenico della storia. È inutile stracciarsi le vesti di fronte alla possibilità di democrazie autoritarie, competitive che guardano al risultato prima che ai processi per arrivarci: è una deriva ineluttabile.

Il “calcolo sentimentale” risponde alla logica di un realismo degno di questo nome. Lasciamo agli ottimisti di maniera (coloro che inventano hashtag per consolare l’inconsolabile e gl’inconsolabili) di anelare al nuovo mondo possibile; lasciamo ai pessimisti di maniera di disegnare scenari di una fine imminente (tanto la storia, tragicamente birichina, ritorna sempre).

Ci interessa un realismo che definiamo “complesso”. Non più o/o ma e/e. Un realismo che, per diventare tale, visione storica, deve fare i conti con la realtà di una politica schiacciata tra la sua assenza e la presenza pervasiva dei tecnici e dei competenti. Essa è come il “comune”, ciò che istituisce le nostre democrazie liberali a rischio di estinzione, schiacciato tra il privato e il pubblico.

Continuiamo a non capire che la storia non è lineare. Una pandemia dopo l’altra, infatti, ci facciamo sempre la stessa domanda. Dischi rotti. Pensiero e decisione: questo serve. E capacità di comunicazione nella crisi: ciò che è tragicamente mancato. Non riusciamo a capire cosa sarà di noi tra una settimana e, intanto, continuiamo a non capire che la realtà tutta intera non può essere affrontata, consapevoli che sempre ci sfuggirà, in maniera separata e senza un’alleanza strategica tra politica, scienza, cultura e amministrazione. Ciascuna, s’intende, nella propria autonomia.

Confondiamo, separiamo, mutiliamo. Anziché gridare al vento, o rinchiuderci nei nostri specialismi, caliamoci nella realtà. Tanto, prima o poi, un’altra pandemia tornerà. Fa parte delle possibilità, nel grande mare dell’imprevedibile che governa le nostre vite.


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