Ricercatore
Università degli studi Link Campus University - Roma
a.balestra@unilink.it
Course Catalogue
ORCID: https://orcid.org/0000-0001-6204-6723
Ricercatore presso la Link Campus University, insegna Pedagagogia e Didattica Speciale, e Pedagogia Seprimentale nel corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria.
Ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in “Diritto, Educazione e Sviluppo” presso l'Università Telematica Pegaso di Napoli.
Ha partecipato a progetti di ricerca nazionali ed internazionali, collaborando con diverse istituzioni accademiche e di ricerca. È stato componente del DIDA LAB: Digital Learning Research Ecosystem presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell'Università del Salento.
Ha partecipato attivamente a convegni e seminari scientifici in Italia e all'estero, principalmente sull'uso delle tecnologie digitali in ambito educativo.
Oltre alle tecnologie nei contesti di apprendimento, i suoi interessi di ricerca riguardano la didattica delle STEM e lo sviluppo di competenze di cittadinza mediante l’approccio della citizen science.
Curriculum Vitae
ORARI DI RICEVIMENTO
26 Novembre 2018
Di Marco Mayer, Direttore del Master in Intelligence e Sicurezza
Da Formiche.it
Gli effetti collaterali negativi della rivoluzione digitale sono destinati a produrre conseguenze preoccupanti sul piano dell’ordinamento politico e della coesione sociale. Cosa conta davvero nelle società caratterizzate da un alto grado di digitalizzazione? Non il valore del messaggio, ma la velocità di comunicazione; non il contenuto del progetto, ma la potenza di calcolo; non il significato della storia, ma la capacità di memorizzare; non i valori etici da condividere, ma l’impatto del microtargeting e il successo degli influencer; non la qualità delle relazioni umane, ma la quantità delle connessioni.
Le società contemporanee sono caratterizzate dall’onnipresenza di computer, Reti e tecnologie digitali. In questo articolo non esaminerò gli straordinari vantaggi prodotti dalla grande rivoluzione tecnologica che contraddistingue la nostra epoca. Desidero, viceversa, accendere i riflettori su alcuni effetti collaterali negativi destinati a produrre conseguenze preoccupanti sul piano dell’ordinamento politico e della coesione sociale. Solo in tempi recenti gli studiosi hanno posto al centro delle loro ricerche empiriche i lati oscuri della rivoluzione tecnologica (I. Ben Israel, L. Tabansky, N. Crouchi, M. Libicki, Melissa Hathaway, et al.), esaminando criticamente il rapporto tra tecnologia e potere o, per essere più precisi, le tensioni intrinseche che contraddistinguono le relazioni tra tecnologia e democrazia da un lato e tra libertà e sicurezza digitale dall’altro. In precedenza, sin dagli anni Novanta, la maggioranza degli scienziati sociali aveva esaltato acriticamente la democrazia digitale, legittimando la speranza illusoria di una partecipazione diretta del singolo cittadino alla gestione del potere. Il tema della compatibilità tra tecnologia e democrazia pone, viceversa, innumerevoli e complesse domande di ricerca. Qual è l’impatto della rivoluzione digitale sul concreto esercizio delle libertà politiche e civili dei cittadini, sull’indipendenza dei media, sulla separazione dei poteri, sul diritto individuale alla riservatezza, sulla tutela delle minoranze, sui diritti sociali e del lavoro? In sintesi, possiamo riassumere le numerose domande in questi termini: quali sono le implicazioni della grande trasformazione tecnologica rispetto ai valori fondamentali dello Stato di diritto e del welfare state così come li abbiamo conosciuti sinora? Non c’è qui lo spazio per argomentazioni approfondite. Tuttavia l’ipotesi che intendo sostenere è che l’invenzione della rappresentazione binaria – oltre agli straordinari vantaggi – possa farci perdere rilevanti sfumature producendo una ipersemplificazione della realtà, solo apparentemente razionale. Cosa conta davvero nelle società caratterizzate da un alto grado di digitalizzazione? Non il valore del messaggio, ma la velocità di comunicazione; non il contenuto del progetto, ma la potenza di calcolo; non il significato della storia, ma la capacità di memorizzare; non i valori etici da condividere, ma l’impatto del microtargeting e il successo degli influencer; non la qualità delle relazioni umane, ma la quantità delle connessioni. Queste tendenze incidono profondamente sul piano cognitivo e comportamentale dando luogo a fenomeni di dipendenza più o meno patologici) prodotti essenzialmente da due fattori: sul piano percettivo dalla capacità magnetica dei computer; sul piano psicologico dalla paura di disconnettersi (per non parlare del panico da smarrimento del proprio smartphone). Le proprietà caratteristiche delle società digitali a cui abbiamo sommariamente accennato creano a loro volta un contesto ambientale particolarmente adatto all’idea che stiamo vivendo nella cosiddetta epoca della post-verità (in cui le menzogne anti-vaccini sono solo la punta estrema dell’iceberg). La post-verità è un’espressione divenuta virale negli ultimi tre anni (nel web la parola post truth nel 2016 è salita del 2000% rispetto al 2015). Al di là della sua genesi e del suo successo, la post-verità costituisce un terreno particolarmente fertile per canalizzare le più sofisticate campagne di disinformazione. In un mondo – per parafrasare Giorgio Gaber – in cui “tutto è falso e il falso è tutto”, la distinzione tra Stati democratici e regimi illiberali non avrebbe più alcun significato. Non so quanto questo rischio interessi ai colossi della Silicon valley, ma a noi cittadini deve interessare moltissimo.
Gli informatici e i data scientist, e più in generale i maghi degli algoritmi, non dovrebbero dimenticarsi che la libertà e la democrazia sono valori assoluti con cui la tecnologia (più o meno intelligente) deve adattarsi a convivere.
20 Novembre 2018
di Lorenzo Termine da Geopolitca.info
L’iniziativa, lanciata nell’incontro di Mar-a-Lago dell’aprile 2017 sotto ben altri auspici, aveva prodotto un primo summit nel giugno 2017. L’acuirsi delle tensioni (Corea del Nord, guerra commerciale) aveva impedito un nuovo summit fino al 9 novembre scorso. Un’analisi della conferenza stampa finale ci permette di avere un quadro dei dossier più importanti nella relazione strategica tra Cina e Stati Uniti.
Al termine del secondo summit il discorso di Mike Pompeo ha sottolineato quali siano i dossier più importanti nella relazione tra Cina e Stati Uniti. In ordine:
Mar Cinese Meridionale (MCM) Taiwan Xinjiang
In merito al MCM, Pompeo chiede alla Cina di rispettare gli accordi ed interromperne la militarizzazione. Nell’area nelle ultime settimane, la tensione è andata crescendo dopo una serie di esercitazioni congiunte di Regno Unito e Giappone, il volo di B-52 degli USA, il passaggio di una nave da guerra della Corea del Sud ed una nuova Freedom of Navigation Operation (FONOP) degli Stati Uniti nella zona (durante la quale si sarebbe rischiata collisione tra una nave americana e una cinese). Rispetto al precedente incontro, i riferimenti alla situazione nel MCM si sono moltiplicati.
Riguardo Taiwan, rimasta fuori dalla conferenza stampa del primo round del Dialogue, gli USA non avrebbero «cambiato politica» ma sono preoccupati del tentativo cinese di restringere lo «spazio internazionale» di Taiwan. Infine, Pompeo si è detto preoccupato della repressione religiosa di centinaia di migliaia di cristiani, musulmani e buddhisti con particolare riferimento allo Xinjiang (pur senza menzionarlo).
È da notare come il tema dominante della conferenza stampa del primo round del Dialogue era stata la Corea del Nord e poco spazio era stato dato agli altri dossier. In poco più di un anno, le priorità sembrano essere cambiate radicalmente.
A seguire, l’intervento di Jiang è iniziato proprio da Taiwan, accusata di essere la principale minaccia alla stabilità nello stretto. In merito all’isola, ha chiesto a Washington di non uscire dal solco tracciato della “One China policy” e muoversi cautamente. Interessante come Jiang abbia, poi, giustificato la militarizzazione delle isole nel MCM: pur riconoscendo lo scopo militare di alcune installazioni (novità rilevante), esse servirebbero a difendersi dalle minacce di chi conduce FONOP nell’area. In merito alla questione dei diritti umani, Jiang non ammette alcuna interferenza sostenendo che la Cina rispetta e protegge i diritti umani dei suoi cittadini.
Il discorso di James Mattis ha aggiunto una serie di dettagli alla posizione statunitense. Il Segretario alla Difesa ha sottolineato come la National Security Strategy 2017 riconosca una dinamica di competizione tra Cina e USA ma non si arrende all’inevitabilità del conflitto tra le due potenze. In merito al MCM, Mattis ha menzionato anche la Guardia Costiera e la Milizia Marittima, due soggetti para-militari che negli ultimi anni hanno guadagnato crescente attenzione, dimostrando la rilevanza strategica che hanno assunto. Secondo l’analista militare Andrew Erickson, infatti, la Milizia costituirebbe una vera e propria terza forza marittima, nominalmente irregolare ma controllata dall’Esercito Popolare di Liberazione, con la missione di incalzare le navi straniere all’interno del Mar Cinese Meridionale.
Pur evidenziando la completa divergenza di vedute tra i due paesi in merito ai dossier elencati, entrambe le parti sembrano aver raggiunto un minimo di consenso sulla necessità di stabilire un sistema di prevenzione dell’escalation attraverso contatti militari-militari più frequenti e un rafforzamento delle Confidence Building Measures. Un simile meccanismo potrebbe fare la differenza se la tensione dovesse crescere ulteriormente.
L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a margine del G-20 in Argentina del 30 novembre-1° dicembre aggiungerà un tassello importante agli sforzi per ridurre gli attriti tra i due paesi.
17 Settembre 2018
di Pasquale Russo, Direttore Generale Link Campus University
da affaritaliani.it
Secondo il Digital in 2018 Global Overview (a cui si riferiscono tutti i dati) nel 2015 gli utenti collegati ad Internet erano 3,14 miliardi, nel 2018 hanno superato i 4 miliardi e saranno superiori ai 5 entro il 2020.
La maggioranza di questi nuovi utenti vivrà in Cina, India e nel Continente Africano, in quanto i paesi occidentali sono ormai saturi. Anche in Italia, che non è certo tra le nazioni più sviluppate, il 73% degli abitanti è connesso alla Rete, circa 43 milioni.
La complessità già nota della Rete nel futuro sarà molto accresciuta da due fattori:
la quasi totalità di questi utenti saranno utenti connessi tramite dispositivi mobili; degli oltre 5 miliardi molti avranno più dispositivi connessi alla Rete tipo IoT e il totale dei dispositivi connessi probabilmente raggiungerà i 38 miliardi mentre oggi sono 13,5 miliardi.
Cosa significherà la cybersecurity in questo spazio digitale è tutto da sperimentare!
Si consideri che statisticamente negli otre 13 miliardi di dispositivi connessi alla Rete oltre 400 milioni di questi sono infetti e disponibili come cellule “zombie” per gli attacchi dei criminali informatici. In Italia viene calcolato un dispositivo infetto ogni 28.
Nel 2020, mantenendo la stessa proporzione, avremo oltre 1,2 miliardi di IoT zombie!
Un’armata senza paragoni nella storia dell’Umanità a disposizione della criminalità informatica e non.
Immaginate cosa potrebbe fare questo miliardo di dispositivi nel cyberspace che sempre più diventa il luogo della relazione fra le persone, del business fra le imprese, dello scambio tra i Paesi, della cura e della ricerca tra le organizzazioni scientifiche.
La NATO nel 2016 decise di avviare un programma di difesa militarizzando il cyberspace e allo stesso modo la UE ha avviato un programma comune di tutela, ma la dichiarazione di Taormina del G7 del 2017 sottolinea come ogni Nazione abbia il dovere di difendere i propri cittadini e il proprio sistema sociale, quindi è necessario che l’Italia completi la strategia di lungo termine che ha avviato e darsi i traguardi temporali per garantire un cyberspace stabile e sicuro a tutti noi.
Ma chi ci attacca? Tutti e nessuno. Attaccano gli Stati che competono nei processi di ridefinizione della geopolitica mondiale cercando di destabilizzarsi a vicenda, attaccano i criminali finanziari, attaccano i terroristi e i radicalizzati, attaccano gli hacktivisti che vogliono protestare contro il sistema. Tutti possono essere attaccanti, ma tutti noi possiamo essere i difensori.
Indossare la cybersecurity come si indossa il casco in moto vuole rappresentare l’idea che la sicurezza informatica va assunta come cultura, come comportamento sicuro a cominciare dai bambini delle elementari i quali già smanettano con cellulari potenti come PC e via via sino ad un programma di formazione nelle scuole superiori e nelle università istituendo lauree di base mirate a coprire il gap di competenze che oggi affligge il mercato italiano.
Secondo Gartner nel 2021 mancheranno 3,5 milioni di posti per esperti di sicurezza informatica a livello mondiale, in Italia non saranno coperti oltre 30.000 posizioni.
Purtroppo il sistema formativo nazionale oggi non rilascia neanche un laureato in sicurezza informatica se non a livello magistrale, così la formazione degli esperti è spesso affidata alla propria passione personale e comunque fuori dal circuito istituzionale, ed è questo un problema che va risolto.
Ma non sarà comunque possibile avere 30.000 esperti in tre anni, quindi va avviato un programma di riconversione delle competenze nelle aziende e nelle PA centrali e locali.
In un cyberspace abitato da 5 miliardi di utenti e 38 miliardi di oggetti, sarà davvero difficile pensare che soltanto le competenze umane potranno contrastare la criminalità di qualsiasi tipo.
Sarà obbligatorio addestrare AI (Intelligenze Artificiali) a proteggere i sistemi, ovvero addestrare AI a scoprire le falle dei sistemi, ma sarà anche necessario proteggere le AI affinché non vengano hackerate e reindirizzate contro chi le ha create, qualcosa in più potrà essere fatto verificando l’origine della richiesta e la reputazione del mittente tramite una blockchain allo scopo. Stiamo entrando in uno spazio dove tecnologie per sicurezza informatica, tecnologie di intelligenza artificiale e blockchain tendono ad integrarsi per produrre un unicum e il linguaggio Julia (appena varato dal MIT) aiuterà visualizzare gli attacchi analizzando in tempo reale i big data e vedremo meglio quello che succede.
Questo farà entrare nel dominio della sicurezza informatica una molteplicità di conoscenze e sarà sempre più necessario che si formino team di esperti al di fuori delle competenze tradizionali con capacità di analisi psicologica e sociologica legate al cyberspace e che provino in ambienti – laboratori esperienze di simulazione di possibili attacchi così da assumere una resilienza comportamentale.
Ma un piano di resilienza tecnico-politico dovrebbero averlo tutti gli Stati, perché un attacco ad una infrastruttura critica (ferrovia, energia elettrica, ecc.) potrà davvero destabilizzare uno Stato e viste le interconnessioni oggi presenti riverberarsi nell’intero ecosistema digitale. Una blockchain per i cittadini italiani e che vivono sul territorio italiano, sarebbe già un buon inizio.
Carl von Clausewitz nel "Vom Kriege" (Della Guerra) sviluppò il concetto di "Schwerpunkt", cioè di Centro di Gravità che rappresenta il punto dove indirizzare l’attacco per ottenere il massimo risultato per la distruzione del nemico.
Su questo concetto sono impostati tutti i modelli di conflitto odierni, ma mentre nel cyberspazio i criminali informatici sanno quali sono i centri di gravità da colpire nelle società organizzate, non è possibile per noi oggi possibile capire nella molteplicità di milioni di cyber criminali quali sono i loro centro di gravità quindi dove colpire.
Per questo ogni persona o azienda non deve pensare che la sua sicurezza informatica tocchi agli altri, ma è necessario che tutti imparino ad indossare il casco e pretendere però dallo Stato che le strade siano senza buche.
LINK CYBER DAYS
Dal 21 al 22 settembre si terrà il primo summit Link dedicato alla cybersecurity. Dalle tecnologie nazionali alla tutela del Made In Italy, alle attività pratiche di attacco e difesa su scenari reali.
In occasione del summit, Link Campus University presenterà il nuovo Cyber Range, innovativa e dedicata piattaforma/lab dell'area sicurezza, intelligence e cybersecurity dell'Ateneo in collaborazione con Rhea group.
07 Settembre 2018
da Formiche.net
Il numero di maggio del 2003 del Harward Business Review, riportava un articolo di Carr, It Doesn’t Matter, in cui si affermava che essendo il software oramai una commodity e non più un elemento di differenziazione tra le aziende per la competitività, era inutile per le imprese continuare ad investire in prodotti software specifici per il proprio mercato e per la propria organizzazione, piuttosto era più efficiente comprare quelli già presenti e standard sul mercato.
Questo concetto fu fatto proprio da tutte le grandi società di consulenza e in Italia l’industria nazionale del software che, dopo la scomparsa dell’Olivetti, era già debolissima, ebbe il colpo di grazia.
Così oggi la prime dieci società italiane di informatica sono state costrette a trasformarsi sostanzialmente in system integrator, cioè evoluti integratori di prodotti software ed hardware esteri.
Intanto oggi le società che valgono più in borsa sono proprio società di informatica basate su tecnologie e/o algoritmi di loro proprietà e sono estere.
Oggi nei sistemi di rete delle grandi e piccole imprese, nelle pubbliche amministrazioni centrali e locali, troviamo un arcobaleno di tecnologie provenienti da ogni parte del mondo, selezionate solo in funzione del costo (quello minore) che tecnici italiani, dopo aver studiato per 5 anni di scuole superiori, 5 di università e spesso da uno a tre anni di master o dottorato, hanno semplicemente integrato cioè fatto funzionare insieme.
Il lavoro di un progettista o programmatore di software che nella sua essenza è di creatività, è stato forzato sino a diventare pari a quello di un giocatore di Lego senza che neanche possa scegliere il colore dei mattoncini da mettere insieme.
La competitività delle aziende, soprattutto del made in Italy o meglio del best of Italy, si misura e si misurerà soprattutto sull’introduzione di nuove tecnologie e metodi quali l’additive manifacturing, l’intelligenza artificiale nei processi e un’adeguata difesa della proprietà intellettuale e del know how, attraverso la cybersecurity, e quindi dobbiamo ritrovare lo spirito di ripensare ad un’industria nazionale del software.
L’istituzione del Laboratorio Nazionale di cybersecurity e quello sull’Intelligenza artificiale Ai sono un buon segnale della nuova volontà di marcare la presenza da parte dei centri di ricerca e delle università italiane. Ma…
Un milione e ottocentomila fiorini ungheresi al mese, questo è stato l’ultimo costo per la cybersecurity italiana.
Un milione e ottocentomila fiorini ungheresi sono circa 5.500 euro, questa l’offerta ricevuta da un nostro assegnista di ricerca da un azienda ungherese per trasferirsi a Budapest.
È andato, dispiaciuto ma è andato, da noi al massimo avremmo potuto offrirgli 1.800 euro, meno di un terzo. La legge non consente di dargli di più.
Forse va ripensato l’intero processo università-impresa e quello normativo universitario, sia per consentire ai nostri giovani di continuare a coltivare la propria passione, perché scrivere un software è un po’ come scrivere un romanzo, è scrittura creativa, sia restituendo ai dipartimenti e alle Università una maggiore libertà di azione nei settori che il governo in un Piano nazionale indichi come strategici per il Paese.
Esistono nelle nostre università nicchie a volte eccellenti di tecnologie, incapaci di diventare prodotti protagonisti del mercato italiano e mondiale, perché nessuno ci crede e ci investe.
Avere un’industria del software nazionale significa avere un futuro nella competizione della società digitale che si approssima, significa poter proteggere le proprie infrastrutture senza timori di back door ecc., significa maggiore tutela della privacy dei nostri cittadini.
Significa dare a tutta l’industria manifatturiera una possibilità in più di innovarsi e competere.
Per riflettere: Massimo Marchiori dell’Università di Padova, ideò Hyper Search, un motore di ricerca che basava i risultati non soltanto sui punteggi delle singole pagine, ma anche sulla relazione che lega la singola pagina col resto del web. Questo lavoro è stato citato nell’articolo in cui è stato formulato l’algoritmo Page Rank e Page Rank è la parte più importante dell’algoritmo di posizionamento di Google, ora parte di un sistema ancora più avanzato.
Chissà se Google fosse nato in Italia cosa sarebbe successo?
Ritorna l’antica di noi vecchi informatici: chissà se il microprocessore Olivetti fosse rimasto in Italia cosa sarebbe successo?
Proviamo invece a fare in modo che i nostri giovani fra qualche anno possano dire: questa AI è stata sviluppata in Italia, oppure questa applicazione della blockchain, oppure questo software per la cybersecurity, oppure qualsiasi cosa che verrà e quindi ora l’Italia possiede un unicorno dell’industria del software!
Io ci credo.
12 Giugno 2018
Da https://cryptonomist.ch/it
Al recente convegno organizzato dal SUERF presso il centro BAFFI CAREFINdell’Università Commerciale Luigi Bocconi, ha avuto un certo peso l’intervento di Fabio Panetta, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia sul tema delle Central Bank Digital Currency, cioè le valute digitali emesse dalle banche centrali, oggetto di studio da parte di diversi istituti nazionali.
Panetta ha posto in luce come le CBDC possano essere emesse da parte delle Banche centrali, anche se con alcune cautele per quanto riguarda il grado di tutela della privacy e la soluzione dei problemi tecnici riguardanti la sicurezza dello strumento.
Ha però anche sottolineato che la loro emissione non è certo all’ordine del giorno in Banca d’Italia.
Su questo tema abbiamo intervistato il Professor Antonio Maria Rinaldi, docente di Finanza Aziendale presso l’università “G. D’Annunzio” di Pescara e di Organizzazione dei Processi Economici presso la Link Campus University di Roma.
Professor Rinaldi, cosa ne pensa della posizione di Banca d’Italia che sembra escludere, sicuramente a breve, l’emissione di CBDC?
Se leggiamo con attenzione l’intervento del Vice Direttore, Fabio Panetta, comprendiamo chiaramente le perplessità di Banca d’Italia: si teme di togliere una fonte di reddito rilevante per il sistema creditizio. In una situazione in cui il margine d’intermediazione del sistema bancario è ai minimi a causa della politica monetaria della BCE, le commissioni derivanti dalla gestione dei sistemi di pagamento sono un elemento essenziale nei bilanci delle banche. L’introduzione di una CBDC, che permetterebbe transazioni monetarie dirette a costi minimi, se non pari a zero, cancellerebbe questa ricca fonte di reddito e quindi potrebbe mettere ulteriormente in crisi le nostre banche. Peccato che questi redditi siano garantiti dal sistema economico nel suo complesso, cioè dalle aziende e dalle famiglie, che pagano questi costi in prima persona, per cui, in questo modo, si perpetua una rendita di posizione del sistema bancario e non si incentiva l’efficienza.
Eppure nello scritto di Banca d’Italia si ammette che l’introduzione delle CBDC potrebbe avere un effetto positivo, soprattutto verso chi è marginalizzato dal sistema bancario…
Certo, come riconosce il dott. Panetta, ad oggi una fetta importante della popolazione italiana è esclusa dal sistema bancario ma potrebbe avere accesso ai sistemi di pagamento elettronico. Si tratta di una fetta non secondaria, pari al 7% delle famiglie, 1,8 milioni di persone, che non utilizzano i conti bancari spesso non per scelta volontaria, ma perché esclusi da vicende economiche personali. Penso a tutti coloro che hanno segnalazioni presso il CRIF, tali da non permettere di accendere un conto corrente. La Banca d’Italia preferisce tutelare una fonte di reddito per un sistema comunque obsoleto, piuttosto che fornire uno strumento di pagamento a chi ne avrebbe bisogno.
Nel suo intervento la Banca d’Italia mette pure in evidenza le storture che una criptovaluta potrebbe generare nella gestione della politica monetaria. Cosa ne pensa?
E’ tutta una questione legata alla distribuzione e alla gestione del mining di questa ipotetica CBDC. Se il mining fosse centralizzato, senza alcuna maturazione di interesse, non vi è dubbio che non vi sarebbe differenza fra CBDC e normale valuta fiat dal punto di vista della politica monetaria, perché le quantità emesse sarebbero comunque determinate a monte dall’autorità monetaria. Se si utilizzassero invece soluzioni diffuse sarebbe necessario per la Banca Centrale mantenere il controllo del mining presso i singoli operatori, sia che si trattasse di istituti intermedi, sia che si trattasse dei singoli cittadini. Ebbene, nulla ci vieta di immaginare una soluzione in cui il mining, magari PoS (Proof of Stake, in cui la generazione di criptovalute non dipende dall’elaborazione dei dati, ma dal possesso della valuta stessa) viene concentrato in istituti di credito che quindi trasferiscono l’interesse generato al cittadino. Oppure di vedere la stessa attività completamente decentralizzata e in mano al cittadino, che potrebbe svolgere un limitato mining dal proprio wallet. La Banca Centrale dovrebbe comunque avere il controllo delle quantità di mining concesse agli altri utenti. Anzi, avremmo uno strumento monetario veramente efficace perché interverrebbe in modo istantaneo sui redditi delle famiglie in caso di recessione economica, evitando i ritardi e i costi funzionali dei normali strumenti di politica monetaria.
Lei ritiene che in futuro la Banca d’Italia tornerà sui propri passi?
Personalmente posso concordare con il dott. Panetta che l’emissione di una CBDC sia ancora prematura e richieda maggiore studio, anche dal punto di vista della sicurezza, della privacy e dei costi transazionali. Inoltre c’è un grosso problema: quale dovrebbe essere l’attore demandato alla gestione, la BCE o le Banche Nazionali? Sono però convinto che si tratti solo di un rinvio, perché non si può fermare l’evoluzione dell’economia solo per la tutela di interessi particolari, per quanto rilevanti.
8 OTTOBRE 2018
Dal 18 al 20 ottobre 2018 si svolgerà a Firenze la seconda edizione di Fiera Didacta Italia, il più importante appuntamento fieristico sul mondo della scuola.
Parteciperà anche l'Università degli Studi Link Campus University, con l'organizzazione di workshop, uno stand espositivo e lo staff di orientatori dedicati. Un momento essenziale per conoscere l'offerta formativa e il modello didattico dell'Ateneo.
La fiera si terrà nella Fortezza da Basso, l’unica area fieristica italiana all’interno di un vero e proprio capolavoro architettonico rinascimentale. Didacta Italia, si sviluppa su due livelli: un’area espositiva, che coinvolge la lunga filiera delle aziende che lavorano nel mondo della scuola e della formazione e un’attività dedicata agli eventi: convegni e seminari che spaziano dall’area tecnologica a quella scientifica e umanistica, fino allo spazio d’apprendimento.
Di seguito il programma degli incontri organizzati dall'Università degli Studi Link Campus University:
18 ottobre 2018
MATTINA
Buone Pratiche tra Università e Scuola - Il Progetto Erasmus+ DECODE. DEvelop COmpetences in Digital Era. Expertise, best practices and teaching in the XXI century
PROF.SSA STEFANIA CAPOGNA
POMERIGGIO
Progetti innovativi con le scuole, per le scuole - Systems Thinking Lab. Allenarsi a sviluppare un approccio critico attraverso il pensiero sistemico
PROF.STEFANO ARMENIA
19 ottobre 2018
MATTINA
Esperienze di alternanza Scuola Lavoro dalle Università - L’alternanza Scuola Lavoro in Link Campus University
DOTT.SSA MARINA ALTIERI
POMERIGGIO
Progetti per gli studenti - Giocando si diventa cittadini migliori. I serious game come strumento di sensibilizzazione e informazione
PROF.SSA GIADA MARINENSI
20 ottobre 2018
MATTINA
Offerta di formazione per gli insegnanti - Modelli della comunicazione nella didattica
PROF. STEFANO MUSTICA
Fiera Didacta Italia ha l’obiettivo di favorire il dibattito sul mondo dell’istruzione tra gli enti, le associazioni e gli imprenditori, per creare un luogo di incontro tra le scuole e le aziende del settore.
E’ rivolta a tutti coloro che operano nel settore dell’istruzione, dell’educazione e della formazione professionale. In particolare, rappresentanti istituzionali, docenti, dirigenti scolastici, educatori e formatori, oltre a professionisti e imprenditori operanti nel settore della scuola e della tecnologia.
Didacta è organizzato da Firenze Fiera insieme alle principali istituzioni del territorio (Regione Toscana, Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze) e da Didacta International, con il supporto della Camera di Commercio italiana per la Germania (Itkam) e di Florence Convention & Visitors Bureau.
Fondamentale il contributo di Indire in qualità di soggetto responsabile della programmazione scientifica di Fiera Didacta Italia.
Fiera Didacta Italia è patrocinato dal Miur, dal Dipartimento delle Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dall’Ambasciata della Repubblica Federale Tedesca in Italia, dal Centro Italo-Tedesco Villa Vigoni, da Unioncamere e da Assocamerestero.
Per tutte le info http://fieradidacta.indire.it
30 MARZO 2020
Necessità di un nuovo volto europeo
di Christian Cozzi
Da sempre più tempo vediamo sorgere nuovi protagonisti nelle relazioni internazionali, protagonisti rappresentati dalle nuove potenze in via di sviluppo, che acquisiscono sempre più influenza e potere decisionale. Potere che senza dubbio sorge sia dalla loro potenza economica in incredibile crescita, sia dalla loro potenza militare strategica. Tutto questo però avviene a discapito delle potenze europee che da tempo si vedono si protagoniste, ma sempre meno influenti, sempre meno centrali.
Tale fenomeno si manifesta, poiché spesso si ritrovano costrette ad intraprendere continui compromessi, senza mai forti prese di posizione. Io credo che siano tal volta queste posizioni a determinare l’influenza di una potenza rispetto ad un’altra, mentre vedo forse non solo io, ma anche le altre potenze mondiali che questi compromessi siano un importante segno di debolezza.
Un cercare di arrampicarsi sugli specchi, un modo di poter continuare a restare al tavolo dei grandi protagonisti, senza pestare i piedi a nessuno. Proprio poiché sempre più deboli e soprattutto sempre più egoisti. Questo egoismo non è affatto un egoismo di tipo costruttivo ma anzi,quest’ultimo va spesso a colpire i propri collaboratori ed i più stretti alleati partecipi dell’unione. Questo egoismo senza dubbio è frutto dell’assenza di una nazionalità europea, un’identità nazionale ed una sempre maggiore presenza sovranista nei differenti parlamenti.
Per tanto comprendiamo che dopo diversi decenni di unità europea, il popolo europeo non si sente affatto europeo ma anzi si sente tedesco, francese, italiano e via discorrendo. Tale fenomeno fa si che nel breve termine alcune tra queste nazioni e nazionalità ne trarranno vantaggio. Nel lungo termine invece come affermato precedentemente, sta trasportando sempre più ad un collasso della centralità e dell’influenza del vecchio continente.
Per risolvere questo fenomeno non è solo necessario creare una salda identità europea ma anche creare una salda e riconosciuta istituzione centrale europea, che non sia solo come agli occhi di moltiappareun’unione data dalla moneta, ma che sia soprattutto un’unione culturale con il fine di centralizzare e costituire l’identità dell’ancora assente e sconosciuto cittadino europeo.
Senza dubbio credo che sia necessario una lieve sottrazione del potere, agli stati nazionali che la compongono, così da poter eliminare sia le continue azioni di carattere egoistico, sia le continue competizioni condotte da quest’ultime a danno delle altre. Queste azioni portano ad una sempre più distante visione di comunità ed unità collettiva dove gli uni si dovrebbero sacrificare per gli altri, con un unico interesse collettivo che veda al centro la potenza e la forza di tutti; poiché la potenza di un singolo rappresenta la forza dell’intero collettivo.
Attraverso l’uso di un completo assetto democratico e non con un assetto di tipo darwiniano che preveda l’affermarsi del più forte sul più debole, ma anzi la protezione del più forte sul più debole, rispetto a tutti i fenomeni esterni. Fenomeni che in questo caso possono essere i più differenti, uno degli esempi più calzati al riguardo può esser rappresentato dall’assenza della collettività europea nella risoluzionedell’epidemia COVID-19.
Senza dubbio se vogliamo tener contodi uno dei tanti insegnamenti che la storia ci propone, come infallibile istruttrice delle nostre azioni, dovremmo tener conto l’esempio fornito dal collasso della lega Delio-Attica. Quest’ultima costituita da alcune delle più potenti πόλεις (pòleis) greche nel 470 a.C. Queste avevano l’obbiettivo di rendersi forti, influenti e senza dubbio ricche. Tra queste sorse il predominio della πόλιςateniese che dopo le differenti speculazioni, e le crescenti avidità del popolo ateniese, portarono all’impoverimento dell’intera Lega. Questa crescente debolezza portò le pòleis a soccombere presto rispetto al crescente potere delle altre potenze circostanti. Ovviamente questo collasso vista la lontana epoca fu soprattutto da un punto di vista militare, ad oggi tale collasso visti i nuovi protagonisti e le nuove influenze potrebbe essere senza dubbio riconducibile ad un carattere puramente economico.
Ad ogni modo mi potrete dire tutto questo si è verificato quasi 2500 anni fa,dunque come è possibile un possibile riverificarsi di tali fatti? Bè posso semplicemente rispondere che si i tempi cambiano, le tecnologie cambiano e così i popoli e le idee; c’è però da tener conto che l’uomo rimane sempre lo stesso, e di conseguenza come ci insegna Vico la storia si ripete. Comprendendo tale insegnamento possiamo affermare che: ora più che maiè necessaria una reale coesione europea a fronte delle innumerevoli difficoltà che avvolgono il vecchio continente, il quale con ampia superbia crede ancora di essere il centro del mondo, ma che ormai non è altro che un tacito osservatore dei fatti.
Torna all'Appello
31 MAGGIO 2018
Si animano i locali della Movida estiva e con essi il dibattito sul tema della sicurezza negli spazi del divertimento. Martedì 5 giugno presso “Spazio Novecento” a Roma, sono stati presentati nel corso del seminario #moVita: la percezione consapevole della sicurezza in discoteca i risultati di una ricerca realizzata dalla Questura di Roma e dall’Università Link Campus University e condotta su 4 locali della Movida romana: Room 26, San Salvador, Exè e Spazio Novecento. I lavori del seminario sono stati aperti dal Questore della Provincia di Roma dopo i saluti iniziali del Signor Prefetto. Interventi di Emilia De Bellis, magistrato in servizio presso la Procura del Tribunale dei Minori di Roma, Filiberto Mastrapasqua, dirigente del Commissariato di Polizia Esposizione; Marco De Chirico, Comandante della Compagnia Roma Eur; Angelo Moretti, già Comandante del IX Gruppo Polizia Locale Roma Capitale. Presenteranno la ricerca il prof. Nicola Ferrigni della Link Campus University e la dott.ssa Ludovica Moschini della Questura di Roma. Conclusioni di Roberto Massucci, dirigente superiore della Polizia di Stato.
La ricerca, la cui direzione scientifica è stata affidata al prof. Nicola Ferrigni, docente di Sociologia generale e politica della Link Campus University, fornisce dati e informazioni tanto su alcuni dei comportamenti che ne caratterizzano la frequentazione, quanto sulla percezione e sulla valutazione della sicurezza, sia all’interno che all’esterno dei locali. «Si tratta di un progetto pilota – dichiara il prof. Ferrigni – finalizzato non solo a rilevare il complessivo grado di sicurezza percepita all’interno di tali locali, ma anche a suggerire “buone pratiche” rispetto alla gestione di un fenomeno così complesso, com’è quello della sicurezza negli spazi del divertimento dei più giovani».
I dati, raccolti attraverso interviste realizzate nei primi mesi dell’anno a centinaia di frequentatori dei 4 locali romani, se da un lato lasciano emergere alcuni comportamenti devianti da parte dei frequentatori che destano non poche preoccupazioni, dall’altro rilevano un rassicurante livello di sicurezza percepita. Circa 1 intervistato su 2 infatti dichiara di recarsi nei locali avendo già consumato alcol (il 32,8% vino o birra, il 16,3% superalcolici), mentre 1 su 4 dichiara di assumere droghe. Ma a preoccupare è anche quel 45% circa di intervistati che afferma di essersi messo alla guida dopo aver consumato alcol o assunto droghe. Ciononostante, complessivamente l’82,5% degli intervistati dichiara di sentirsi sicuro nei locali in questione; un senso di sicurezza che tende a crescere per i frequentatori abituali del locale. Tale condiviso ed elevato senso di sicurezza percepita appare in linea con quanto rilevato in una precedente ricerca realizzata ancora una volta dalla Questura di Roma e dalla Link Campus University e finalizzata ad analizzare la percezione della sicurezza dello Stadio Olimpico di Roma dopo l’introduzione delle barriere in Curva. «Così come gli stadi – prosegue Nicola Ferrigni – anche le discoteche vengono giudicate come spazi sicuri e questo certamente perché vi è una condivisa percezione di una gestione professionale della sicurezza che si deve in primis al ruolo svolto dalle Forze di Polizia. Tuttavia, la centralità che i frequentatori delle discoteche riconoscono agli addetti alla sicurezza dei locali, impone una riflessione più ampia sulla consapevolezza del ruolo che anch’essi devono avere». E in effetti a motivare tale positiva percezione di sicurezza, per il 37% circa degli intervistati è il lavoro degli addetti alla sicurezza del locale, mentre per 21% è la presenza rassicurante delle Forze di Polizia in zona. Per quanto concerne la gestione della sicurezza, circa 3 intervistati su 4 (73,6%) ritengono che ad occuparsi della sicurezza dei locali debbano essere gli addetti alla sicurezza del locale, e questo principalmente perché reputano le discoteche “spazi privati” (24,9%), al cui interno gli addetti alla sicurezza danno maggiore affidamento poiché “sanno come muoversi” (34,3%) e perché essi “sono più rispettati in questi locali” (15,8%). Per contro, il 22,9% degli intervistati ritiene invece che la gestione della sicurezza dovrebbe essere appannaggio delle Forze dell’Ordine, e questo perché esse tutelano la sicurezza del cittadino (36,5%), fanno l’interesse del cittadino e non del locale (22,8%), infine hanno l’autorità giuridica per intervenire (21,7%).
E sono proprio le Forze di Polizia cui gli intervistati plaudono per il lavoro svolto in situazioni di pericolo o rischiose: tra quanti dichiarano di aver assistito a un intervento da parte della Polizia (complessivamente la metà circa degli intervistati), il 28,9% giudica il comportamento tenuto “corretto”, il 21,7% “professionale” il 15,7% “collaborativo” e il 9,8% “protettivo”.
Infine, dinanzi all’ipotesi estendere anche alle discoteche misure similari a quelle previste negli stadi per i tifosi violenti (ossia il Daspo, Divieto di Accesso alle Manifestazione Sportive), complessivamente ben il 60% si dichiara favorevole a questa possibilità, e questo principalmente nei casi di risse (66,5%), furti e rapine (59,8%), spaccio di droga (58,7%), uso di sostanze stupefacenti (57,5%) e molestie sessuali (56,4%).
Programma del Seminario Martedì 5 Giugno, presso "Spazio Novecento" (piazza Guglielmo Marconi, 26b), Roma
« #moVita: la percezione consapevole della sicurezza in discoteca »
Registrazione dalle ore 09.00 alle ore 9.30
ore 9.30 Saluto del Sig. Prefetto della Provincia di Roma
ore 9.45 Introduzione del Sig. Questore della Provincia di Roma
ore 10.00 Intervento sul fenomeno contemporaneo della movida della Dr.ssa Emilia De Bellis (Magistrato in servizio presso la Procura del Tribunale dei Minori di Roma)
ore 10.20 Piccola tavola rotonda sul progetto «#moVita» presentato dai referenti territoriali delle Forze di Polizia (Dr. Filiberto Mastrapasqua Dirigente del Comm.to di P.S. Esposizione ; Cap.CC. Marco De Chirico,Comandante della Compagnia Roma Eur; Dr. Angelo Moretti già Comandante del IX Gruppo Polizia Locale Roma Capitale)
ore 10.50 Presentazione della ricerca sulla movida curata dall’Università Link Campus e della Questura di Roma Prof. Nicola Ferrigni - Link Campus University Dr.ssa Ludovica Moschini - psicologa Questura di Roma
ore 11.30 Conclusioni del Dir. Sup.della Polizia di Stato Dr. Roberto Massucci
ore 11.45 Consegna degli attestati di partecipazione
11 Febbraio 2019
di Pasquale Russo, Direttore Generale Link Campus University Da Affaritaliani.it
Ho conosciuto l’Internet degli anni 80, era un Internet distribuito ad alta resilienza, certo limitato a pochi, poi siamo passati ad un Internet decentralizzato guidato dalle attività di business, quindi dal 2005 ad un Internet centralizzato nelle mani di pochi grandi aziende multinazionali (GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft).
Ora credo si andrà verso una nuova rottura di Internet e si tornerà ad una nuova fase di Internet decentralizzato, ma non a causa delle attività di business, ma per motivi politici e nazionali, cioè si andrà verso gli Internet delle Nazioni o delle aree culturali ed l’auspicio è che l’evoluzione tecnologica finalmente si potrà tornare ad un Internet degli individui che riconquisteranno il controllo dei propri dati e della prova privacy.
Oggi siamo all’inizio di una fase di neosovranismo tecnologico tra le aree culturali come ben descritte dall’immagine di Limes nell’articolo in Scontri di civiltà? http://www.limesonline.com/scontri-di-civilta/92828. L’internet russo comincia ad essere diverso dall’Internet degli USA o della Cina, la rete che dal 1993 ha globalizzato il mondo comincia a frammentarsi.
Cosa e quando è successo?
Qualcosa è iniziato prima, ma molto è scoppiato con la Brexit quando contemporaneamente sia gli Stati Uniti hanno perso il Regno Unito nella qualità di vicesceriffo dell’Europa e sia la Cina ha perso la sua porta di ingresso (la City di Londra) nell’area a maggior capacità di spesa dell’Occidente.
Così lo straordinario intreccio che si era creato tra USA e Cina che aveva consentito alla Apple di fabbricare gli IPhone in Cina e alla Cina di finanziare le startups innovative nella Silicon Valley si è trasformato in un groviglio da cui gli USA si vogliono liberare per non essere soffocati e che la Cina invece vuole usare come redini per la sua corse verso espansione globale.
Il centro del conflitto appare essere la democrazia con le tecnologie di sorveglianza di massa, che in Cina sono detenute dallo Stato e il Partito, mentre nell’Occidente dal le GAFAM e dal Mercato.
Purtroppo non è così, il tema vero è il divario tecnologico che si sta creando tra Occidente e Cina ( a favore di quest’ultima) nello sviluppo delle tecnologie di Intelligenza artificiale, strumenti che davvero consentiranno il governo e il controllo di tutto soprattutto se associato alle tecnologie di 5G.
Per fare un esempio paradossale come è noto agli amanti della musica, le cuffie hi-fi consentono di cancellare il brusio esterno così da sentire suono pulito, allo stesso modo i sistemi di intelligenza artificiale potranno impedire che particolari contenuti ci raggiungano, ovvero che navigando vedremo soltanto specifici contenuti, una sotra di censura dinamica.
Le future iniziative protesta sarà necessarie convocarle come negli anno 90 (volantini e manifesti e passaparola),perché la censura dinamica dell’AI del Governo o del Mercato la cancellerebbe dinamicamente quindi nessuno si recherebbe in piazza semplicemente perché non lo saprebbe.
Proprio per questo credo che sia importante capire che dobbiamo impedire le Nozze tra Cadmo e Armonia (https://it.wikipedia.org/wiki/Armonia_(divinità)) simbolicamente rappresentanti l’Occidente e l’Oriente, ma avere più di due tecnologie per favorire davvero il passaggio ad un Internet distribuita. In questo l’Europa dovrebbe battere un colpo forte e non accettare passivamente di stare con uno o con l’altro oppure con tutte e due.
Oggi è possibile immaginare, progettare e in qualche anno riuscire a realizzare un’architettura che metta insieme: connessione 5G e in futuro 6G con computer quantistici, blockchain, cybersecurity e intelligenza artificiale. Oggi è possibile immaginare, progettare e in qualche anno riuscire a realizzare un’architettura che metta insieme: connessione 5G e in futuro 6G con computer quantistici, blockchain, cybersecurity e intelligenza artificiale.
Queste cinque tecnologie opportunamente combinate e con la competenza digitale che avranno i nostri figli e nipoti riusciranno a restituire la proprietà dei dati personali ad ogni singolo cittadino, ma soprattutto ogni singolo cittadino potrà avere sua Internet sicura, inviolabile una “Individual Internet”, I-Internet, una Internet personale e sicura.
Solo così potrà spegnersi il conflitto oggi in corso sui BIG DATA e sul controllo delle nostre vite, solo così smetteremo di percepire tutti come degli intrusi reimparando l’accoglienza che potrà dar vita ad una nuova fase della vita umana.
Andate su https://haveibeenpwned.com e controllate se i vostri dati personali sono nel DEEP WEB e poi riflettete se non sia necessaria una tecnologia che contenga le caratteristiche sotto elencate.
PASSWORD-LESS AUTHENTICATION PRIVATE DATA OWNERSHIP AND QUANTUM SECURE ACCESS KEYS GDPR COMPLIANCE & TOTAL PRIVACY DISTRIBUTED DNS AND AUTHENTICATION AUTHORITY SERVER LESS POINT TO POINT INFRASTRUCTURE 5G AND 6G READY LOW POWER INFRASTRUCTURE (DATACENTER KILLER) END TO END ENCRYPTED LOCAL (PERSONAL) ARTIFICIAL INTELLIGENCE HARDWARE ACCELERATION CYBERATTACK RESILIENT DUE TO DISTRIBUTED INFRASTRUCTURE COUNTER ATTACK CAPABILITIES (CAN ACT LIKE A BOT NET) VIRTUALIZATION OF CURRENCIES AND BLOCKCHAIN COMPATIBLE SANDBOXED APPLICATION ENVIRONMENT