2 APRILE 2020
Ipotesi di politiche economiche nazionali ed europee di condivisione dei fattori rischio
di Gianfranco Leonetti e Umberto Triulzi
1.Introduzione
Partendo dalla situazione di emergenza in cui si trova l’Italia a seguito della diffusione di Covid-19, formuliamo alcune proposte di politiche economiche da attivare nel brevissimo, breve-medio e lungo periodo per contribuire a riprendere il sentiero (smarrito da tempo) della crescita. La strategia non prevede un prima e un dopo, ma un programma unico di interventi finalizzato al conseguimento di due obiettivi: il primo, l’avvio in tempi brevi di interventi volti a fornire la liquidità necessaria alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori, ai professionisti autonomi, per affrontare la situazione di emergenza e il lockdown di molte attività economiche e di sevizi ai cittadini e alle imprese; il secondo, il reperimento delle risorse necessarie alla ripresa della crescita (finance for growth) e l’indicazione di un percorso che ci conduca a un vasto piano di investimenti di medio-lungo periodo.
L’orizzonte è di consentire alle imprese che operano nei settori delle infrastrutture materiali ed immateriali, della ricerca e sviluppo, dell’energia, dell’ambiente, della sanità, del manifatturiero e dei trasporti e dei servizi connessi alle nuove tecnologie di comunicazione, del turismo e dell’Housing sociale di disporre, terminata la fase dell’emergenza, di risorse finanziarie da destinare alla riqualificazione del capitale umano, al rafforzamento delle capacità produttive e allo sviluppo di nuovi modelli organizzativi, anche auspicando la partecipazione sociale dei lavoratori alle scelte delle imprese.
La premessa necessaria, per dare sostenibilità alla proposta di politiche economiche qui avanzate, è che la guerra sanitaria in atto per il dilagare dell’emergenza sia vinta in un arco di tempo di breve-brevissimo periodo (nell’ipotesi più ottimistica fatta dal governo entro il mese di luglio, in quella più pessimistica entro la fine dell’anno 2020). Qualora, infatti, la situazione sanitaria dovesse prolungarsi in tempi più lunghi o addirittura aggravarsi, e non solo nel contesto italiano ma a livello europeo e globale, il quadro macroeconomico e sociale di riferimento delle politiche pubbliche verrebbe a cambiare in modo radicale, ed in questo caso le politiche qui esposte dovrebbero essere riviste in direzioni ed intensità oggi difficilmente prevedibili.
Una seconda premessa è da collegare alla seguente considerazione. L’Italia e tutti gli Stati membri dell’UE sono oggi interessati da una crisi senza precedenti e con effetti di impatto sui sistemi economici che tenderanno ad aggravarsi con l’estensione delle misure di lockdown avviate a livello nazionale e che, evidentemente, non possono essere affrontate con interventi ordinari as usual. Occorre pensare a strategie di medio-lungo periodo e a riforme che siano condivise e che diano fiducia a tutti gli operatori economici e ai singoli cittadini. Non è, infatti, immaginabile proporre iniziative che possono riguardare solo pochi settori, sia su scala nazionale o europea, e non è solo la sanità che, alla luce di quanto sta accadendo nel nostro sistema ed in altri sistemi europei vicini al collasso, è da riformare e riprogrammare per fare fronte alle esigenze di prevenzione e difesa della salute pubblica. Anche i modelli economici e finanziari che hanno caratterizzato ed influito sulle dinamiche dei processi produttivi e di scambio a livello globale vanno profondamente riformati, partendo dalla rivalutazione e dal rafforzamento della presenza dello stato-imprenditore nella erogazione dei servizi da valorizzare perché di pubblico interesse (sanità, istruzione, infrastrutture e servizi strategici), e da modelli di business finanziario costruiti su una più ampia partecipazione del capitale pubblico e privato nell’approvvigionamento delle risorse finanziarie necessarie ad assicurare la realizzazione del piano industriale e di investimenti per la ripresa della crescita.
Ben più complessa la riflessione sull’Unione Europea, costruita come Europa dei diritti, del libero mercato e della circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, con un percorso in itinere di Unione bancaria, di Unione dei capitali e di Unione energetica, ma distantissima dall’avviare politiche fiscali e di bilancio comuni volte a consentire interventi di emergenza nei confronti degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi sanitaria ed economica. I terribili momenti che viviamo devono spingere l’Europa a fare molto di più della sospensione momentanea delle regole di bilancio dell’eurozona, compreso il fiscal compact, o della sospensione (se pure limitata) del regime di aiuti, ma indurre i Paesi membri dell’Unione Europea a immaginare un bilancio pre-federale, l’introduzione semplice ma rivoluzionaria di un intervento pubblico nelle economie europee.
Servirebbe una spinta verso un processo di unificazione politica europea, che porterebbe a valorizzare non solo l’Europa economica, ma l’Europa sociale e solidale, come luogo dei “Patres”, uniti nelle nostre specifiche e ineludibili diversità.
2. Il contesto italiano e il mood europeo: ipotesi di risk-spreading policies
Questa guerra, che vede in prima linea uomini e donne, medici ed infermieri, addetti alle pulizie e operatori delle utility, operai, semplici cittadini e professionisti si vincerà solo accorciando i tempi, e avendo a disposizione la liquidità necessaria. Il fermo di molte attività produttive e commerciali in atto nel nostro paese, a cui occorre aggiungere nei prossimi mesi la chiusura di molte imprese trade oriented che non potranno esportare o rifornirsi sui mercati internazionali in conseguenza di misure analoghe avviate dai nostri partner commerciali, impongono di attivare misure straordinarie per fornire la liquidità di cui hanno bisogno le famiglie, i lavoratori e le imprese per superare la fase dell’emergenza.
La natura della crisi economica e la recessione nella quale ci troviamo non hanno molti precedenti in letteratura. Le conseguenze indotte da uno shock dal lato della domanda (contrazione dei consumi) unitamente ad uno shock dal lato dell’offerta (contrazione della produzione), potrebbero scatenare una eventuale e non auspicabile instabilità finanziaria e innescare un deleveraging globale. Sicuramente i danni maggiori saranno avvertiti dai paesi che più dipendono, come il nostro, dagli scambi commerciali internazionali, dai paesi che non sapranno evitare i fallimenti delle proprie imprese, ancor più se di piccole dimensioni, o mantenere la base occupazionale proteggendo il reddito e il valore del lavoro autonomo dei commercianti e dei professionisti, e quindi non in grado di proteggere il loro sistema previdenziale. Gli effetti che la crisi avrà sull’inflazione sono sicuramente in una prima fase deflattivi, ma gli impatti successivi saranno da valutare con attenzione perché dipenderanno da chi, tra i paesi colpiti, saprà più rapidamente riavviare i motori della crescita. In assenza di collaborazione e di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri dell’UE è anche possibile immaginare il diffondersi di focolai inflattivi in Europa. La buona notizia, ci auguriamo, è quella di uscire prima di altri paesi dal lockdown e quindi iniziare a ripartire. Relativamente al fabbisogno di liquidità, per sopperire al crollo dei ricavi e delle entrate tributarie ed extra tributarie, per erogare misure di sostegno e per sopperire al fabbisogno ordinario dello Stato (spese correnti, spese per interessi sul debito, spese in conto capitale, rimborso prestiti), formuliamo una ipotesi oscillante tra i 70-80 miliardi di euro al mese. La presenza di un piano anti-spread Omt (Outright monetary transaction) per l'acquisto di titoli di Stato a sostegno dell'economia dell'Eurozona sterilizzerebbe lo spread italiano, non influenzando negativamente e ulteriormente il servizio del debito pubblico, e quindi i ratio patrimoniali degli istituti di credito.
Gli interessi a servizio del debito dell’Italia erano calcolati per l’esercizio 2020 in circa 80 miliardi di euro, con un avanzo primario previsto di oltre 66 miliardi di euro. Sia l’ammontare del debito che gli interessi connessi, saranno da ricalcolare e, sicuramente, non potrà essere considerato attendibile il dato dell’avanzo primario programmato. Immaginando che l’emergenza possa terminare in pochi mesi, come tutti noi ci auguriamo, si tratta di dovere reperire liquidità, per il periodo aprile-luglio (è l’ipotesi più ottimistica), tra i 280 e i 320 miliardi di euro, e una extra liquidità per l’uscita dalla crisi (interventi di garanzia al credito, sostegno al credito, tutela delle aziende strategiche, defiscalizzazioni per il rafforzamento del capitale delle imprese, interventi nelle filiere produttive più collegate agli scambi commerciali internazionali, interventi nei territori maggiormente penalizzati, misure e piano strategico di rilancio del paese, istituzione di soggetti pubblici di partecipazione) è quantificabile in almeno altri 100 miliardi di euro, da utilizzare nei mesi successivi. Una liquidità imponente da reperire a debito, o attraverso linee di credito, o emissione di debito sovrano, o accordi internazionali di supporto. Reperire liquidità nell’Eurozona ricorrendo al MES, senza modifiche delle regole previste, non avrebbe che delle condizionalità parziali e molto rigorose per l’Italia, oggi definite dall’art.12 del Trattato istitutivo. Reperirla attraverso l’emissione di Stability bond senza condizionalità è la strada auspicabile, perché non aprirebbe ad un percorso di mutualizzazione dei debiti, ma rafforzerebbe l’unificazione politica europea, oggi fortemente avversata da molti Stati europei, privi di una visione strategica ed ingabbiati in regole e trattati di difficile riscrittura. I valori messi in campo in quota parte per i 19 paesi
Membri dell’Eurozona potrebbero non essere sufficienti e, comunque, in assenza di modifiche alle regole di funzionamento dell’Unione Europea e dei Trattati istitutivi, l’Europa rischia di arrivare tardi o di non arrivare affatto rispetto alle nostre necessità e a quelle del sistema delle imprese.
Auspichiamo maggiore consapevolezza e responsabilità nelle Istituzioni europee per le difficoltà che stiamo vivendo, anche se il mood non ci pare essere quello auspicato nella convinzione che l’assenza di un progetto europeo di condivisione di risk sharing, minerà qualsiasi disegno futuro di Europa solidale, anche dal punto di vista delle politiche monetarie, mettendo a rischio la stabilità finanziaria dell’eurozona, mentre sarebbe opportuno da subito lavorare ad un piano congiunto europeo per l’emergenza e per programmare le necessità future.
Partendo quindi da ciò che ci unisce e non ci divide crediamo che l’Europa debba arrivare velocemente ad adottare modelli di risk-spreading policies, per attenuare l’impatto derivante da shock macroeconomici, anche ricorrendo a strumenti di debito. Un primo possibile strumento europeo di Risk sharing europeo può essere rappresentato dal Piano di investimenti per l’Europa Sostenibile (Sustainable Europe Investment Plan), proposto nell'ambito del “Green New Deal” e presentato a dicembre del 2019 dalla Presidente della Commissione Europea Ursula don Der Leyen.
Nel piano che prevede di mobilitare investimenti pubblici e privati per almeno 1000 Miliardi di euro confluiscono risorse finanziarie provenienti da fondi UE che coprirebbero circa la metà del bugdet, da co-finanziamenti nazionali, a cui si aggiungono 279 miliardi mobilitati da investEu, con il coinvolgimento della Banca europea degli investimenti e delle National Promotion Banks and Institutions, ovvero le CDP dei singoli stati membri dell’UE.
Negli obiettivi della neutralità climatica, a queste risorse si andrebbero ad aggiungere un co-finanziamento nazionale per altri 114 miliardi, oltre i ricavi del mercato europeo delle emissioni (circa 25 miliardi di euro).
Nella programmazione finanziaria europea 2021-2027, per sostenere la transizione delle economie dei paesi membri verso la neutralità climatica, è previsto inoltre un “Meccanismo per una transizione giusta”, che dovrebbe mobilitare altri 145 Miliardi di euro nel decennio.
Riteniamo che basterebbe prevedere di moltiplicare il piano di investimenti esistente per giungere ad un piano Europeo per la transizione energetica e per la realizzazione di un New Green Deal per un valore di oltre 5000 miliardi di euro in 10 anni e per modificare alcuni elementi costitutivi del piano fino ad ora immaginato per trasformarlo in una Risk-spreading policy. Occorre aumentare la partecipazione dell’Unione Europea dai previsti 250 miliardi di euro del budget EU fino a 1500 miliardi, da finanziare con l’emissione di Stability Bond emessi dal Fondo Europeo degli
Investimenti, sotto l’egida della Banca europea degli investimenti e con la garanzia delle Istituzioni europee, a cui unire la partecipazione degli intermediari finanziari e di credito europei. Ovviamente prevedendo l’inclusione di una regola verde per la quale gli investimenti degli Stati membri a favore della sostenibilità e per il contrasto ai cambiamenti climatici saranno esclusi dai calcoli del deficit di bilancio e i fondi strutturali vedano, per la prossima programmazione, elisa la partecipazione del cofinanziamento degli Stati e delle Regioni. Avere a disposizione di tutta l’area euro un piano di una tale portata in una visione condivisa per la transizione verde e lo sviluppo, indicherebbe una prospettiva futura di crescita e di creazione di valore per l’intera Unione Europea.
Un nuovo e vero New Green Deal i cui beneficiari non sarebbero solo gli attori dell’energia e le utility, ma i settori dei mezzi di trasporto, dell’edilizia, della chimica, dei metalli, dell’elettronica ed elettrotecnica, oltre all’informatica e innanzitutto gli enti locali. Inoltre, uno strumento di Risk sharing, tra gli strumenti finanziari già presenti nel panorama europeo, è sicuramente l’ELTIF, che necessiterebbe subito di una modificazione del regolamento istitutivo, per ampliare le attività di investimento ammissibili (anche in società con maggiore capitalizzazione) e con la previsione non eventuale, ma certa, della partecipazione della BEI negli strumenti di Long-Term Investment. A questi primi esempi da attivare devono seguire rapidamente altre Risk-spreading policies.
3. Una risposta di tutti a sostegno del nostro futuro
La strada indicata rafforzerà la credibilità dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri ma non impatta sulle necessità di liquidità, e pertanto va accompagnata da altre iniziative urgenti. Sovente quando la realtà si presenta nella sua durezza, si cercano delle scappatoie e la tentazione di trovare dei salvatori della patria rischia di prevalere e di indurre a errori irreparabili. La forza del nostro paese è di avere costruito relazioni euro atlantiche solide, di essere il luogo del dialogo nel Mediterraneo, aperto ad Est come la nostra storia millenaria ci racconta.
Ma quando si parla di debito, non si parla solo di rapporti e di relazioni, bensì di sovranità, e chi detiene il debito di uno Stato ne limita la sovranità. Qualsiasi tentativo di accordi unilaterali di sostegno al nostro debito sovrano sono da attenzionare, un monito chiaro per i policy maker, ricordandoci un antico adagio, che recita con chiarezza “il formaggio gratis, si trova solo nelle trappole per topi”.
Le operazioni di Emergency Liquidity Assistance svolte dalla Banca di Italia, per tramite del sistema europeo delle banche centrali, costituiscono uno strumento straordinario per finanziare le istituzioni bancarie in crisi di liquidità e per assicurare condizioni ordinate sul mercato. Ma i bisogni di liquidità necessari a supportare le impellenti politiche fiscali sono di dimensioni ingenti. Occorrono linee di liquidità ben superiori agli 11 miliardi di euro che la Commissione Europea non richiederà all’Italia per il mancato utilizzo delle risorse dei fondi strutturali assegnati nella programmazione 2014-2020, o eventuali sterizilizzazioni o estensione di utilizzo di altri fondi strutturali. Intanto, avanziamo la proposta di richiedere alla Commissione Europea il permesso di utilizzare per almeno 12 mesi le risorse del Fondo sociale europeo anche in politiche passive, e non attive, per fornire ulteriori strumenti di sostegno al reddito.
Il ricorso all’emissione di ulteriore debito, senza un paracadute europeo, deve essere attentamente valutato per evitare che il paese perda l’investment grade delle principali Agenzie di Rating e la fiducia dei mercati, con una attenta politica di Emergency Liquidity Assistance della Banca d’Italia e, a nostro parere, con la partecipazione dei risparmiatori italiani.
L’emissione di titoli del debito pubblico nell’ordine di 10-20 punti di Pil (178/356 miliardi di euro), come recentemente proposto anche da autorevoli economisti, è immaginabili solo in presenza due condizioni:
- un collocamento riservato e interamente sottoscritto dai risparmiatori e dalle famiglie italiane
- un piano di investimenti credibile per la ricostruzione, il rilancio e la semplificazione del paese.
Proponiamo l’emissione di un primo BTP “Crescita Italia” indicizzato all’inflazione europea riservato solo ai detentori del capitale paziente italiano, in particolare i fondi negoziali chiusi, i fondi negoziali aperti, i fondi preesistenti e le Fondazioni bancarie. I titoli di Stato forniranno agli investitori una protezione contro l’aumento del livello dei prezzi e cedole pagate semestralmente, avranno una durata temporale tra i 15 e i 30 anni, per non confliggere con i criteri prudenziali indicati dai Regulators e avranno per i primi dodici mesi la sterilizzazione delle cedole. Un piccolo sacrificio per contribuire al rilancio dell’economia italiana, a cui seguirà una seconda collocazione rivolta direttamente ai risparmiatori italiani, detentori di una massa di liquidità pari ad almeno 1400 miliardi di euro, e alle famiglie italiane la cui ricchezza finanziaria è oltre 8 volte il Pil nazionale. Il titolo di Stato non avrà capital gain per tutta la sua durata.
Grazie al meccanismo di indicizzazione utilizzato, alla scadenza verrebbe attivata una grande operazione di fixed-income nella quale si riconosce ai possessori il recupero della perdita del potere di acquisto realizzatasi nel corso della vita del titolo, ma contestualmente viene avviata una grande opera di sostegno al paese, con l’abbattimento per 12 mesi del servizio all’extra debito, chiamando gli attori previdenziali, assicurativi e i cittadini a finanziare un piano di fiducia e di coesione per la stabilità finanziaria del paese. Ma anche chiamando le parti sociali e le parti datoriali unite nello spirito della bilateralità a contribuire al rilancio del sistema economico nazionale. Accanto a questo intervento di liquidità, auspichiamo, come già proposto da alcune personalità politiche, che si attivi un luogo di supporto bipartisan alle scelte strategiche ed economiche del Governo, per realizzare una proposta per il lavoro e un piano credibile di rilancio della nostra economia. La complessità delle scelte da effettuare nel nostro paese richiede di trovare un solido accordo di governance tra i partiti al governo e i partiti all’opposizione, sotto l’egida del Capo dello Stato, che rappresenta l’unità nazionale. Proponiamo l’istituzione di una Commissione strategica per il lavoro e per le imprese, come già avvenuto in passato per motivi differenti e in momenti diversi della storia repubblicana, presso la Presidenza della Repubblica Italiana.
Non si uscirà dalla recessione e dalla trappola della bassa crescita e, quindi del debito, se non attraverso la partecipazione e la collaborazione delle componenti più rappresentative dell’economia e della società italiana. Perché questa iniziativa abbia successo è importante che siano condivisi gli obiettivi che si intendono raggiungere e il ruolo che ogni istituzione partecipante potrà assumere. Lo Stato deve essere l’attore principale della proposta e deve intervenire con strumenti nuovi, dei quali si sarebbe già potuto dotare in precedenza. E se rassicura il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), il nuovo programma di acquisto per l’emergenza pandemica varato dalla BCE che riforma la regola aurea dei limiti di acquisto per emittente, con la specificazione che gli oneri del sovraindebitamento ricadranno sui conti pubblici dei singoli stati Membri, dell’Italia in particolare, e solo in parte sull’Europa.
I decisori italiani si presentino ai partner europei e ai mercati con un credibile piano di rilancio e con un cambio di strategia nelle politiche di stabilizzazione del debito. Saranno allora ascoltati e avranno la forza per chiedere di cambiare le regole europee e per liberarci dalla trappola del debito. Il valore del lavoro e la tenacia degli italiani aspettano solo di essere indirizzati da una classe dirigente credibile per affrontare le sfide in campo energetico, per la promozione delle tecnologie abilitanti e dei cambiamenti climatici, per la tutela del patrimonio culturale e artistico, per il rilancio di un turismo unico al mondo, per lo sviluppo della sostenibilità ambientale e per l’eliminazione delle nuove povertà, per l’avvio di un piano di housing sociale e per la realizzazione di infrastrutture strategiche e innovative che ci ripongano al centro del Mediterraneo e dell’Europa. Non solo una richiesta per interventi di emergenza, ma una proposta accompagnata da un piano nazionale ed europeo per fare ripartire un paese fermo nella crescita da troppi anni e che intende onorare, come sempre ha fatto, i propri impegni.
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23 MARZO 2020
LETTERA APERTA
di Gaetano Tedeschi
Signori, Il grande senso dello Stato che ci accomuna, mi induce a esporvi mie riflessioni
Sono un semplice Ingegnere ancorchè abbia gestito grandi gruppi Industriali pubblici e privati, e come tale conservo una visione analitica dei problemi. Vogliate pertanto perdonarmi invasioni in campo politico,comunque da prendere come spunto.
Vorrei in un clima di sintesi partire dalle conclusioni a cui giungo portando sul tavolo politico i vari step e percorsi logici.
La globalizzazione (messa in evidenza nell’attuale emergenza)ci porta comunque a traguardare modelli di Unione tra Stati e per quanto ci riguarda Europa Il modello ci viene con semplicità mostrato proprio da questa esperienza dalla quale si esce (vedi Cina)solo con un sistema unitario in cui il default di una regione (in questo caso Italia e Spagna) è superabile se fanno parte di una nazione che accomuna popoli di culture e religioni affini. L’effetto moltiplicatore di diseguaglianze con certezza prevedibili nella situazione di emergenza ci induce a accelerare tale processo Va in tale chiave affrontato il tema dei rapporti economici e produttivi tra i grandi (Europa Russia Cina Usa) con nuovi criteri e strategie.Quelle attuali sono figlie di conflitti mondiali ormai lontani e successive guerre fredde, allo stato obsolete. Tali strategie pertanto vanno modificate con decisione e fermo impulso valutando gli elementi motori dello sviluppo. In particolare nella produzione di energia e delle sue fontivero motore di qualsiasi progresso industriale.Le società di Stato come ENI , che rivedere le proprie strategie fino ad oggi impostate su investimenti per concessione di estrazione puntando invece su sistemi energetici ecocompatibili Un ruolo determinante lo svolgeranno I grandi player, bancari e industriali, e soprattutto le società di Stato nel loro ruolo di essere trainanti di un sistema produttivo fatto di piccole e medie imprese, ad oggi viste solo come strumenti di un mercato speculativo, teso all’unico obiettivo degli utili e per lo Stato incalzato da obblighi di indici, dividendi.
Tali conclusioni partono dalla seguentesintetica analisi
“La politica europea sta con difficoltà traguardando l‘urgenza di un modello sociale europeo capace di ricostruire i diritti universali che le politiche economiche neoliberiste hanno indebolito.”
e si completano attraverso la lettura di dati e con la proiezione degli stessi nello scenario di emergenza finanziaria/sociale che si scatenerà a breve a seguito delle necessarie (in quanto etiche) misure per arginare la pandemia del Coronavirus
EUROPA NELLA SITUAZIONE ATTUALE
un decennio di lunga e profonda crisi, l’impoverimento della classe media, l’invecchiamento della popolazione, la precarizzazione del lavoro e lo spettro della povertà che è avanzato in tutta Europa, specie in Paesi come il nostro caratterizzati da un sistema di protezione sociale inefficace. Vi sono poi state le scelte politiche europee neoliberiste più attente al rigore del pareggio dei bilanci degli Stati membri, alla competitività globale, che non ad assicurare condizioni di vita e di lavoro dignitose per tutti. Fattori concomitanti questi, che hanno di fatto ridotto l’accesso ai servizi pubblici aggravando ulteriormente le già precarie condizioni di milioni di persone. Viene, de facto, rimesso in discussione il principio dell’accesso universale a condizioni di vita dignitose per tutti i cittadini, mentre le distanze tra ricchi e poveri continuano ad acuirsi. Segno, quest’ultimo, dell’importante arretramento della politica in tema di giustizia sociale, di redistribuzione dei redditi e delle ricchezze, della sua rinuncia a fronteggiare dinamiche economiche di natura internazionale. Ne sono prova i dati Eurostat sui redditi degli individui che ci riconsegnano un’Europa diseguale con incrementi consistenti dell’indice di disuguaglianza economica
La scarsa efficacia delle politiche nazionali ed europee nel contrastare questo fenomeno fortemente correlato alla nuova stagione del capitalismo contemporaneo, il fincapitalismo , ha inevitabilmente impattato su un aumento dell’indicatore relativo alla popolazione a rischio di povertà monetaria. Tale indice definisce chi vive in famiglie con un reddito equivalente non superiore alla soglia di povertà è passato nel periodo 2010/2015 dal 16,5% al 17,3% (Eurostat 2017). È evidente l’urgenza di un recupero della centralità delle politiche pubbliche in ambito sociale per rispondere al disagio economico e sociale che non lascia immuni neanche coloro che un lavoro ce l’hanno, ma sono retribuiti in modo insufficiente o comunque non godono della stabilità necessaria per potersi considerare al riparo dal rischio povertà, .Dato questo ancora più preoccupante il trend di crescita dei– Lavoratori a rischio povertà in Europa valori tra il 6% (Finlandia) e 20% (Romania)| . Il quadro descritto da Eurostat, in un generale avanzamento del lavoro povero in Europa, pone l’Italia (anno 2016) tra i Paesi con il più alto tasso di lavoratori a rischio di povertà o esclusione sociale, preceduta solo da Spagna, Grecia e Romania Tali indici e relativi squilibri fanno ipotizzare “espulsioni” o peggio”autoesclusioni” Insomma, l’area degli “esclusi” o a rischio di espulsione si allarga senza più importanti resistenze, poiché “includere” non è funzionale allo sviluppo dell’economia finanziaria a differenza dell’economia materiale ,L’economia politica globale ci pone di fronte quindi ad un nuovo e allarmante problema: l’emergere della condizione di espulsione Nonostante l’urgenza di politiche pubbliche atte a frenare le disuguaglianze sociali ed economiche che stanno minando i valori di un’Europa più equa e inclusiva, si deve prendere atto del fallimento della Strategia Europa 2020, licenziata dalla Commissione europea nel pieno della crisi economica (2010) in quell’ambizioso obiettivo di ridurre di 20 milioni gli oltre 80 milioni di persone nell’UE (16,5% dell’intera popolazione nel 2008) che vivevano al di sotto della soglia di povertà è stato seppellito da una politica di austerità imposta a tutti gli Stati membri, di cui lo stesso Fondo monetario internazionale ne riconosce oggi i limiti. In poco tempo, di quel modello di sviluppo e dei suoi target è rimasta la mera evocazione, mentre la popolazione a rischio di povertà o di esclusione sociale è aumentata in Europa senza alcun freno, colpendo 119 milioni di persone (nonostante le prestazioni sociali) e attestandosi al 25% della popolazione totale. È pur vero che Europa 2020 mirava a risolvere alcuni dei problemi che avevano caratterizzato la strategia del decennio precedente (la cosiddetta Strategia di Lisbona) portando l’Europa verso un modello di prosperità, piuttosto che di austerità. Nel lodevole tentativo di realizzare una crescita bilanciata, la Strategia Europa 2020, inghiottita dalla crisi del debito sovrano, ha mostrato tutta la sua debolezza nel processo di implementazione, ma dato allarmante la sua visione viene riproposta nella stesura della successiva Agenda 2030
COSA CAMBIA CON L’ATTUALE EMERGENZA
Vorrei tralasciare le cause che ci hanno portato alle misure adottate, essendo meri esercizi e di analisi che vedranno la dialettica politica/scientifica, sulle quali si discuterà a lungo. Certamente in sintesi comunque riconducibili a una presa d’atto dell’insufficienza sanitaria a fronteggiare fenomeni ancorchè naturali, aprendo un vasto dibattito sia etico che strutturale/istituzionale.Mi soffermo invece su quelle che sono le conseguenze di tale emergenza.
L’effetto devastante è una accelerazione di problemi che non sono compatibili con il tempo di uscita da crisi finanziaria, ma che compromettono lo status di sopravvivenza generato da improvvisa povertà che produrrebbe scenari di distruzione di qualsiasi politica Europea o comunque di aggregazione , in virtù delle regole imposte dalla globalizzazione .Nulla a che vedere per gli effetti con il 29 o il 2003 e 2008
Il crollo del PIL stimato in circa il 4% al mese è un fattore con crescita esponenziale, nel senso che per effetto induttivo il secondo mese avrà un crollo del 8 e il terzo del 16%, fino a collassare nella soglia del 33%.
Riportando tale dato negli indici di povertà l Italia con una differenziazione massima nella crescita PIL rispetto a Germania di soli 1,2 punti ha mostrato una crescita del 3% all’anno di tale indice rispetto allo 0.3% della stessa Germania. Questo vuol dire che il L’indice di povertà si moltiplica 10 volte la differenziazione nella crescita di PIL.
Va da se che nel più ottimistico quadro di una differenzazione dovuta al periodo di emergenza vedrebbe l’Europa deflagrata da un big bang socioeconomico
EUROPA FUTURA post emergenza CORONAVIRUS
Sembra cinismo ma sono profondamente convinto che non lo sia. L’emergenza che ha sempre caratterizzato i cambiamenti mondiali, anche questa volta ci porge la possibilità di rinnovarci e superare con tempistiche eccezionali percorsi che se affrontati con confronto dialettico avrebbe allungato a dismisura
Non cè molto tempo per prendere decisioni, ma è chiaro che è il momento di richiamare ogni centro decisionale, ogni lobby internazionale, ogni struttura che possa incidere in tali scelte a proporre un modello di Europa davvero pronto a sostenere una cura e un programma di ricrescita comune.
La prima immediata decisione è la creazione di una vera banca centrale con le caratteristiche di autonomia dei governi correndo anche il rischio di una governance di tipo finanziario e non gia sociale, credo sia la terapia più semplice da mettere in atto. Forse una amara (in termini di democrazia) immediata medicina, che comunque avrebbe effetto di intubamento del malato (in fondo lo siamo Spagna e Italia in Primis) per dargli poi il tempo con il proprio corpo di reagire.
Superato il primo periodo la reazione di terapia sarà poi la creazione di un unico modello di Unione. Lo stesso che sia federativo odi altra natura farà parte di un dibattito politico da affrontare con scadenze certe e magari sottoposto a referendum europeo entro 12 mesi
La base dello stesso dovrà essere in ogni casofondata sullo sviluppo integrato Intelligente, sostenibile e Inclusivo che punta a una crescita sostenibile non solo in termini di PIL, ma anche in ambito sociale e ambientale.
MODELLI PRODUTTIVI E INDUSTRIALI CONSEGUENTI
Da qui anche i vari conseguenti modelli produttivi non più finalizzati alla generazione di meri guadagni premianti solo e sempre più gli effetti speculativi, che per loro natura , non possonoche favorire sleale concorrenza e corruzione.
Serve un cambio di percorso anche gestionale. I grandi gruppi soprattutto di controllo Pubblico saranno chiamati a favorire il trascinamento della piccola e media impresa, sollevando la stessa dai temi che ne impediscono lo sviluppo, cioè incapacità di mezzi finanziari e mancata possibilità di investimento in ricerca e sviluppo.
In campo Internazionale soprattutto per L’Energia , bisognerà essere pronti , a svincolarsi da politiche degli ultimi decenni basate solo su accaparramento delle risorse con acquisizioni di concessione o dei mercati e mettere in atto nuove strategie, puntando su innovazione tecnologica di cui i mercati attuali cmq si serviranno.Per i mercati emergenti in particolare Africano,attuando una nuova politica, non più colonialista ma fornitore di servizi e attrezzature tecnologicamente avanzate.saranno invece prodotti di riferimento per il loro sviluppo
Per questo servono anche uomini nuovi, che abbiano la conoscenza degli apparati nonché delle necessarie interazioni tra politica e strategia ,ma che non ne fanno parte e quindi liberi di seguire “nuove direttive”che la politica, mi auguro Europea , vorrà dare. Io ci sono.
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15 APRILE 2020
Per l’Europa non ci saranno più esami di riparazione
Conversazione con il filosofo Massimo Cacciari
di Andrea Monda da L'Osservatorio Romano
Bene ha fatto il Papa a concentrarsi nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua sulla situazione dell’Europa, a incitare l’Unione europea a ritrovare il sano spirito delle origini, ma il problema sembra proprio essere la sordità delle istituzioni politiche. Così esprime le sue preoccupazioni Massimo Cacciari, una voce che non poteva mancare nel nostro Laboratorio sul “Dopo la pandemia”.
Si parla spesso del mondo che verrà fuori dall’emergenza sanitaria, perché sarà diverso, ma innanzitutto, quale lezione secondo lei possiamo apprendere da questa crisi?
Sono diverse le lezioni che potremmo imparare da questa esperienza a livello internazionale, a livello nazionale e a livello locale. Prima di tutto questa pandemia insegna che ci sono delle cause all’origine di queste gravissime situazioni di altissimo rischio, cause che sono state denunciate da anni e alle quali nessuno ha mai messo mano. Penso a tutta la filiera agroalimentare o alla situazione ambientale, ovviamente si tratta di cause concatenate che insieme determinano l’altissimo tasso di rischio di pandemia. Non dimentichiamoci della sars, dell’ebola e di altri casi analoghi precedenti, e di tanti altri segnali che negli ultimi decenni avremmo dovuto raccogliere. Ora siamo in piena emergenza sanitaria ed è chiaro che dovremmo andare in una direzione che renda possibile la creazione di intese tra i diversi paesi colpiti, con strategie condivise. Non dico di creare “la repubblica mondiale” o “il governo planetario”, ma dico che tra i diversi stati su questioni come quelle finanziarie, dell’immigrazione o sulle grandi questioni di politica estera si dovrebbero rafforzare le intese a livello diplomatico e soprattutto politico. Se questo non dovesse verificarsi allora saremmo come oggi, a vivere tutto come “emergenza”, quando invece non si tratta di emergenze ma di elementi fisiologici, figli del processo di globalizzazione. Il movimento dei popoli, le crisi finanziarie, i disastri ambientali, le pandemie sono tutti fenomeni fisiologici per i quali si deve essere pronti. Estote parati, siate pronti come dice il Vangelo, questo vale per ogni uomo ma anche per i diversi paesi che invece sono stati tutti colti di sorpresa.
Questo vale soprattutto per l’Italia, giusto?
Direi soprattutto per l’Italia. Non si può continuare con una gestione solo emergenziale per cui tutto va in tilt a partire dalle strutture sanitarie e ospedaliere. Non si può addossare la colpa a un destino cinico e baro per il fatto che, ad esempio, noi abbiamo tre volte in meno i posti di rianimazione che in Germania o in Francia, questo non è colpa del fato ma di scelte politiche; né è colpa del destino se la struttura regionalistica ogni volta che c’è una crisi va in tilt (per un terremoto, per le epidemie, per le frane...) per cui scoppia sempre un conflitto insanabile tra poteri centrali e regioni, eppure tutti sanno benissimo che il nostro paese è ad altissimo rischio sismico o di inondazioni. Forse allora si dovrebbe mettere mano, per tempo, a un riassetto istituzionale per coordinare poteri centrali e amministrazioni locali. Ma la sensazione è che si continui ad andare a colpi di interventi emergenziali, con nulla di preparato, di organizzato, di programmato. Altro esempio: è noto che in Italia ci siano nove milioni di poveri di cui tre milioni in condizioni di povertà assoluta. Allora interveniamo per garantire un reddito di sopravvivenza ma ad oggi ancora non è stato erogato; il punto è dunque che esistono ancora tutte quelle strettoie amministrative, lacci e lacciuoli burocratici. Quando vogliamo capire che una riforma della burocrazia non è più procrastinabile? Eppure non se ne sente parlare...
L’Europa uscirà senz’altro diversa da questa crisi. Il Papa nel suo messaggio Urbi et Orbi ha dedicato molto spazio all’Europa e ha fatto riferimento allo spirito della fine della guerra, a quel mettere da parte le rivalità per ricostruire insieme con spirito solidale l’Europa. Oggi più che mai.
L’Europa da un certo punto di vista è ancora un’astrazione. O i governi europei trovano di fronte a questa emergenza che li coinvolge tutti una linea comune, una strategia efficace che dimostri di aver imparato la lezione, o la situazione potrebbe solo precipitare. La lezione che scaturisce non solo dalla pandemia ma prima ancora dalla vicenda della Grecia, dalla questione dell’immigrazione, dal fallimento di una politica estera condivisa. Ci sarebbero quindi le speranze di potersi riprendere dalla crisi e di poter procedere nella via dell’Unione europea, consapevoli però che non ci sono più esami di riparazione. Se si fallisce ora, la deriva dei nazionalismi diventerà una valanga inarrestabile. È necessario che i leader europeisti (o sedicenti tali) sappiano che l’Europa è al bivio decisivo: o riparte bene con un grande piano Marshall europeo, gli eurobond e via discorrendo o si fallisce.
Un anno fa lei ha rilasciato un’intervista all’Osservatore Romano e disse che l’Italia e l’Europa erano vecchie, decrepite, ed entrambe avevano bisogno di un “fertilizzante”, e da non credente, indicava nella presenza della Chiesa e della spiritualità cristiana quel fertilizzante; oggi l’Europa sembra, anche fisicamente, in agonia, quale può essere allora la responsabilità dei cristiani?
Senza la cristianità non può esserci nemmeno l’idea di Europa. Ovviamente nella consapevolezza che l’essere cristiano si può definire in vari modi e anche in modi tra di loro confliggenti, ma senza questo riferimento non si va da nessuna parte, tantomeno ora in cui i valori sono necessari e urgenti, uso questa espressione quasi in senso materiale, cioè quello che deve essere messo in campo per uscire da questa situazione. Ebbene, di quali valori stiamo parlando se non quelli della solidarietà, dell’amore del prossimo? È ora di farla finita con la filopsichia, l’amore della propria anima, devono entrare in campo questi valori con tutta la loro concretezza altrimenti non usciamo da questa situazione, ogni paese crollerà con il culto del proprio ombelico fino a sprofondare. E allora diventa importante la presenza della Chiesa, con le sue immagini, i suoi gesti così fortemente simbolici. Pensiamo in concreto al gesto del Papa che in questi giorni va in Piazza San Pietro, vuota, per pregare, benedire, gesti potenti che hanno un enorme valore, gesti di estrema drammaticità che sottolineano quello che dicevo prima: siamo di fronte a un bivio e questo vale anche per la Chiesa. Siamo tutti di fronte a quella piazza vuota, una piazza che non si può riempire come prima, non si può pensare più di riempirla come si faceva prima, con i turisti, con chi si va a fare la passeggiatina, no, sarebbe una tragica illusione. Per la Chiesa come per l’Europa o nascono dei “cives” europei veri, cittadini di questa benedetta terra, impegnati, responsabili oppure l’Europa, e quella piazza, resteranno vuote.
Il predicatore della Casa Pontificia padre Cantalamessa nella predica del Venerdì santo ha detto che non si può tornare a vivere come Lazzaro, che torna dalla morte alla stessa vita di prima, e poi morirà di nuovo, ma si deve risorgere come Gesù, per la vita piena, eterna.
Esattamente: non si può riempire la piazza come prima con l’illusione di ripristinare lo status quo ante. Dalla crisi si esce con una nuova volontà comune europea, che magari riprenda un’idea d’Europa che non si è mai concretizzata, si deve ripartire con quello spirito di riforma interna e di maggiore collaborazione e cooperazione internazionale.
Qualche giorno fa gli italiani hanno applaudito gli albanesi che vengono in soccorso e si sono indignati contro i paesi nordici che non lo fanno, ma il punto forse è che non si può chiedere l’aiuto degli altri per rimanere identici a quello che eravamo, perché prima la situazione non era virtuosa. Possiamo chiedere aiuto ma per cambiare, non per rimanere uguali.
Sono perfettamente d’accordo; una delle cose più odiose è questo piagnisteo nei confronti dell’Europa che ha responsabilità immense (e possiamo parlarne anche peggio dei più severi critici dell’Europa), ma tu devi dire finalmente cosa vuoi fare tu. Anche perché non è l’Europa che ti ha costretto ad aumentare costantemente il debito in questi ultimi 25 anni, non è l’Europa che ti ha costretto a non fare le riforme istituzionali. Quindi tu devi dire cosa vuoi fare e non fare il bambino che dice “chiedo alla mamma, al papà” e poi ti lamenti se il papà e la mamma non ti danno i quattrini. Ci sono tanti problemi, e bisogna quindi uscire da questa crisi con delle politiche di convergenza europea sul piano fiscale e sul piano sociale. Pensiamo al problema dell’immigrazione che va assolutamente affrontato anche se ora al momento tace ma potrebbe esplodere in ogni momento. Facciamo quindi un discorso serio sulle colpe dell’Europa ma prima di tutto facciamo un discorso serio a casa nostra. Ma non sento molti che intraprendono questo discorso, che si chiedono su come noi italiani intendiamo affrontare il dopo emergenza sanitaria quando si tratterà di fare i conti.
Su queste pagine l’economista Stefano Zamagni ha detto che si deve affrontare con spirito critico il neoliberismo, l’assetto economico dominante di cui la crisi ha svelato tutte le contraddizioni.
Da una parte è chiaro, soprattutto in momenti di crisi, che politiche neoliberiste non consentono politiche di welfare, politiche sociali. Allarghiamo però l’orizzonte e usciamo dall’Europa e dagli Usa e pensiamo a ciò che sta emergendo in vista del dopo crisi, ai nuovi equilibri internazionali. Il modello neoliberista è in crisi, da tempo, pensiamo alla crisi finanziaria di una dozzina di anni fa, ma verso quale modello si sta procedendo? Quale modello si sta predisponendo per il dopo? Non mi sembra che sia un ritorno a un modello socialdemocratico. Mi sembra piuttosto un modello che emerge nei grandi spazi imperiali in cui abbiamo un’assoluta simbiosi tra politica e capitalismo, penso ad alcune aree geografiche in particolare. Non si tratta certo del liberismo degli anni ’80, il liberismo dei Reagan o della Thatcher che era basato sul capitalismo liberato dai lacci e lacciuoli statali, ora invece tutti i capitalisti del mondo si stanno accorgendo che hanno bisogno di protezione e di governo, come ha dimostrato la grande crisi finanziaria. Emerge quindi in queste aree un modello basato sul connubio strettissimo tra mercato e classe dirigente che porta a un modello industriale monopolistico dove capitale e politica sono connessi e non puoi più distinguerli. Questo è il grande modello che sta vincendo e oggi anche estendendo un po’ dappertutto, per cui criticare il neoliberismo è giusto ma fuori tempo, perché oggi abbiamo a che fare con un modello nuovo di capitalismo che avanza, diverso, che è per giunta connesso con una funzione inevitabilmente autoritaria che mette in crisi profonda ogni assetto che voglia dirsi democratico. È una tendenza che soffia un po’ dappertutto, con il legislatore e i parlamenti un po’ dappertutto che contano sempre meno, anche qui in Italia, mi sembra evidente. Non è un buon segnale, indica che queste sono le grandi tendenze nel mondo contemporaneo, che dovrebbero risvegliare un sussulto di chi ha a cuore la democrazia prima che la situazione degeneri definitivamente. La missione dei democratici oggi dovrebbe essere questa, anche se all’orizzonte non vedo molto in giro, ma è proprio qui in Europa che dobbiamo cercare, e l’aiuto della parola della Chiesa potrebbe servire.
Una parola che suona un po’ inquietante oggi è “identità”, con la sua ambiguità. Secondo lei c’è bisogno di più identità o di meno identità?
Di più senz’altro. Noi esseri umani passiamo tutta la vita a cercare di conoscere noi stessi, di saperne di più, di capirci. Il che significa ragionare sul proprio passato per vedere che cosa di questo passato sia intervenuto nel formare il proprio carattere e per interrogarci, chiederci cosa speriamo, quale è il senso, lo scopo della vita. Cerchi di mettere a fuoco la tua identità ma poi scopri che questa ricerca non può svolgersi in termini solipsistici ma si svolge all’interno di un dialogo, di un colloquio con gli altri, all’interno di relazioni. Il momento del rapporto e quindi del riconoscimento dell’altro è fondamentale, quindi direi che oggi abbiamo bisogno di sempre più identità ma che deve essere intesa come ricerca da fare insieme, pensiamo alla propria identità ma anche all’identità delle comunità e quindi anche dell’Europa. Se si rimette in moto questa ricerca il problema dell’Europa si risolve, altrimenti si mettono in moto dei “meccanismi identitari” che sono un’altra cosa, sono la degenerazione, il sintomo che con l’identità abbiamo dei problemi. In questi meccanismi identitari viene rovesciata la logica, non si cerca più l’identità ma la si considera in modo astratto, come dato acquisito, non come ricerca da effettuare attraverso il dialogo con l’altro, con la diversità; accade quindi che ogni diversità diventa “nemico”. Una ricerca comune attraverso il dialogo verso un orizzonte che non è mai stabile, fisso, astratto: è così che deve configurarsi l’Europa come organismo vivente che si adatta ai diversi incontri, alle diverse situazioni. Perché l’identità non è un essere ma un dovere essere, uno scopo che puoi svolgere soltanto nel rapporto all’interno di un collettivo, di una comunità.
E invece abbiamo avuto l’esplosione negli ultimi anni dei cosiddetti sovranismi...
Questi fenomeni nascono proprio dall’aver trascurato la dimensione delle identità e avere abbandonato molte persone a questo smarrimento, aver dato così linfa a questi meccanismi autoritari che sono la scorciatoia rispetto alla faticosa ricerca dell’identità. Dal punto di vista politico i nazionalismi sono nient’altro che il prodotto degli errori, dei fallimenti delle politiche unitarie realizzate. Se fai una sciagurata politica di annessione di stati dentro l’Europa senza nessuna cura di quella situazione storica particolare commetti un errore politico che non può non avere gravi conseguenze. Il caso della Grecia è il più macroscopico. Tutti i popoli europei hanno visto come è stato trattato non il governo (che non meritava molto) ma il popolo greco. Prima di allora in Europa c’era soltanto la Le Pen in Francia che aveva un piccolo peso a livello elettorale, ora siamo giunti al punto che i nazionalismi minacciano di prendere la maggioranza del Parlamento europeo, rischio che abbiamo corso dopo la pessima gestione della crisi finanziaria e dell’immigrazione, due fatti che dicono il fallimento dell’Unione europea. Eppure al tempo stesso oggi l’Europa non può permettersi di fallire perché altrimenti il mondo che verrà fuori da questa crisi della pandemia sarà in mano ai grandi imperi, con quali conseguenze è presto per dirlo.
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Il progetto Link Campus University nelle Scuole nasce dalla volontà di avvicinare il mondo universitario a quello delle scuole superiori durante l’emergenza sanitaria legata al coronavirus.
Abbiamo deciso, così, di creare dei webinar di studio tenuti dai docenti della Link Campus University per parlare, discutere e approfondire con gli studenti alcuni dei temi più importanti degli ultimi mesi: dall’organizzazione del lavoro e lo smartworking (o telelavoro), alle relazioni internazionali ai tempi del Covid19 e fino alla prevenzione dell’emergenza, oppure i cambiamenti nei settori della comunicazione e della creatività.
Ogni webinar dura 1 ora e al termine gli studenti sono chiamati a realizzare un project work finale.
Gli incontri rientrano in quella che prima era nota come Alternanza Scuola Lavoro ed oggi vengono definiti Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento (PCTO)
22 giugno
10:00
LE RELAZIONI SOCIALI AL TEMPO DEL COVID
22 giugno
15:00
LE RELAZIONI INTERNAZIONALI POST COVID-19
23 giugno
10:00
LA CONDIVISIONE DEI LUOGHI COLLETTIVI ATTRAVERSO I LINGUAGGI MULTIMEDIALI
23 giugno
14:00
L'ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO OGGI: TRA SMART WORKING E DISTANZA INTERPERSONALE
24 giugno
10:00
EMERGENZA E DIRITTO PENALE
24 giugno
15:30
PREVENZIONE E GESTIONE DELL'EMERGENZA
25 giugno
10:00
LA CREATIVITÀ AI TEMPI DELL’EMERGENZA: LE VOCI DEGLI SCENEGGIATORI
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LE RELAZIONI SOCIALI AL TEMPO DEL COVID-19
1 ora di lezione + Project Work
La crisi del Covid-19 ha notevolmente influenzato i processi comunicativi in atto nella società e ha prodotto effetti in ogni ambito dell'interazione umana: contesti lavorativi, formazione, legami interpersonali, vita familiare, comunità. In tal senso la crisi ha disvelato fenomeni già in atto in un mondo globalizzato e iperconnesso. La lezione, dunque, intende raccontare l'impatto dell'uso massivo delle tecnologie digitali attraverso esempi che riguardano la vita quotidiana dei cittadini.
Allo stesso tempo, la pandemia ha aumentato a dismisura i nostri bisogni informativi, rafforzando fenomeni già esistenti come la circolazione di fake news. Si analizzeranno, quindi, le principali dinamiche in atto nel web: dal ruolo dei social network alle campagne comunicative messe in atto da brand e istituzioni.
Prof. ssa Lorenza Parisi
TECNOLOGIE INNOVATIVE PER LA COMUNICAZIONE DIGITALE
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LE RELAZIONI SOCIALI AL TEMPO DEL COVID-19
1 ora di lezione + Project Work
Il modulo del corso di laurea in Studi Internazionali e Scienze politiche studia il tema delle relazioni internazionali nel rapporto tra certezze consolidate e fenomeni improbabili come l’attuale pandemia. In particolare, gli approfondimenti proposti riguardano la metamorfosi del rischio e il suo impatto, soprattutto in termini politico-istituzionali e sociali, sulla qualità e sulla resilienza delle nostre democrazie (lockdown, distanziamento sociale, aumento delle diseguaglianze) e, in termini geopolitici, sulla esasperazione dei conflitti in corso.
Prof. Marco Emanuele
CORSO DI LAUREA IN SCIENZA DELLA POLITICA E DEI RAPPORTI INTERNAZIONALI
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LA CONDIVISIONE DEI LUOGHI COLLETTIVI ATTRAVERSO I LINGUAGGI MULTIMEDIALI
1 ora di lezione + Project Work
Il cinema, i concerti, il teatro e gli eventi culturali, di svago o sportivi, promuovo tutti la condivisione di un luogo in un determinato momento come una delle più gratificanti esperienze umane e sociali. Lo spazio dell'azione in atto e la possibilità di viverlo insieme non può dunque venire meno. Alla luce dei fatti correnti e in attesa di riappropriarsi di queste tipologie di condivisione, il webinar del corso di laurea in DAMS indaga gli strumenti alternativi per condividere lo spazio collettivo, un modo nuovo, attraverso i linguaggi dell’audiovisivo, di narrazione del nostro vissuto, al fine di ideare un progetto video della durata di 100 secondi che racconta la vita del proprio quotidiano, della famiglia, della casa, ma anche del quartiere e dei luoghi di incontro con gli amici, al fine di proporre una cronaca, in stile giornalistico, della realtà vissuta direttamente.
Prof.ssa Desireè Sabatini
CORSO DI LAUREA IN DAMS
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L'ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO OGGI: TRA SMART WORKING E DISTANZA INTERPERSONALE
1 ora di lezione + Project Work
Il modulo curato dal corso di laurea in Economia offre i principali strumenti di analisi degli impatti derivanti dall’emergenza COVID-19 sui temi economico-finanziari e manageriali-imprenditoriali. Il modulo si articola su tre lezioni da 45 minuti da intendersi alternative e strutturate in modo da stimolare interesse e partecipazione degli studenti; i webinar, offrendo un excursus sui temi di attualità, aprono alla comprensione delle proposte dibattute quotidianamente e a diversi livelli per fronteggiare l’evento.
Proff. Musella Flaminia - Paolo Romano
CORSO DI LAUREA IN ECONOMIA AZIENDALE INTERNAZIONALE
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PREVENZIONE E GESTIONE DELL'EMERGENZA
1 ora di lezione + Project Work
Il webinar del corso di laurea in Scienze della Difesa e della Sicurezza vuole fornire agli studenti il vero significato dei concetti di Difesa e Sicurezza attraverso l’esame dell’attuale scenario che il Paese sta vivendo. In un momento così complesso la problematica emergente riguarda l’individuazione e l’esatta interpretazione dei punti di riferimento, anche scientifici, in grado di perimetrare le varie situazioni di crisi. Alla base del percorso di studio c’è l’esigenza di far capire la struttura morfologica del contesto in cui è necessario agire; l’obiettivo del corso, infatti, è rendere gli studenti edotti delle strategie a breve, medio e lungo termine in grado di prevenire e gestire stati emergenziali. Questo comporta l’esigenza di intercettare e decriptare in modo corretto ogni tipo di dato relativo alle situazioni in atto, in modo da articolare una corretta linea di prevenzione e contrasto delle criticità. Lo Stato deve poter contare su operatori che siano in grado di analizzare, sviluppare, elaborare e gestire i segnali utili a trovare le giuste soluzioni ad ogni livello di domanda che nasce dallo stato di emergenza.
Proff. Francesco Paolo Tronca - Daniele Franciosi
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELLA DIFESA E DELLA SICUREZZA
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EMERGENZA E DIRITTO PENALE
1 ora di lezione + Project Work
Il modulo curato dal corso di laurea in Giurisprudenza offre un percorso volto ad offrire gli strumenti utili a comprendere la realtà e il momento che viviamo. L'idea è di sciogliere i dubbi sul presente e sul futuro del mondo del lavoro, sull’epidemia colposa e sugli aspetti sanzionatori di condotte non conformi ai dettami governativi, sul ruolo del Governo e delle Regioni nella gestione dell’emergenza sanitaria, sull’impatto che il lockdown ha avuto sullo sport, e, infine, sui temi della privacy e commerciali, le nuove possibilità per l’imprenditoria.
Proff. Maria Elena Castaldo - Marco Naddeo
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELLA DIFESA E DELLA SICUREZZA
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LA CREATIVITÀ AI TEMPI DELL’EMERGENZA: LE VOCI DEGLI SCENEGGIATORI
1 ora di lezione + Project Work
Le misure di contenimento del contagio da Covid-19 hanno avuto un forte impatto sul settore dell’audiovisivo: gli spazi di fruizione, sale e festival, sono stati temporaneamente chiusi, così come sono state sospese le attività di produzione, i set. Il presente modulo ha dunque l’obiettivo di condividere e commentare in una discussione aperta le voci dei creatori di queste storie, gli sceneggiatori, che continuano a lavorare a distanza, per comprendere come approcciano il processo creativo in tempo di crisi sanitaria e come interpretano le prospettive di ripresa una volta che l’emergenza sarà superata.
Prof.ssa Valentina Carla Re
CORSO DI LAUREA IN DAMS
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26 giugno
consegna
TESINA
max 4 pagine
26 GENNAIO 2018
di Gabriele Natalizia - tratto da https://www.geopolitica.info/
Il documento, infatti, si apre con una rappresentazione originale del modo di intendere il ruolo internazionale, i modelli e i valori degli Stati Uniti. Se l’utilizzo dei concetti di “egemonia”, “primato” e “unipolarismo” era stato generalmente evitato dopo la fine della Guerra fredda, per non associare l’immagine del Paese a quello delle grandi potenze del passato e favorirne la percezione come di una potenza “nuova” (il cosiddetto “egemone benigno”), la NSS pubblicata lo scorso 18 dicembre non esita a ricorrere al concetto di “superpotenza solitaria”. Un secondo elemento di discontinuità, soprattutto nei confronti delle Amministrazioni Clinton e Bush, è la rinuncia di fatto alla realizzazione del progetto wilsoniano di modificare il mondo a immagine e somiglianza degli Stati Uniti. A più riprese, infatti, la NSS-17 ribadisce come non sia possibile imporre la way of life americana agli altri Stati e che la sua rappresentazione come momento culminante e inevitabile del progresso umano sia fallace. In questa prospettiva, piuttosto, gli Stati Uniti devono guidare il mondo ponendosi come esempio per gli altri. Sempre in contrasto con l’approccio wilsoniano, infine, il documento indica nel “principled realism” la chiave di lettura teorica delle dinamiche politiche internazionali, affermando di rifiutare qualsiasi rappresentazione influenzata da un’impostazione ideologica.
Il “principled realism” dell’Amministrazione Trump si fonda su tre convinzioni. La prima – legata al sostantivo “realism” – è lo Stato-centrismo: secondo la NSS-17 la pace e la sicurezza sono fondate sull’esistenza di Stati forti e sovrani, che rispettano i diritti dei loro cittadini nella sfera domestica e sono disponibili alla cooperazione in quella internazionale. La seconda – che spiega sempre il sostantivo “realism” – è l’interpretazione ciclica della storia, che si oppone alla teoria della pace democratica che aveva influenzato le precedenti presidenze: nessuna epoca è eccezionale rispetto alle altre e l’idea di evoluzione è chimerica, in quanto la lotta per il potere è una caratteristica ineliminabile dell’ambiente internazionale e grava costantemente sui rapporti tra gli Stati. L’unico elemento di novità del tempo presente va ricercato nel fatto che le sfide non avvengono più prevalentemente nella dimensione militare, ma si realizzano su una molteplicità di arene le cui dinamiche sono accelerate dal progresso tecnologico. La terza, invece, interviene a declinare l’aggettivo “principled”: l’azione del governo americano è fondata sulla certezza che l’avanzamento dei principi etici e politici degli Stati Uniti sia funzionale alla diffusione della pace e del benessere nel mondo.
La NSS-17, comunque, lascia spazio anche a qualche evasione dallo steccato del realismo. Da un lato fa una concessione alla scuola liberale, sostenendo che la sfida attuale prende forma tra i sostenitori dei sistemi politici repressivi e quelli delle società libere (sebbene ciò entri in contraddizione con il recente riavvicinamento con l’Arabia Saudita). Dall’altro ammicca all’approccio regionalista, parlando di “long term challenges” che attraversano le dimensioni politica, militare ed economica ma che restano circoscritte su scala regionale.
L’immagine realista torna comunque subito a prevalere quando il documento affronta le minacce all’ordine unipolare. Al suo interno, infatti, si nota rispetto al passato un’inversione della scala di priorità attribuita alle minacce all’ordine unipolare. La NSS-17, infatti, non esita ad ammettere che gli sfidanti degli Stati Uniti non sono solo attori medi e piccoli o a soggetti non statuali, ma anche alcune grandi potenze. Distingue, infatti, tre tipi di avversari: 1) la Russia e la Cina, che hanno assunto una postura revisionista nei confronti dell’ordine internazionale e si trovano in conflitto con il potere, l’influenza e gli interessi americani; 2) l’Iran e la Corea del Nord, definiti come in passato “Stati canaglia”, che agiscono come fattori di destabilizzazione per il Medio Oriente e l’area dell’Indo-Pacifico; 3) le reti jihadiste (ISIS e al Qaeda) e le organizzazioni transnazionali criminali, che danneggiano attivamente gli Stati Uniti.
Dall’ordine di presentazione degli sfidanti seguito nel documento, si intuisce immediatamente la gerarchia delle minacce percepite dall’America di Trump. E lo spazio successivamente dedicato a Russia e Cina interviene a scansare ogni possibile fraintendimento. Forse anche come conseguenza del “Russiagate” i toni su Mosca sembrano sin troppo enfatici. La NSS-17, infatti, attribuisce a Mosca il ruolo di principale minaccia militare alla sicurezza di Washington nel breve termine. L’ex nemico della Guerra fredda è presentato come un attore spasmodicamente alla ricerca del ripristino del suo status di grande potenza, da cui derivano tre politiche principali: 1) la definizione di una sfera d’influenza invalicabile nello Spazio post-sovietico, come dimostrato dal mancato riconoscimento di fatto della sovranità di Ucraina e Georgia; 2) il ricorso a pratiche sovversive per indebolire la credibilità dell’impegno americano nel mondo, minare l’unità euro-atlantica e indebolire i governi e le istituzioni del continente europeo; 3) la proiezione d’influenza in Europa e in Asia centrale attraverso la leva dell’energia e del controllo delle infrastrutture strategiche.
Pechino, dal canto suo, è considerata attualmente la maggiore antagonista degli Stati Uniti nella dimensione economica ed è rappresentata come la più importante minaccia militare nel medio-lungo termine. Il suo obiettivo attuale, tuttavia, resta quello di ottenere un riordino nella gerarchia del potere e del prestigio nell’area dell’Indo-Pacifico, per rimpiazzare Washington nel ruolo di sua potenza guida. Tre politiche sono particolarmente funzionali al conseguimento di tale scopo: 1) l’espansione del raggio d’azione del suo modello economico “State-driven”; 2) la modernizzazione ottenuta grazie all’accesso alle innovazioni apportate dagli Stati Uniti; 3) lo sviluppo di quello che diventerà l’esercito più potente e meglio finanziato al mondo dopo quello americano, integrato da un arsenale nucleare sempre più ampio e diversificato.
Secondo la NSS-17, inoltre, Russia e Cina sono accomunate da alcuni elementi. In primis, l’incremento delle loro capacità militari è finalizzato a impedire l’accesso degli Stati Uniti in tempo di crisi nelle aree cruciali per i loro interessi strategici. In secondo luogo, le due potenze cercano di sfruttare la visione binaria dei rapporti internazionali degli Stati Uniti – che si sentono alternativamente “in pace” o “in guerra” con gli altri Paesi – realizzando una competizione su vasta scala attraverso metodi innovativi che non implicano direttamente il ricorso alla violenza. Infine, entrambe indirizzano i loro investimenti per ottenere vantaggi competitivi sull’America e sfruttano la posizione ottenuta all’interno di quelle istituzioni internazionali il cui sviluppo è dipeso dall’impegno politico ed economico di Washington proprio per indebolire quest’ultima.
L’Amministrazione Trump passa poi a delineare le politiche che attuerà per fronteggiare la sfida di queste due potenze nel prossimo futuro, ribadendo, anzitutto, l’impegno per garantire un elemento cruciale per la sicurezza nazionale americana: la libera navigazione dei mari. Nel documento, inoltre, esprime la necessità di riaffermare il gap di potere che divide la superpotenza dal resto del mondo, ricorrendo anche agli strumenti militari quando necessario. Dalla percezione di una maggiore forza degli Stati Uniti, infatti, il governo fa dipendere la vitalità delle loro alleanze e la rinuncia dei Paesi revisionisti a ingaggiare la sfida. La concretezza di uno scenario di guerra definito da un rapporto di forze impari, d’altronde, li distoglierebbe dai loro intenti. Secondo l’Amministrazione Trump, tuttavia, l’America ha bisogno anche del sostegno dei suoi alleati del “mondo libero” e, quindi, richiede a questi ultimi l’assunzione di maggiori responsabilità, attraverso l’acquisizione di capacità operative e l’ampliamento delle forze armate. Nei confronti degli altri Stati, invece, Washington si dichiara disponibile a fornire collaborazione e sostegno economico solo agli aspiranti partner che dimostreranno un reale allineamento internazionale con i suoi interessi. Infine, Washington teorizza una politica che sta già mettendo in atto nei confronti delle Nazioni Unite: darà priorità – in termini di impegno diplomatico ed economico – solo a quelle organizzazioni internazionali che agiscono in maniera compatibile agli interessi degli Stati Uniti. Nella NSS-17, infatti, è scritto a chiare lettere che l’impegno sproporzionato che viene richiesto a Washington rispetto agli altri Paesi membri in futuro dovrà trovare necessariamente un corrispettivo nel grado di influenza che gli Stati Uniti vi potranno esercitare.
31 Luglio 2020
Information Security e Digital Single Market: dalla consultazione pubblica sulla revisione della Direttiva Europea NIS alla proposta di Regolamento sul Cybersecurity Research and Competence Centre, declinando le competenze del nuovo profilo di “consulente europeo per la cybersecurity”.
di Davide Maniscalco - Ricercatore CYRCE (CYbersecurity Research CEnter)
La minaccia cibernetica diventa sempre più pervasiva, anonima e polimorfa e si caratterizza per uno scenario ibrido preordinato, tra l’altro, alla destabilizzazione di sistemi democratici, anche attraverso la mirate campagne di disinformazione, nonché all’attività di spionaggio e di sabotaggio di presidi strategici di uno Stato.
Per queste ragioni, la natura transnazionale della minaccia e la sua connotazione asimmetrica, hanno richiesto e continuano a richiedere una risposta di sistema, per mitigare le vulnerabilità e le esternalità negative.
Del resto, l’espansione delle tecnologie di ICT unita alla forte esigenza di presidiare le infrastrutture critiche di un Paese, nonché l’evoluzione progressiva dell’economia digitale “data driven”, al cui progressivo sviluppo contribuirà l’avvento delle reti di quinta generazione con l’aumento della potenza di calcolo “in locale” (edge computing), attraverso le interconnessioni sempre più eterogenee dei devices dell’Internet of Things, configurano, su scala europea, una road map verso la costruzione di un mercato unico digitale sicuro ed affidabile.
In tale scenario, come recentemente dichiarato dal Vice Presidente Esecutivo della Commissione Europea Margrethe Vestager, "Poiché la nostra vita quotidiana e le nostre economie diventano sempre più dipendenti dalle soluzioni digitali, abbiamo bisogno di una cultura della sicurezza all'avanguardia in tutti i settori vitali che si affidano alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione".
L’Information Security (IS) persegue dunque il sempre più sfidante obiettivo di fornire una protezione adeguata agli assets di un’organizzazione, attraverso un essenziale ed imprescindibile framework e programma strategico, condiviso dal senior management in relazione a precisi direzione, tasks e goals.
La strategia di IS fornisce dunque le basi per “governare” ed “implementare” un complesso di policies, standards e procedure che costituiscono la direzione ed i controlli delle complesse attività e dei flussi di processo di un’organizzazione.
E’ per questo che il primo dominio dell’IS è definito “Information Security Governance”, perché, appunto, il programma viene definito sulla base degli outcames specificamente individuati e desiderati dal senior management, che ne dichiara anche un preciso commitment, e poi meglio declinati in termini di risk management e risk tolerance.
E’ così che l’individuazione degli obiettivi e della soglia di rischio “accettabile” consente di determinare le precise esigenze di un’organizzazione che vengono cristallizzate in uno “stato desiderato” verso cui tenderà il programma di IS, attraverso una serie di misure indicate tutte in un documento ad hoc che viene definito gap analysis.
La definizione poi di Policies di Governance e di Standards, combinati con set di controlli per la definizione di linee guida e procedure, e la loro implementazione on a regular basis, fornisce la rappresentazione sistemica e strutturata di un programma di IS caratterizzato da una strategia “dinamica” che affronta rischi, minacce, vulnerabilità, derivanti da fattori interni ed esterni all’organizzazione ed in continua evoluzione.
Per questo un programma di IS necessita di costante supporto del senior management, al fine di favorire la più ampia diffusione nell’organizzazione della cultura della sicurezza, nonché l’allineamento agli obiettivi strategici e di business, mediante buone metriche di monitoraggio ai diversi livelli organizzativi (operational, management e strategic) e frequenti audits.
In questa prospettiva, già nel maggio 2018 veniva recepita in Italia la Direttiva Europea UE/2016/1148, sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi (Directive on Security of Network and Information Systems, NIS).
La Direttiva, molto importante sul piano della strategia europea sulla cybersecurity, introduceva, tra l’altro, tre fondamentali elementi di novità:
Necessità per gli Stati membri di dotarsi di un’organizzazione nazionale in grado di vincolare a stringenti misure di protezione i maggiori operatori di servizi essenziali (OSE) per l’economia (energia, trasporti, finanza, sanità, erogazione di acqua potabile, smistamento del traffico telematico) e di fornitori di servizi digitali (FSD), quali a titolo esemplificativo, motori di ricerca, mercati online, fornitori di servizi di cloud computing; Obbligo a carico degli OSE e FSD di notifica alle autorità degli incidenti con “effetti negativi rilevanti” (la cui definizione dei criteri di individuazione veniva demandata agli Stati membri); l’istituzione di un gruppo di cooperazione in ambito UE per l’information sharing e le best practices finalizzate alla più efficiente ed efficace difesa e resilienza cibernetica (CSIRT), che in Italia, a decorrere dal 6 maggio 2020, nell’ambito del piano di attuazione della Direttiva NIS (Decreto legislativo 18 maggio 2018 n. 65) raccoglierà le funzioni del CERT-PA e del CERT Nazionale, con la collaborazione dell’Agenzia per l’Italia Digitale, specificamente in forza del DPCM 8 agosto 2019 in materia di “Disposizioni sull’organizzazione e il funzionamento del Computer Security Incident Response Team – CSIRT italiano”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’8 novembre 2019.
La Direttiva ha evidentemente contribuito ad aumentare il livello di preparazione degli Stati membri verso una resiliente risposta agli incidenti cibernetici anche attraverso il costante confronto e supporto del Gruppo di cooperazione NIS (https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/nis-cooperation-group).
Dalla Direttiva NIS al Regolamento (UE) 2019/881 (Cybersecurity Act), è proseguito inesorabilmente l’impegno europeo nella costruzione di un Digital Single Market sicuro e affidabile, che possa polarizzare la fiducia degli utenti del mercato unico digitale.
Per questo, è essenziale la costruzione di un framework condiviso che fissi regole efficaci per la protezione e la resilienza cibernetica nell’ambito del nuovo mandato dell’Agenzia Europea per la sicurezza informatica (ENISA) e del prossimo sistema di certificazione europeo di sistemi, prodotti hardware e software e processi.
Frattanto, in Italia, con Decreto-Legge del 21 settembre 2019, n. 105 recante “Disposizioni urgenti in materia di perimetro di sicurezza nazionale cibernetica e di disciplina dei poteri speciali nei settori di rilevanza strategica (GU n.222 del 21-9-2019), convertito con modificazioni dalla Legge 18 novembre 2019, n. 133 (in G.U. 20/11/2019, n. 272), è stato introdotto il framework normativo che disciplina organicamente il perimetro di sicurezza cibernetica nazionale, in cui viene inclusa anche la delicata materia del “Golden power” che amplia i poteri speciali del Governo in materia di 5G e su atti ed operazioni delle aziende che detengono asset strategici.
Orbene, decorsi poco più di due anni dalla sua pubblicazione, la Commissione Europea, nel quadro di un strategia coordinata ed orizzontale alle sfide in materia di sicurezza (https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/cyber-security), ha avviato una consultazione pubblica sulla revisione della Direttiva NIS, preordinata alla raccolta da parte degli stakeholders di opinioni funzionali sulla sua attuazione e sull'impatto di potenziali modifiche al pacchetto normativo, favorendo anche sia l’acquisizione di utili informazioni sullo stato di preparazione della sicurezza informatica di società e organizzazioni sia la proposizione di soluzioni di maggiore efficacia.
La consultazione pubblica, accessibile dal seguente link https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/NISreview, resterà aperta fino alla data del prossimo 2 ottobre 2020 e rappresenta una importante opportunità per tutti gli interessati, a vario titolo, di fornire un utile contributo al miglioramento, se possibile, del pacchetto normativo.
Intanto, l’Agenzia Europea per la Sicurezza Informatica (ENISA), nell’ambito del suo mandato permanente, rafforzato dal Cybersecurity Act, ha annunciato i seguenti sette obiettivi della nuova strategia (https://www.enisa.europa.eu/publications/corporate-documents/a-trusted-and-cyber-secure-europe-enisa-strategy) dell’UE per la sicurezza cibernetica:
Comunità autorizzate e coinvolte nell'ecosistema della sicurezza informatica; Sicurezza informatica come parte integrante delle politiche dell'UE; Cooperazione efficace tra gli attori operativi all'interno dell'Unione in caso di incidenti informatici gravi; Competenze e capacità all'avanguardia nella sicurezza informatica in tutta l'Unione; Un alto livello di fiducia nelle soluzioni digitali sicure; Lungimiranza sulle sfide emergenti e future della cybersecurity; Informazioni e gestione della conoscenza della cybersecurity efficienti ed efficaci per l'Europa.
L’importanza della sicurezza del cosiddetto “quinto dominio” è ulteriormente evidenziata dalla Commissione Europea che, come recentemente annunciato, stanzierà quasi 49 milioni di Euro per la promozione e la più larga diffusione di progetti per l'innovazione dei sistemi di cybersecurity, nonché per le misure di sicurezza in funzione di data protection, in larga parte attraverso il programma Horizon 2020 che sosterrà 9 progetti innovativi.
Cinque di questi nuovi progetti si concentreranno su soluzioni di cybersecurity e tutela della privacy per i cittadini e PMI, mentre gli altri quattro mirano a migliorare i sistemi di sicurezza critici come le infrastrutture sanitarie e i sistemi di trasporto multimodale.
Altri 21 progetti saranno inoltre finanziati mediante il ricorso al meccanismo per collegare l'Europa (CEF), ossia il programma per le reti e le infrastrutture europee, che ha anche una copertura sui temi digitali.
Questi progetti porteranno un budget complessivo di 7,6 milioni di Euro ed andranno ad ulteriormente rafforzare le capacità di sicurezza e resilienza del dominio cibernetico europeo contro le sempre più pervasive minacce informatiche.
Tra tali progetti spiccano quelli di tre ospedali in Croazia e Lettonia che punteranno a migliorare la loro configurazione organizzativa ed anche l’assetto tecnologico per una più efficace sicurezza dei sistemi informativi nonché quello che vedrà istituire un Centro di analisi e condivisione delle informazioni (ISAC) per il settore dell'aviazione italiano.
La sicurezza cibernetica necessita di competenze in continua evoluzione perché le vulnerabilità cambiano e nuove tecniche per sfruttarle si sviluppano incessantemente.
In considerazione di quanto sopra, la Commissione Europea ha anche recentemente lanciato un sondaggio per partecipare alla definizione del profilo del “consulente europeo per la cybersecurity”.
Tale ruolo sta diventando sempre più importante per tutti i tipi di organizzazione (grandi o piccole, private, pubbliche o di altro tipo).
Al momento, attraverso una serie di procedure, la figura consulenziale europea risulta definita sulla base di una selezione di 90 competenze e 200 elementi della conoscenza dal NIST Cybersecurity Workforce Framework ritenute rilevanti per il mercato europeo, che sono state poi implementate in un'innovativa applicazione CONCORDIA.
Attraverso l’applicazione (https://concordia.monitorboard.nl/) si potrà contribuire alla classificazione di questa raccolta di skills.
I risultati opportunamente aggregati verranno presentati nel seminario di CONCORDIA Education (https://www.concordia-h2020.eu/news/participate-in-the-definition-of-the-european-cybersecurity-consultant-profile/) .
Infine, lo scorso 4 giugno i rappresentanti permanenti degli Stati membri (COREPER) hanno raggiunto l’intesa per la prosecuzione dei negoziati tra Consiglio, Parlamento Commissione europei in ordine alla proposta di istituzione regolamentare di un Cybersecurity Research and Competence Centre.
Si tratta di un ulteriore step normativo preordinato alla costruzione di un mercato unico digitale (DSM) sicuro, contribuendo anche ad accrescere l'autonomia dell'UE nella difesa del dominio cibernetico.
L’iniziativa della Commissione Europea risale, invero, mese di settembre 2018, sotto l’egida della precedente presidenza Juncker con la dichiarata intenzione di creare un network europeo di centri competenza per la cybersecurity che fosse coordinato da un competence center europeo, vale a dire l'European Cybersecurity Industrial, Technology and Research Competence Centre.
A metà marzo dello scorso anno poi il COREPER convergeva verso la condivisa determinazione di affidare alla presidenza rumena del Consiglio Europeo il mandato ad avviare i negoziati con il Parlamento Europeo.
Si è così pervenuti all’adozione di una proposta di Regolamento i cui negoziati con le altre istituzioni europee venivano comunque differiti all’insediamento della nuova presidenza della Commissione Europea Von der Leyen ed anche alla nuova compagine dell’Europarlamento.
Nella sua proposta, la Commissione ha previsto l’istituzione del centro di competenza europeo industriale, tecnologica e di ricerca sulla cybersecurity con decorrenza dal 2021, attraverso una rete di competence centers nazionali coordinati a livello europeo e lo sviluppo di una comunità delle competenze in materia di cybersecurity.
Più precisamente, il network per la cybersicurezza viene immaginato come una serie di centri nazionali di coordinamento designati da ciascuno Stato membro, con qualificate competenze tecniche e tecnologiche nella protezione del cyber spazio.
Obiettivo precipuo del Centro di competenza è quello di polarizzare e rendere gli investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e sviluppo industriale, maggiormente funzionali alla cybersecurity e, in ultimo, più efficienti e efficaci nella costruzione di un mercato unico digitale più sicuro e resiliente agli attacchi informatici.
In tale nuovo scenario, il Competence Center europeo, attraverso una collaborazione sinergica con il network di competenza degli stati membri, costituirà un virtuoso catalizzatore in cui far confluire risorse a sostegno degli obiettivi europei di sviluppo strategico della cybersecurity, attraverso i programmi del nuovo Quadro Finanziario Europeo Pluriennale Digital Europe e Horizon Europe, senza tuttavia precludere eventuali contributi volontari degli stati membri.
Inoltre, come da prassi europea, la proposta di Regolamento prevede anche l’istituzione di una comunità delle competenze in materia di cybersecurity, con la finalità strategica di favorire la divulgazione ed il consolidamento delle competenze in materia di cybersecurity nell’area europea ed opportunamente costituita da qualificati stakeholders provenienti da Enti di ricerca, mondo accademico, Enti pubblici ed altri attori a vario titolo impegnati nella diffusione della cultura della sicurezza e della resilienza cibernetica.
Ambizioso il progetto proposto dalla Commissione che prevede l’istituzione del Centro per un periodo compreso fra il 1° gennaio 2021 e il 31 dicembre 2029, con la previsione di un suo scioglimento al termine del periodo ipotizzato, salvo tuttavia una eventuale revisione regolamentare eventualmente adottata medio tempore.
Degno di nota anche l’importante rafforzamento dei tasks che verranno attribuiti all’Agenzia Europea per la sicurezza informatica (ENISA), che, dopo l’assegnazione del nuovo e rafforzato mandato permanente introdotto dal Cybersecurity Act, con potere di diretto intervento a sostegno degli Stati Membri in caso di incidente cibernetico, nonché del nuovo ruolo gestore del sistema di certificazione della sicurezza informatica di prodotti e servizi digitali, a regime dal mese di giugno 2021, si vedrà anche trasformata in un'Agenzia permanente dell'UE per la cybersecurity, nella quale si integreranno tutte le attività del nuovo centro europeo di competenza.
15 Gennaio 2020
di Corrado Giustozzi da www.agendadigitale.eu
Il 2019 è già di per sé annoverabile come un importante anno di svolta per la sicurezza cibernetica, sia per quanto riguarda l’evoluzione della minaccia che per quanto riguarda lo sviluppo della difesa in ambito sia europeo che nazionale. Vediamo quindi brevemente cosa è successo e cosa possiamo aspettarci per il prossimo futuro in questo specifico ma importantissimo ambito.
Partendo da una piccola premessa: sì, lo sappiamo che secondo i cronologisti con questo 2020 non è iniziato anche un nuovo decennio, che a rigore inizierà solo il primo gennaio 2021. Tuttavia, la suggestione del “2” in terza posizione è irresistibile, e offre il destro non solo alla tentazione di tirare un bilancio sull’ultimo degli anni di questo secolo ad avere le decine in “uno”, ma anche a quella di tentare un’anticipazione di cosa potremmo aspettarci dopo questo simbolico giro di boa. Perché, anche se tecnicamente non ci siamo ancora dentro, nel nostro immaginario collettivo i prossimi Anni Venti non possono che essere “ruggenti” come quelli del secolo scorso: certo non grazie a charleston e proibizionismo, o “pupe” in boa di struzzo e gangster in gessato col fucile mitragliatore nascosto in una custodia di violino; ma per via di tutte le eredità che, nel bene e nel male, gli Anni Dieci ci hanno lasciato in termini di tecnologie promettenti da un lato, e di instabilità geopolitiche dall’altro.
Cosa è andato bene
Iniziamo con le purtroppo poche, anche se significative, situazioni confortanti. A fronte infatti di un generalizzato sviluppo della minaccia, che cresce sia in termini quantitativi che qualitativi, vanno comunque registrati anche casi in cui ciò che si temeva non si è verificato, grazie alla corretta e coordinata azione di prevenzione e contrasto svolta da tutte le parti interessate.
In particolare, il 2019 si è aperto con un importantissimo banco di prova per la sicurezza “a tutto tondo” costituito dalle elezioni politiche europee. Si tratta evidentemente di un evento di straordinaria rilevanza, sia in termini diretti che in termini di immagine: e per questo era da tempo nelle preoccupazioni di tutti i Governi per il timore di possibili, se non addirittura probabili, tentativi di disturbo, inquinamento o strumentalizzazione che più di qualcuno avrebbe potuto mettere in atto per motivi politici, ideologici o anche soltanto dimostrativi. Considerando infatti l’attuale complesso scenario sociopolitico internazionale, complicato peraltro da una Brexit in corso, è evidente che vi siano molteplici soggetti, anche di natura statuale, che abbiano tutto l’interesse a provocare caos e suscitare discordia nell’Unione: e quale migliore occasione delle elezioni politiche generali per creare scompiglio fra i cittadini e gettare sfiducia sulle istituzioni?
La paura degli addetti ai lavori non era tanto quella di un vero e proprio attacco cibernetico diretto verso il processo di voto: questa evenienza infatti è realisticamente poco applicabile, dato che allo stato attuale delle cose le elezioni in Europa non sono generalmente gestite mediante un vero e proprio sistema di voto elettronico. Ciò che soprattutto si temeva erano invece attacchi, non solo tecnici ma anche di altra natura, benché sempre veicolati o favoriti dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, diretti alle fasi collaterali ma non meno importanti della consultazione, quali quelle iniziali di presentazione o scelta dei candidati, oppure quelle finali di scrutinio, conteggio e trasmissione a Bruxelles dei risultati nazionali. Altrettanto temute erano le possibili azioni sistematiche di disinformazione, controinformazione e propaganda dirette verso l’elettorato e veicolate mediante campagne coordinate tramite social network, sfruttando la potenza dei bot e le macchine delle fake news.
Le Autorità europee hanno preso molto sul serio l’esigenza di far svolgere senza intoppi o perturbazioni il complesso processo elettorale, ed hanno così messo in campo tutta una serie di attività che hanno spaziato dall’istituzione presso la Commissione di un’apposita task force di esperti per contrastare la diffusione delle fake news, fino all’emissione da parte di Enisa e del NIS Cooperation Group di specifiche raccomandazioni tecniche e di processo rivolte alle autorità nazionali responsabili della corretta gestione dei sistemi e servizi ICT operanti a supporto delle attività pre- e post-elettorali.
A posteriori, tirando un sospiro di sollievo, possiamo dire che tutto ha funzionato a dovere: le elezioni si sono svolte regolarmente, e nessun inconveniente è giunto a perturbarne il complesso ed articolato svolgimento. Ma non è stato per caso: il risultato positivo si è ottenuto grazie ad un ampio, coordinato e per lo più invisibile lavoro portato avanti da tutti coloro che, ad ogni titolo, hanno fatto parte della filiera di questo processo così critico per la democrazia europea.
Cosa è andato male
Sul piano della minaccia cibernetica sono stati effettivamente confermati tutti i trend che erano stati evidenziati, sia nel 2018 che nel corso del 2019 stesso, da parte dei principali osservatori ed analisti mondiali: in particolare le tecniche di attacco si sono fatte sempre più sofisticate, mentre il dominio delle possibili vittime si è andato sempre più allargando. A farne le spese non sono stati solo i soggetti tradizionalmente più deboli, ossia PMI e pubbliche amministrazioni, ma anche organizzazioni più grandi e teoricamente più preparate.
In quest’ambito i ransomware la fanno sempre da padrone, ma tendono oramai a colpire meno “alla cieca” ed orientarsi invece sempre più verso quelle categorie di vittime maggiormente sensibili al ricatto, quali gli operatori sanitari. In particolare la cronaca ha registrato, proprio verso la fine dell’anno, il primo caso conclamato di un’azienda che ha dichiarato di essere costretta a chiudere la propria attività non essendo riuscita a recuperare l’operatività dopo un’infezione di ransomware: si tratta della statunitense Heritage Company, un’azienda di trecento persone attiva nel telemarketing da oltre sessant’anni, che a fine dicembre, non essendo ancora stata in grado di ripristinare i propri sistemi colpiti ad ottobre da un micidiale attacco di ransomware (per il quale aveva anche pagato inutilmente il riscatto), ha formalmente invitato i propri impiegati a cercarsi un altro lavoro per non rimanere coinvolti nella probabile chiusura forzosa delle attività.
Su un fronte diverso della minaccia, il 2019 ha visto un significativo aumento degli attacchi condotti verso i servizi ospitati in cloud, e finalizzati soprattutto alla sottrazione di dati da server secondari non particolarmente protetti. La matrice comune alla maggior parte dei casi è infatti quella di azioni relativamente poco sofisticate, rivolte non contro i Cloud Provider ma direttamente verso i servizi gestiti dalle vittime per i propri clienti, e condotte principalmente sfruttando la sciatteria di coloro che mettono i propri server in cloud adottando configurazioni di default e praticamente nessuna protezione, come se il solo fatto di avere i propri database ospitati presso un provider affidabile li renda automaticamente sicuri. Così il 2019 è diventato l’annus horribilis per i data leak grazie a casi quali, solo per citare i più eclatanti: gli oltre 380 milioni di record di clienti sottratti alla catena alberghiera Marriott, più altri 700 milioni di indirizzi mail scoperti in una raccolta di file ospitati su un servizio cloud come backup non protetto; i 540 milioni di record di utenti Facebook, comprensivi di ID e password, lasciati in chiaro su server non protetti; i 100 milioni di numeri di carte di credito, oltre a 140.000 numeri di previdenza sociale e 80.000 numeri di conto bancario, trafugati alla banca americana Capital One; gli oltre 160 milioni di record di clienti della società MoviePass, comprensivi di numeri di carta di credito, lasciati in chiaro in un database aziendale senza protezione e da qui estratti e divulgati; i 7,5 milioni di record di clienti Creative Cloud sottratti ad Adobe in quanto erano memorizzati in un database non sicuro.
Cosa stiamo facendo
Anche sul fronte opposto, ossia quello delle iniziative per la prevenzione degli attacchi e la difesa contro le minacce cibernetiche, il 2019 è stato un anno molto importante: esso ha infatti visto il consolidamento ed il completamento del quadro normativo europeo sulle iniziative di protezione, nonché l’introduzione nel nostro Paese di ulteriori misure normative atte a rafforzare la sicurezza cibernetica nazionale.
Per quanto riguarda l’ambito comunitario, va innanzitutto ricordato che nello scorso anno sono andate definitivamente a regime le due più importanti norme pan-europee sulla sicurezza riguardanti, rispettivamente, la protezione dei dati personali (GDPR) e quella dei servizi essenziali per la società (Direttiva NIS). Di entrambe si è molto parlato sin dal 2018, anno della loro entrata in vigore, e non è qui il caso di ripetere cose già note: occorre tuttavia sottolineare che entrambe prevedono l’obbligo, per i rispettivi soggetti interessati, di segnalare alle competenti Autorità nazionali ogni significativo incidente cibernetico o violazione di dati personali eventualmente subiti; a loro volta le Autorità nazionali devono provvedere a trasmettere annualmente all’Agenzia europea ENISA un rapporto sugli incidenti ricevuti dagli operatori.
Questo meccanismo è importantissimo perché consente finalmente, da quest’anno e per la prima volta, di iniziare a gettare luce sul reale stato della minaccia, mettendo a frutto la conoscenza diretta degli effettivi incidenti occorsi nell’intera Unione: una cosa che fino ad ora non era stata possibile mancando l’obbligo, per i soggetti interessati, di denunciare gli incidenti stessi. Ciò ovviamente consentirà di sviluppare delle analisi più puntuali sulla minaccia e quindi, auspicabilmente, di poter sviluppare misure comuni più efficaci sia in termini di prevenzione che di risposta alle tipologie di incidenti più significative.
Ma nel 2019 è anche entrata in vigore un’ulteriore ed altrettanto importante norma europea, il cosiddetto Cybersecurity Act, che ha istituito in via permanente l’Agenzia dell’Unione Europea per la cyber security (ENISA) e soprattutto ha introdotto un meccanismo comune europeo per la certificazione della sicurezza dei prodotti consumer. Quando tale sistema sarà a regime, cosa che avverrà fra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo, i consumatori che vorranno acquistare prodotti elettronici o informatici troveranno sugli scaffali dei negozi sia prodotti “non certificati” (perché il costruttore non ne avrà richiesto la certificazione) che prodotti “certificati”: questa sorta di “bollino blu” europeo consentirà così al potenziale acquirente di scegliere il prodotto che, oggettivamente, offre maggiori garanzie di sicurezza e privacy, in quanto ha superato una serie di rigorosi test svolti da enti accreditati e vigilati dai Governi. Fra ulteriori due anni tale certificazione, inizialmente facoltativa, sarà resa obbligatoria per alcune categorie di prodotti comuni, innalzando così la protezione globale dell’Unione nei confronti della potenziale invasione, peraltro già in atto, di prodotti consumer tanto economici quanto di dubbia sicurezza, provenienti soprattutto (ma non solo) da costruttori dell’estremo oriente.
Ma anche a livello nazionale il 2019 è stato un anno di svolta: il Governo italiano ha infatti emanato alcune importanti normative nazionali che hanno completato ed integrato la costruzione di quel piano di protezione cibernetica del Paese iniziato a valle del recepimento della Direttiva NIS avvenuto nel 2018.
In primo luogo, è stato finalmente istituito in modo formale presso il DIS lo CSIRT Italiano, struttura unica per la risposta agli incidenti di sicurezza cibernetica nel pubblico e nel privato; sino a quel momento infatti lo CSIRT aveva operato in regime provvisorio, mediante la collaborazione fra il CERT Nazionale (attivo presso il Ministero per lo sviluppo economico) e il CERT della Pubblica Amministrazione (attivo presso l’Agenzia per l’Italia Digitale). In secondo luogo, e soprattutto, è stato istituito il cosiddetto Perimetro di sicurezza cibernetica nazionale, entità formata da tutti quegli operatori che svolgono servizi critici per la sicurezza dello Stato e che quindi, quando tutta la macchina sarà messa a regime, dovranno essere assoggettati ad un regime di sicurezza equivalente o superiore a quello imposto dalla Direttiva NIS agli operatori di servizi essenziali per la società civile.
Del quadro complessivo fa parte anche la creazione, presso la Presidenza del Consiglio, del nuovo Dipartimento per l’innovazione. Questo infatti non solo è stato dotato di amplissime deleghe sulla cybersecurity, ma gli è stata anche trasferita la competenza sull’Agenzia per l’Italia Digitale che in precedenza era assegnata al Ministero della funzione pubblica. Con l’acquisizione dell’AgID, che sinora era l’unico ente preposto dalla normativa ad occuparsi della sicurezza cibernetica della Pubblica Amministrazione, il nuovo Dipartimento centralizza in sé tutte le competenze sul digitale nella sfera pubblica e sulle relative esigenze di sicurezza.
Cosa resta da fare
Non tutte le azioni poste in atto dall’Italia e dall’Europa nel 2019 sono tuttavia già a regime: per alcune di esse, anzi, rimangono ancora diverse attività da fare prima di raggiungere la piena operatività, ed i tempi previsti dai programmi di attuazione arriveranno a coprire quasi tutto il 2020. Vediamo quindi quali sono i passi ancora da ultimare per completare il quadro della protezione dello spazio cibernetico nazionale.
Per quanto riguarda la Direttiva NIS siamo già a buon punto: gli Operatori di servizi essenziali sono stati identificati (anche se il relativo elenco è stato secretato) già a fine 2018, e nel corso del 2019, sotto l’indirizzo delle diverse Autorità di settore, sono state impartite loro le indicazioni sulle misure di sicurezza da adottare nonché i criteri per valutare la rilevanza degli eventuali incidenti cui dovessero andare soggetti. Il 2020 è dunque semplicemente l’anno del rodaggio della macchina, almeno per quanto riguarda gli operatori.
Leggermente in ritardo sui piani iniziali, anche se oramai quasi conclusa, è invece la messa a regime dello CSIRT Italiano: infatti secondo la legge di recepimento della Direttiva NIS tale struttura doveva essere resa operativa entro il novembre 2018, ma il relativo decreto attuativo ha visto la luce solo nel novembre 2019; da questa data è scattato un ulteriore periodo di quattro mesi nel quale il DIS (cui è stata definitivamente assegnata la gestione dello CSIRT) e l’AgID dovranno regolare, mediante la stipula di un’apposita convenzione, sia le modalità di trasferimento dei servizi dal CERT-PA allo CSIRT che le modalità secondo le quali il DIS potrà eventualmente avvalersi di AgID per lo svolgimento di alcune funzioni dello CSIRT. Entro metà marzo dunque lo CSIRT Italiano potrà finalmente operare in regime definitivo come entità autonoma, abbandonando l’operatività in regime provvisorio che era stata garantita sinora, come da norma, mediante la stretta cooperazione tra CERT Nazionale e CERT-PA.
Il processo di consolidamento del cosiddetto Perimetro nazionale di sicurezza cibernetica sta invece muovendo adesso i suoi primi passi, dato che la relativa norma è stata approvata solo lo scorso novembre (peraltro con alcune date attuative spostate in avanti tramite l’oramai consueto decreto “milleproroghe” di fine anno). La complessa macchina del Perimetro, la cui gestione è stata assegnata al Ministero dello sviluppo economico ed alla Presidenza del Consiglio, è dunque in piena fase di avvio.
Le tappe del percorso, da effettuarsi lungo l’arco di questo 2020, sono analoghe a quelle già sperimentate per la Direttiva NIS e prevedono sostanzialmente: l’identificazione dei soggetti compresi nel perimetro; la comunicazione, da parte di questi alle Autorità competenti, delle informazioni riguardanti la propria architettura IT responsabile dell’erogazione dei servizi; la definizione, da parte delle Autorità, delle misure di sicurezza che i soggetti dovranno adottare; ed infine la relativa messa in esercizio da parte degli operatori. Parallelamente a questo percorso dovrà essere assicurata la piena operatività al Centro di Valutazione e Certificazione Nazionale, istituito presso il MiSE, ed agli altri Centri analoghi (quello del Ministero dell’Interno e quello della Difesa) che dovranno effettuare le verifiche tecniche sui prodotti e servizi critici per la sicurezza nazionale. Secondo il piano stabilito dalla legge, tutto il processo dovrebbe andare a regime giusto entro la fine del 2020: sembra un periodo lungo ma in realtà si tratta di un obbiettivo decisamente sfidante, in quanto le attività da fare sono tante e complesse; sarà importante quindi non abbassare l’attenzione e monitorare attentamente l’evoluzione di ogni fase del progetto, per scongiurare eventuali intoppi in corso d’opera che ritarderebbero il raggiungimento della piena operatività del sistema nei tempi previsti.
Va infine ricordato che nel 2020 vedrà probabilmente la luce, nell’ambito della Difesa, l’annunciato nuovo Comando operativo di vertice che prevede una riorganizzazione di ruoli e competenze in ambito cibernetico. Si tratta di un progetto nato oltre un anno fa con l’obiettivo di costituire una struttura interforze apicale per la gestione unitaria delle attività di interesse militare nel dominio cibernetico: sarà infatti collocata direttamente al vertice dello Stato Maggiore Difesa, ed in essa presumibilmente confluiranno le due preesistenti strutture già attive nel presidio del cyber, ossia il Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche (CIOC) ed il Comando C4 Difesa (C4D). I tempi di costituzione del nuovo Comando di vertice non sono ancora ufficializzati, ed è presumibile che il raggiungimento della piena operatività non avverrà prima del prossimo anno; ma il lavoro portato avanti dal gruppo di progetto C5ISR è oramai in fase avanzata, e verosimilmente porterà almeno ad un primo avvio già nel corso di quest’anno.
A cosa fare attenzione
Quali saranno, a questo punto, le nuove sfide globali e trasversali di cybersecurity che dovremo affrontare nel prossimo anno e magari nel prossimo decennio ruggente? Alcuni macro-temi di particolare sensibilità sono già all’attenzione degli esperti da qualche tempo, ma ci si aspetta che diventeranno a breve temi assai caldi. Vediamoli brevemente, in conclusione.
Il primo e forse più inquietante, in quanto concettualmente nuovo, è quello riguardante l’uso sempre più diffuso di tecniche di intelligenza artificiale applicate a questioni quotidiane o di largo impatto. Le IA sono e sempre più saranno applicate in campi disparatissimi, dalla refertazione automatica di esami finalizzata all’individuazione e diagnosi di situazioni patologiche sino alla guida di veicoli autonomi, dallo sviluppo di assistenti personali sempre più user-friendly alla profilazione predittiva di gusti, inclinazioni e tendenze dei singoli e della popolazione. Ciò solleva importanti questioni di natura etica e giuridica, ma anche e soprattutto timori di natura tecnica: ci si chiede ad esempio se e come qualche malintenzionato potrebbe “plagiare” deliberatamente una IA, ossia riuscire a modificarne dolosamente il comportamento in modo da farle prendere decisioni sbagliate ad arte; e nel caso come sia possibile impedire o almeno rilevare un attacco del genere verso una IA, che per definizione è “imprevedibile” nei suoi ragionamenti. Il dibattito è aperto, ed è tanto più importante quanto più il campo di applicazione delle IA si sposta verso ambiti critici nei quali un comportamento sbagliato potrebbe anche compromettere la vita di esseri umani: sanità, difesa, gestione di infrastrutture critiche e via dicendo.
A proposito di infrastrutture critiche, il tema non è certamente nuovo in sé ma rimarrà certamente cruciale anche nei prossimi anni per via del sempre maggiore ricorso a tecnologie ICT connesse anche laddove storicamente esse non venivano in precedenza applicate. Naturalmente l’ondata di dispositivi IoT, tanto economici quanto insicuri, che sta invadendo le nostre case, le nostre aziende, le nostre fabbriche e i nostri impianti industriali, non aiuta certo a sentirsi tranquilli per il futuro; per non parlare del 5G prossimo venturo, che porta in sé tanto uno straordinario potenziale applicativo quanto il rischio di abusi e violazioni senza precedenti. Non è tuttavia, come molti pensano, solo un problema di “tecnologia sovrana”: gli embarghi verso quel fornitore o quella nazione non sono efficaci in sé, e soprattutto costituiscono una risposta politica ad un problema tecnico; quello che andrebbe fatto, e che l’Europa in effetti sta iniziando a fare pur se con colpevole ritardo, è stabilire regole tecniche chiare e trasparenti per condizionare l’accettazione o il rigetto di un prodotto in base alle sue caratteristiche oggettive, indipendentemente dalla sua provenienza. Certo è difficile da fare, e il caso della Volkswagen che ingannava deliberatamente i controlli delle emissioni inquinanti lo insegna, ma è realmente l’unica strada da percorrere.
Ma il punto più dolente rimane ancorato al fattore umano: finché non produrremo utenti più avveduti, programmatori più attenti, sistemisti meno sciatti, avvocati più preparati e politici più informati, non usciremo dall’impasse. Le “nuove” tecnologie, pur non essendo più affatto nuove, sono ancora sconosciute e misteriose ai più: ciò dà adito ai malintenzionati di approfittarne, colpendo l’anello debole della catena che è l’uomo. Occorrerebbe portare la cultura del digitale (che non è “coding”!) a tutti i livelli, ed insegnare i semplici comportamenti di “igiene cibernetica” (che non è “informatica”!) sin dalle scuole elementari. Servono iniziative ampie e trasversali per far uscire dall’ignoranza non solo l’uomo della strada e la casalinga di Voghera, ma anche e soprattutto il manager, il CEO, il primario ospedaliero, il dirigente pubblico, il decisore politico. Questo sarà il vero cambio di passo che ci consentirà di traghettare la nostra società fuori del mare dell’insicurezza cibernetica. Ogni altra misura tecnica che adotteremo, nel prossimo anno e nel prossimo decennio, sarà altrimenti solo un palliativo, un intervento tattico che curerà il sintomo ma non guarirà la malattia.
07 Dicembre 2018
Di Pasquale Russo, Direttore Generale Link Campus University Da Affaritaliani.it
L’Italia è in pieno conflitto tra il modello di rappresentanza promosso dalla comunità del Territorio e il modello promosso dalla comunità della Rete.
La Blockchain cambierà la politica, nasceranno nuove forme di aggregazione dei cittadini (partiti?) con l’obiettivo di contendersi l’azione di governo.
Anche l’organizzazione dello Stato sarà sottoposta ad uno stress test e non ne uscirà bene.
La pressione delle tecnologie sull’attuale forma di organizzazione della democrazia diventerà insostenibile con l’introduzione dei 5G, a quel punto in pochi anni la disintermediazione politica sarà totale e vinceranno gli iperleader che meglio avranno organizzato la loro macchina logistica di partito.
Ma cominciamo dall’inizio.
Come ricorderete il primo Contratto con gli Italiani fu un documento presentato e firmato da Silvio Berlusconi l'8 maggio 2001, cinque giorni prima delle elezioni politiche, nel corso della trasmissione televisiva Porta a Porta condotta da Bruno Vespa. Con esso l'allora capo dell'opposizione si impegnava, in caso di vittoria elettorale, a varare varie riforme riassunte in 5 punti e, in caso di mancata realizzazione di almeno 4 punti, a non ricandidarsi alle successive elezioni politiche.
Ma il contratto con gli elettori non è un'invenzione del Cavaliere: il primo fu il Contratto con l'America, che fu il manifesto elettorale dei Repubblicani durante le elezioni parlamentari statunitensi del 1994. In quel caso, il contratto prevedeva che, se eletti, i Repubblicani avrebbero dovuto realizzare un gran numero di riforme nei primi 100 giorni del mandato. Una strategia che funzionò, facendo conquistare ai Repubblicani il Congresso.
IL 22 ottobre 2016 a Gettysburg, Trump annunciò un "contratto con l'elettore" («Contract with the American Voter»), in cui delineò il suo programma per i primi cento giorni della sua eventuale presidenza.
Il Codice etico di comportamento del Movimento Cinque Stelle firmato dai candidati al Campidoglio durante la campagna elettorale era un modo di introdurre il mandato imperativo attraverso una forma contrattuale che in caso di violazione dei principi etici contenuti comportava le dimissioni oltre ad una multa pecuniaria per danno di immagine.
Questi contratti hanno rappresentato il tentativo introdurre il mandato imperativo contro scelta fatta dalle Costituzioni moderne in cui l'indicazione elettorale è basata solamente su un patto di fiducia e un mero obbligo morale fra eletti ed elettori.
Poiché le comunità politiche sono andate via via deteriorandosi e si sono rotti i rapporti di solidarietà tra i gruppi dirigenti dai livelli nazionali ai livelli locali il contratto ha avuto il significato simbolico di impegno forte tra elettori ed eletti, ma è anche servito a rafforzare un rapporto diretto tra il leader e i suoi elettori su un programma preciso, senza intermediazioni e senza mediazioni, io, il leader, mi impegno direttamene con voi, senza considerare le strutture intermedie.
Ma poiché formalmente c’è solo l’impegno morale, tutti i leader sono venuti meno agli impegni assunti nei contratti anche perché dopo essere stati eletti la fiducia proviene dagli altri eletti e non più dai cittadini, quindi abbiamo visto scene in cui tutti erano a cercare scuse e colpevoli per la mancata realizzazione del programma che pur avevano sottoscritto.
In futuro potrà non accadere più questo, un Governo del futuro potrà avere la misura immediata del consenso che ha e del consenso che hanno i provvedimenti che intende prendere.
Un esempio di collegamento diretto tra un leader e l’intero popolo lo abbiamo visto con l’invio dei messaggi di allerta civile che Donald Trump ha fatto giungere a tutto il Popolo degli Stati Uniti. Come è d’uso i messaggi possono andare dalla Presidenza al Popolo ma anche dal Popolo alla Presidenza e magari possono essere risposte a richieste di consenso o dissenso su un provvedimento.
Immaginiamo per un attimo che un Premier possa chiedere ad un intero Popolo di 60 milioni di cittadini via sms di esprimersi su una legge per la chiusura delle frontiere ai migranti. Anche se arrivassero 40 milioni di risposte non sarebbe un problema lavorarle rapidamente con qualche banale algoritmo per tirarne fuori il risultato e il Premier con quel risultato potrebbe farsi forte nei confronti della classe politica in un senso o in quello opposto.
Ma questo modo ancorché forte politicamente avrebbe il problema della non certezza dell’identità del “votante” via sms questione che alla base per la validità del risultato della votazione.
Così viene in aiuto la tecnologia, vengono in aiuto la Blockchain e gli Smart Contracts.
Se il leader facesse del suo programma uno Smart Contract e lo inserisse nella Blockchain del Governo, ambedue le questioni poste precedentemente sarebbero risolte, cioè avremmo la certezza dell’identità del votante/sottoscrittore e la certezza che nel caso il leader non rispettasse il programma lo Smart Contract decadrebbe automaticamente e quindi anche il leader decadrebbe.
Questo modello di Governo è tecnologicamente possibile già oggi, non è detto che sia per noi accettabile, ma accadrà che un leader prima o poi lo proporrà.
D’altronde come tecnologie di Intelligenza Artificiale e della Blockchain cambieranno il lavoro e le relazioni economiche, così forzeranno anche le strutture delle società umane costruite quando la Rete Sociale si muoveva sulla organizzazione dei partiti, i quali erano reti organizzate sul territorio in federazioni, sezioni, delegati di quartiere e aziendali.
Ma oggi la rete è il Web e nel futuro prossimo appena il 2024, non sappiamo cosa diventerà quando nello specifico ognuno di noi avrà a disposizione sul cellulare da 20 Gbps a 100 Gbps.
Un servizio di Blockchain governativa con lo smart contract potrà essere realizzato e fruito. Quindi a cosa serviranno il Parlamento, a cosa serviranno i partiti che oggi vivono in una condizione di morte annunciata? Questa inutilità percepita potrà essere l’argomento per tentare di forzare la trasformazione delle strutture di rappresentanza e governo degli Stati.
Dopotutto bisogna sapere che nel terzo trimestre del 2018 il traffico da dispositivi mobili è cresciuto quasi del 79% rispetto al 2019.
L’incremento è dovuto principalmente a Cina con una crescita del traffico dati per smartphone di circa il 140% e al Nord Est Asiatico che si posiziona al secondo posto per traffico dati da con 7.3 gigabyte al mese.
Il Nord America però detiene ancora il dato di traffico più alto pari gli 8,6 gigabyte al mese.
Si prevede che tra il 2018 e il 2024, il traffico dati da dispositivi mobili crescerà fino a cinque volte e il 25% del traffico mobile sarà trasportato da reti 5G entro la fine del periodo.
Il 5G sarà la rete su cui cresceranno le nuove organizzazioni di cittadini il cui patto di fiducia tra loro e con i candidati si baserà sulla Blockchain, tutto ciò per soddisfare la progressiva richiesta dei cittadini di avere un controllo diretto sull’azione di Governo così è (se vi pare).
Risulta quindi necessario guidare consapevolmente il cambiamento delle nostre democrazie per restituire senso alla “sovranità popolare” ed evitare come dice politologo Colin Crouch che “le elezioni diventano gare attorno ai marchi, anziché opportunità per i cittadini di replicare ai politici” .
Laudisi con la sua immagine nello specchio:
«Eh caro! chi è il pazzo di noi due? Eh lo so: io dico TU! e tu col dito indichi me. Va là che, a tu per tu, ci conosciamo bene noi due. Il guaio è che, come ti vedo io, gli altri non ti vedono... Tu per gli altri diventi un fantasma! Eppure, vedi questi pazzi? senza badare al fantasma che portano con sé, in se stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! e credono che sia una cosa diversa.»
29 Ottobre 2018
IL PRESIDENTE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI “LINK CAMPUS UNIVERSITY”
Prof. Vincenzo Scotti
La Link ha venti anni
A tutti i Rettori e ai loro rappresentanti, a tutte le Autorità Civili, Militari e Religiose, agli autorevoli Capi di gabinetto ed a tutti gli amici della Link Campus University, a nome di tutta la comunità accademica, della presidente della società Gem e della University Press, un sentito ringraziamento per aver accettato il nostro invito ed un cordiale benvenuto in questo antico casale che da tre anni abbiamo scelto come sede del nostro campus.
Alla metà del secondo millennio, questa è stata la residenza estiva di Antonio Ghisleri, Papa san Pio V, un pontefice dalla forte personalità vissuto in tempi di profondi cambiamenti epocali. La scienza rivendica la sua libertà e l’autonomia della ricerca, e si avvale della diffusione delle sue scoperte, a partire da quella rivoluzionaria della stampa con il passaggio dal rotolo al libro. Nel cuore dell’Italia esplode il Rinascimento che lascerà una immensa eredità di cultura di arte e di politica. È il periodo in cui la Chiesa cattolica affronta sia la minaccia esterna dell’egemonia ottomana sia le fratture interne dello scisma luterano. L’Italia, nel frattempo, è divisa e ci vorranno secoli prima che imbocchi la strada della sua unificazione politica con la costruzione di uno stato moderno. Questo Casale ricorda ai nostri docenti e ai nostri studenti che se vogliamo essere una università del futuro dobbiamo essere consapevoli della nostra storia e dobbiamo avere presente - sempre - il monito del grande storico Braudel: “per essere bisogna essere stati”.
Quando siamo nati, all’alba del terzo millennio, avemmo contezza che il futuro era più vicino di quanto lo potevamo immaginare ed i cambiamenti erano e sarebbero stati sempre più rapidi e profondi. Eravamo consapevoli del fatto che quando i nostri primi studenti avrebbero completato il loro ciclo di studi si sarebbero trovati di fronte a un mondo diverso, con offerte di lavoro diverse da quelle aspettative che nutrivano come matricole. Quindi dovevamo attrezzare l’università a questa sfida ed avere una visione del futuro e organizzare una ricerca e una didattica che preparassero i nostri studenti ad affrontare compiutamente i cambiamenti ed adattarsi alla flessibilità e alla complessità. Potevamo solo immaginare da lontano le nuove professioni e la trasformazione delle vecchie professioni, ma una cosa intravedevamo con lungimiranza: che agli studenti andava insegnato un metodo, che la ricerca e la didattica dovevano essere sempre più transdisciplinari e internazionali. La formazione di una classe dirigente doveva basarsi sempre più su un sapere critico, su una capacità di utilizzare i diversi saperi per tentare di dominare la complessità delle problematiche da affrontare e la dimensione sempre più globale con cui queste si sarebbero manifestate.
Già allora avevamo intuito il ruolo che avrebbero avuto le nuove tecnologie informatiche, il mondo virtuale e la rete, con la rivoluzione della comunicazione digitale e della logistica, nella intermediazione tra produttore e consumatore. Mentre avanzava il mondo virtuale, nessuno poteva immaginare che in meno di venti anni sarebbero nati negozi senza “casse” dove i clienti sarebbero potuti entrare, scannerizzare il codice fornito da un app dedicata e collegata al proprio account, prendere i prodotti desiderati e uscire con il prezzo addebitato automaticamente sul proprio conto grazie a un sistema di sensori e di telecamere accoppiato con un algoritmo dedicato. Negozi dove i pochi dipendenti reali avrebbero avuto l’intelligenza virtuale come capo.
Nel 1999 eravamo all’alba. Le nuove tecnologie, le nuove reti di comunicazione, 5G e fibra, ed i nuovi servizi digitali che si basano sull’intelligenza artificiale, Big data, claud, blockchain, robotica sono oggi al centro dei cambiamenti e tali sfide apriranno nuove aree di ricerca e di studio rendendo le tematiche della cyber security e della sicurezza delle reti e dei servizi digitali sempre più strategiche. Nel 1999 non conoscevamo tutti i confini e le ricadute di quella evoluzione tecnologica e le conseguenze sugli studi economici e finanziari, sugli studi politici e quelli giuridici sullo stato, sulla sovranità, sui confini, sulla moneta, sulla democrazia rappresentativa, sui partiti, sulle guerre cybernetiche e sulla geoeconomia e geopolitica, sulle scienze della sicurezza, della intelligence. Venti anni fa pensammo ad una scelta poco comprensibile ai molti, una università che cercasse in primo luogo di capire il nuovo intreccio, allora emergente, tra l’essere umano e il suo prodotto più sorprendente, la tecnologia; tutto ciò visto, analizzato e studiato attraverso il secondo gradino della Piramide di Maslow e con una lettura della complessità di sua natura interdisciplinare e internazionale.
Nel corso di questi ultimi dieci anni il nostro dipartimento di ricerca, coinvolgendo tutti i docenti delle discipline più diverse, insieme ai ricercatori di informatica, ha sviluppato ricerche interdisciplinari con al centro l’intreccio tra le discipline umanistiche e la tecnologia della rete e dello spazio. Questo è stato in questi venti anni trascorsi e lo sarà maggiormente nel nostro futuro il nostro sogno, la nostra “utopia immanente” che ci porterà, ancora una volta, a scoprire e leggere la complessità delle vicende umane.
Tra poco il nostro Rettore dichiarerà aperto il ventesimo anno accademico della nostra università e, anche questa volta, con la consapevolezza dei nostri limiti e della assoluta necessità di realizzare sinergie e collaborazioni di lungo periodo, siamo qui a dirci che “bisogna continuare a sognare per smuovere il mondo”.
Lo abbiamo sempre ripetuto a noi stessi nel corso di questi venti anni di vita della nostra Università, anzitutto quando il sogno lo vedevamo nel tempo diventare realtà, anche se piccola e bisognosa di alleanze con l’impresa e con altre università italiane e straniere, attraverso lo sguardo convinto dei nostri studenti e delle loro famiglie. Lo abbiamo ripetuto quando siamo entrati in questo magico luogo ricco di storia e di bellezza ma anche consapevoli della quasi temerarietà della costruzione di un campus come questo senza ricevere alcun sostegno, anche se costituzionalmente dovuto, dalle autorità ministeriali. Ma lo abbiamo ripetuto anche quando le difficoltà aumentavano con la crescita e avevamo la sensazione, guardando i volti dei nostri collaboratori e amici, di non farcela perché troppi erano gli ostacoli da superare, non ultimi quelli che ci venivano frapposti. È possibile ridurre questo sogno a una ambizione di una piccola università o di un consigliere alla ricerca del principe di turno o viceversa? Per un essere razionale l’ipotesi non ha senso né per il principe né per il consigliere. La forza di questa università sta nella sua libertà, e in quella dei suoi studenti, ricercatori e docenti, nel non rispondere a nessun padrone!
Siamo nati, sia pure per poche ore, nel secolo breve. Siamo stati registrati legittimamente all’anagrafe delle università come figli della Convenzione di Lisbona e delle norme della sua ratifica. Per prima iscritti come filiazione della Università di Malta con il nome di Link Campus University of Malta. Poi sempre figli di Lisbona, registrati come Sede italiana dell’Università di Malta e, infine, trasformati in Università degli Studi non statale legalmente riconosciuta con il nome di Link Campus University. La sera della inaugurazione del primo anno accademico della filiazione, c’erano quattro personalità senza il cui apporto non saremmo qui oggi: Francesco Cossiga - Presidente Emerito della nostra Repubblica, Guido De Marco - Presidente della Repubblica di Malta, Roger Ellul Micallef - Rettore della Università di Malta e Ian Refalo - Preside di Giurisprudenza dell’Università di Malta. La lezione magistrale di Cossiga sulla democrazia resta ancora oggi la nostra carta magna, ripubblicata oggi nei volumi dei saggi per ricostruire il percorso dei nostri venti anni.
Devo poi ricordare tre ministri di differenti culture politiche ma di pari rigore istituzionale che hanno firmato i decreti a cui ho fatto cenno: i Ministri Ortensio Zecchino, Fabio Mussi e Mariastella Gelmini. A completare la memoria della riconoscenza ci sono tutti i docenti e gli studenti e tutti i collaboratori, ringraziandoli per aver concorso alla crescita di prestigio della Link con generosità e accettando anche significativi sacrifici. E, alla fine, non posso fare a meno di menzionare i cinque soci fondatori della Fondazione che ha promosso l’Università non statale. Per loro è stato, vi assicuro, un impegno non semplice e lieve anche perché, senza finanza adeguata alle spalle, non è stato facile sostenere una così rapida crescita. Non è stato semplice definire in pochi anni una identità della Link in un sistema universitario italiano con una ricca offerta formativa e con la presenza di Atenei che sono tra i più antichi del mondo e che si sono evoluti dalla forma medioevale fino a quella del tempo presente, all’interno di modelli propri di autonomia delle università e quello di una università nazionale centralizzata, oscillante sempre tra una tradizione anglosassone e una napoleonica, humboldiana. Da oggi si avvia un secondo ciclo e dobbiamo guardare al futuro per collocare le strategie della ricerca e della formazione della nostra Link Campus, anche se “parva materia”, consapevoli delle sfide dell’orizzonte percepibile. Se nei venti anni passati il tema dominante nella nostra strategia è stato quello della scienza e soprattutto della tecnologia, oggi questo acquista nuove connotazioni all’interno della competizione tra Stati Uniti e Cina e del cambiamento climatico e, per quello che ci riguarda, dell’affacciarsi dell’Africa sulla scena mondiale e in particolare nell’area euro mediterranea. Queste sfide metteranno ulteriormente a dura prova i vecchi equilibri geo-politici, compreso il ruolo del Vaticano a cui abbiamo dedicato in questi anni un particolare focus di ricerca. Al tempo stesso, prestiamo attenzione al modello di sviluppo del mondo, sia per le implicazioni sulla sua sostenibilità in termini di consumo delle risorse e sia perché due miliardi di persone, anche attraverso la rete 5G, chiederanno una qualità di vita diversa.
Già negli anni recenti, a cavallo dei due millenni, la leadership europea ha fatto registrare paura, incertezza e una carenza di visione e di strategia politica, indebolendo la ragion d’essere della coesione e del ruolo che i padri fondatori avevano indicato per l’Europa. Nel nostro lavoro universitario non possiamo chiuderci dentro le crescenti specializzazioni scientifico-disciplinari senza dare alla classe dirigente un orientamento formativo rivolto al pensiero critico e alla visione realistica di una res publica del mondo che sappia essere ancora attuale e adeguarsi alle sfide della contemporaneità. Per queste ragioni, alle cinque grandi aree scientifiche su cui abbiamo lavorato e su cui intendiamo continuare a lavorare alla luce dei cenni prima ricordati, ne aggiungeremo altre per integrare sia la ricerca sia la didattica. E lo faremo intensificando la cooperazione con alcune università e centri di ricerca, con nuovi progetti di ricerca e di didattica. Un solo esempio: con la Fondazione Economia della università di Tor Vergata abbiamo lavorato insieme sui temi della sostenibilità e delle disuguaglianze. Ora proseguiremo con una più stabile strutturazione e allargandoci alla partecipazione di altre università e centri di ricerca esteri, come già fatto in occasione dei due G7 a presidenza italiana.
Un breve cenno sulle aree scientifiche della nostra offerta formativa partendo da quelle esistenti. La prima è costituita dalla grande area della difesa, della sicurezza, della protezione civile. Sono sempre più temi transdisciplinari che coinvolgono più competenze e strategie. Un capitolo arricchito dal supporto delle attività dei centri ricerca e dei vecchi e nuovi corsi di laurea e di laurea magistrale di comunicazione digitale, di informatica interattiva (video games e serious games), di scienza della sicurezza (triennale) e quello di ingegneria della sicurezza informatica (magistrale cyber security) che stiamo progettando insieme alle Università Federico II e del Sannio. Sono poi tre le aree scientifiche tra loro fortemente interconnesse che costituiscono parte significativa e unitaria della nostra attività accademica: gli studi giuridici, quelli economici e quelli politici (strategici e diplomatici).
Abbiamo editato due volumi di saggi per documentare il lavoro di ricerca dei nostri giovani docenti e ricercatori e rendere evidente la contaminazione e l’intreccio tra le diverse discipline. A queste si aggiungono due ulteriori aree: la grande area scientifica delle attività culturali e dell’arte che tiene insieme il corso di DAMS al quale il prossimo anno si affiancheranno quello di fashion and design, a cavallo tra economia gestionale e arte, i master in gestione dei beni culturali e la macroarea delle tecnologie digitali, in cui ricadono comunicazione digitale e videogiochi, che non veda la tecnologia come un elemento affascinante (quasi mistico), ma a sé stante, valutandone, analizzandone, indagandone, oltre l’aspetto tecnico, soprattutto le sue connessioni con il mondo e l'uomo e le profonde mutazioni che sta generando. Riusciamo ad immaginare un mondo tecnologicamente avanzato, un mondo in cui i processi, i servizi e i prodotti siano evoluti e dialoghino in maniera interconnessa. Ma quello che realmente sta alla base di ogni innovazione è la possibilità di sviluppare soluzioni che siano in grado di superare una criticità, migliorando sensibilmente la qualità di vita degli individui.
Fondamentale per l’insieme delle attività di ricerca e di didattica nelle aree scientifiche prima ricordate si appalesa l’integrazione con la psicologia del cambiamento e con la sociologia digitale, così da dare agli studi comportamentali, all’interno dell’analisi economica, dell’analisi strategica, della difesa, della sicurezza e dell’intelligence, l’apporto delle discipline indicate. Il prossimo anno attiveremo le due lauree magistrali di psicologia del cambiamento e di sociologia digitale già accreditate. Fanno parte integrante di queste aree, come tappe indispensabili di un percorso formativo articolato, quarantadue master. Il prossimo anno la proposta più significativa è quella rappresentata dall’assoluta novità in Italia di un master sul rapporto tra architettura e territorio che affronta quegli aspetti che, in base alle diverse condizioni temporali, geografiche e culturali, hanno determinato le caratteristiche dell’ambiente e generato, nelle diverse parti del mondo, insiemi eterogenei.
Cosa vogliamo fare meglio nei prossimi anni? • Innanzitutto, rafforzare il carattere strategico della transdisciplinarietà, della internazionalizzazione dei corsi, dei docenti, dei ricercatori e degli studenti; • mantenere centrale la natura di research university della Link. Non oso in questa sede addentrarmi nella grande disputa ottocentesca, ma sempre viva, sul rapporto della ricerca con la didattica; mi limito soltanto a dire che la nostra Università sarà sempre più una “research university”, accrescendo ulteriormente la quota della ricerca sul complesso delle attività accademiche oltre il cinquanta per cento; • rendere sempre più decisiva e stabile la cooperazione con le imprese, realizzando con loro centri di ricerca integrati (tra cui negli ultimi mesi quelli sulla cyber security, sulla sostenibilità e sull’economia circolare, sui videogiochi e sulla block chain) sia per attività di ricerca e di didattica che per lo sviluppo di un dialogo tra il mondo pubblico e quello privato; • disegnare un’università che, nell’ottica dell’Agenda 2030 e degli Obiettivi del millennio, ricerca e forma talenti in grado di rispondere alle sfide globali, non solo del mondo che c'è ma anche di quello che, purtroppo, per molti occhi a volte non c'è; • rendere sempre più forte non tanto la semplice consultazione con le parti sociali, spesso puramente rituale, ma la co-creazione di progetti di ricerca e di formazione. Questo anno, con l’ordine dei consulenti del lavoro, abbiamo dato vita a una Accademia su economia e lavoro e a un corso di laurea magistrale sull’“Economia del Lavoro e sistemi di workfare”. Altrettanto vorremmo portare avanti un simile progetto con i sindacati; • rafforzare il nostro modo di rapportarci con l’esterno perché l’università porta dentro di sé sia la universalità del sapere sia il pluri-versum, perché accoglie in sé, e deve valorizzare, i differenti sguardi e approcci culturali sulla realtà che evolve.
Per rendere conto del lavoro di ricerca compiuto dai nostri docenti e ricercatori presentiamo oggi tre volumi, di cui uno interamente dedicato ai temi della sicurezza e dell’intelligence, contenenti un insieme di saggi che documentano il lavoro scientifico dei nostri docenti e ricercatori su tematiche di frontiera e decisamente transdisciplinari. I volumi sono pubblicati da “Eurilink” la nostra University Press che da molti anni non solo da conto delle attività di ricerca dell’università e dei suoi docenti e ricercatori ma promuove e pubblica collane su tematiche di grande attualità scientifica e sociale dirette e supportate da Direzioni editoriali e da Comitati Scientifici e di Valutatori formati da Professori e Studiosi anche di altre Università - Italiane e Straniere.
Prima di concludere, vorrei rendervi partecipi del fatto che in questo ventesimo anno l’università organizzerà una serie di eventi e seminari che ruoteranno intorno alla questione cruciale del deficit di innovazione e di crescita in Italia. I primi due si svolgeranno nell’ultimo scorcio del 2018, riguardando - il primo - l’Europa oggi e - il secondo - Europa, Mezzogiorno e Mediterraneo.
Ad avviare il ciclo di incontri abbiamo invitato il professor Riccardo Varaldo, già direttore della scuola Sant’Anna di Pisa. Varaldo riassumerà i punti fondamentali di un suo saggio che abbiamo con lui discusso, aprendo in tal modo un confronto tra gli accademici (scienziati, economisti, giuristi e politologi), per il quale sarà essenziale la partecipazione di imprenditori, politici e sindacalisti.
In conclusione, vorrei riagganciarmi al mio incipit sull’importanza, come Braudel ci insegna, dell’essere stati e della propria storia per essere consapevolmente nel presente e proiettarsi, con piedi saldi e ben ancorati, nel futuro. In quest’ottica, la Link Campus ha mirato, fin dal 2012, a creare un ponte ideale tra formazione universitaria e istruzione secondaria tramite il progetto sull’Osservatorio “Generazione Proteo”. Prendendo a campione un ampio numero di scuole secondarie su scala nazionale – 169 istituti per un totale di circa 100.000 studenti – Generazione Proteo monitora e raccoglie dati su trend, propensioni e inclinazioni dei giovani. La contemporaneità di passato, presente e futuro sottende anche all’Accordo di Rete tra Proteo e 24 istituti scolastici sull’Alternanza scuola-lavoro, su richiesta esplicita rivolta dalle stesse scuole alla Link Campus proprio attraverso l’Osservatorio. La rilevanza di tali iniziative risiede nel loro configurarsi come qualcosa di molto più significativo di meccanismi di monitoraggio o piattaforme di osservazione. Si tratta infatti di strumenti potenti e sonori di dialogo inter-generazionale che raffinano notevolmente la nostra offerta formativa. È come dotarsi di un prisma attraverso cui vediamo in ragazzi di 17-19 anni gli studenti d’Ateneo di domani e, con un po’ più di sensibilità attenta, anche gli adulti del futuro.
L’Università non potrà essere, nel sistema formativo, una monade chiusa ma, al contrario, lo snodo fondamentale, dialogante e attento alle nuove generazioni all’interno delle quali emergerà la classe dirigente del futuro!
IL RETTORE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI “LINK CAMPUS UNIVERSITY
Prof. Claudio Roveda
Nella cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2017-2018 avevo evidenziato come si fosse conclusa sul piano istituzionale e, per molti aspetti, anche su quello organizzativo e operativo, la trasformazione da filiazione di Università di Malta a Università non statale inserita nel sistema universitario italiano. Siamo ora in attesa (per il prossimo mese di gennaio 2019) della visita degli esperti dell’ANVUR per la ricognizione e la valutazione della situazione organizzativo - gestionale delle strutture e dei processi della nostra università che ci consentirà , ce lo auguriamo vivamente, di mantenerci attivi come ateneo riconosciuto dell’ordinamento universitario nazionale.
Ci stiamo preparando a questo momento di verifica che, mi sia consentito rimarcare, non sembra in grado, nonostante la grande mole di dati e documenti da preparare ed analizzare, di valutare adeguatamente la sostanziale capacità strategica di una università di soddisfare le esigenze professionali, di conoscenze e di cultura in senso lato, emergenti dai cittadini e dalle imprese, dalle organizzazioni pubbliche, ossia dal sistema istituzionale economico-sociale, che ne condizionano e consentono lo sviluppo nel medio termine e nella prospettiva del lungo termine.
Proprio la considerazione del ruolo che una università deve svolgere per contribuire a tale sviluppo, assicurando una appropriata formazione sia dei giovani, in vista del loro ingresso nel mondo del lavoro, sia dei non più giovani, già attivi in tale mondo, ci ha motivato ad una riflessione strategica riguardo la nostra offerta di formazione e di trasmissione di conoscenze avanzate, in un contesto economico- tecnologico –istituzionale -sociale in profondo cambiamento con ritmi mai sperimentati in passato.
Uno dei fattori “driver” di questa dinamica, con fortissime caratteristiche di pervasività, è la tecnologia, soprattutto nella forma più evidente di tecnologie digitali per la comunicazione e l’informazione ma , anche se meno visibili, di biotecnologie e di nanotecnologie che, attraverso la loro integrazione e convergenza, stanno radicalmente modificando i processi produttivi e i modelli di consumo, secondo un nuovo paradigma “dal Micro al Macro” anziché quello tradizionale “ dal Macro al Micro”.
Dal riconoscimento di questo ruolo fondamentale della tecnologia viene in primo luogo, da un lato, l’esigenza di contribuire per alcuni aspetti al suo sviluppo, per cui il nostro Dipartimento Ricerca è fortemente impegnato e con significativi risultati riconosciuti e validati a livello nazionale e internazionale, su alcuni domini tecnico-scientifici, in particolare quelli della comunicazione digitale e della cyber security. Si tratta di risultati non solo scientifici ma anche applicativi con un significativo riscontro positivo da parte degli utilizzatori. A puro titolo esemplificativo ricordo che abbiamo contribuito a sviluppare il sistema di controllo/sicurezza della linea 6 della metropolitana di Parigi e di quella di Dubai.
Dall’altro lato, tenuto conto dell’ampia gamma di tecnologie innovative, che non è possibile padroneggiare in un’unica struttura di ricerca tecnico-scientifica, abbiamo attivato rapporti di collaborazione sia con istituzioni accademiche sia con imprese a base tecnologica (grandi gruppi industriali, medie imprese, start-up) in modo da affrontare, con adeguate risorse e competenze, la intrinseca complessività dei problemi applicativi in un contesto operativo.
Questa strategia di collaborazione con qualificati operatori della ricerca e della economia, si articola non solo nel campo della ricerca tecnico–scientifica ma anche in quello della formazione. Così, ad esempio , stiamo progettando un corso di laurea nel campo della Ingegneria della Sicurezza Informatica, con le Università Federico II e del Sannio, integrando le loro specializzazioni tecnologiche con le nostre nel campo “ soft” della sicurezza.
Queste iniziative di ricerca e formazione sono esemplificative del nostro approccio alla innovazione tecnologica. Ci siamo specializzati in alcuni domini tecnologici, collaborando e integrandoci con altri operatori scientifici e industriali al fine di affrontare la complessità e la multidimensionalità dei processi di innovazione tecnologica, da un lato, e affrontando le dimensioni “soft” di tali processi, che investono gli aspetti normativi regolamentari, economici, comportamentali e coinvolgono una pluralità di soggetti organizzativi e individuali, dall’altro.
A titolo esemplificativo ricordo la indagine che abbiamo recentemente realizzato, con la Fondazione COTEC, sulle problematiche della percezione da parte degli italiani riguardo la sicurezza delle applicazioni delle tecnologie digitali. I risultati di questa indagine, che saranno a breve presentati in un evento pubblico, forniscono indicazioni sulle policies e sulle iniziative strutturali che si possono attuare per migliorare il rapporto fra cittadini e applicazioni digitali, superando le criticità evidenziate dai primi.
Sempre nel campo degli impatti della innovazione tecnologica, stiamo affrontando le tematiche della profonda e ampia evoluzione dei rapporti fra istituzioni di governo e cittadini che, con i nuovi sistemi di comunicazione digitali, porta ad una revisione della stesso concetto di democrazia, delle modalità di formazione del consenso e di definizione delle finalità e dei processi di governo pubblico.Nuovi canali, strumenti e attori stanno sostituendo le tradizionali forme di intermediazione fra istituzioni e sistema sociale, portando a nuovi modelli di democrazia.
Sempre nella prospettiva strategica di analizzare le interazione fra tecnologia e processi economici e sociali, ci siamo interessati a progettare interventi di ricerca e di formazione focalizzati sul ruolo della creatività e del contributo assai rilevante che essa può portare per indirizzare gli sviluppi tecnologici, non solo in base alle possibilità tecnico – scientifiche ma, prioritariamente, verso il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative degli individui e delle organizzazioni della società.
Ricordo come già negli anni’70 del secolo scorso sulla prestigiosa rivista scientifica “Transactions of Automatic Control” dello IEEE-Institute of Electrical and Electronics Engineers, venne pubblicato un articolo del Prof. Rosenbrock che postulava la necessità di “Redirection of Technology”, che guardasse più alle necessità di individui e società che non alle opportunità tecnico-scientifiche e indirizzasse queste ultime verso le prime. Fondamentali in questa linea di attività sono gli apporti culturali del nostro DAMS che, oltre a formare professionisti nel campo delle Performing Arts, mette a disposizione capacità creative che portano alle “ibridazione” con le altre discipline e gli altri percorsi formativi. Esemplare il nostro Corso di Laurea in Video Games, simbiosi efficace di strumenti tecnologici avanzati e di creatività.
Il prossimo avvento del 5G metterà a disposizione di un grandissimo numero di persone in tutto il mondo sofisticati e potentissimi strumenti tecnologici di comunicazione e di diffusione di informazioni. Si apre così un vastissimo mercato globale di contenuti basati sulla creatività, soprattutto in campo culturale, per il cui sviluppo possiamo svolgere, come Paese e anche come Link Campus Univeristy, un ruolo assai significativo e vincente sulla competizione globale.
Proprio per valorizzare e potenziare le capacità creative del nostro Paese, alla base del successo globale dei molteplici prodotti del Made in Italy, integrandole con conoscenze avanzate nei campi del management, della finanza, dal marketing, stiamo progettando un Corso di laurea in Fashion Design, che vede la collaborazione attiva di importanti operatori ( imprenditori, designer, creativi) del settore. Ci aspettiamo di avviare questo Corso di laurea nell’anno accademico 2019/20. Nel frattempo continueremo la positiva esperienza del Corso Master in “Luxory and Fashion Management”, giunto alla 6 a edizione.
A questo proposito, desidero evidenziare l’approccio innovativo che abbiamo adottato nella progettazione delle iniziative formative in campo economico-manageriale, introducendo, ad esempio, insegnamenti relativi alle scienze cognitive con specifico riferimento ai processi decisionali dei “ consumatori” e degli operatori economici, che consentono di rendere più efficaci le azioni di progettazione di prodotti e della loro commercializzazione.
Analogamente, stiamo attuando interventi formativi nel campo dell’organizzazione del lavoro, con un focus sui nuovi modelli del tipo “Smart/Agile Working” che portano a una profonda ridefinizione della struttura e della modalità di lavoro, soprattutto in ambito “impiegatizio”. Tutto ciò in stretta collaborazione con l’Ordine dei Consulenti del Lavoro, con cui stiamo attivando un nuovo specifico Corso di Laurea Magistrale.
Si tratta di risposte innovative della nostra Università alla dinamica del contesto economico, istituzionale, sociale, tecnologico italiano nel quadro globale, cui continueremo a dedicare la nostra attenzione e progettualità.
12 Maggio 2022
Intervistati 5.000 studenti 16-19enni, rappresentativi dell’intero territorio nazionale
Roma, 12 maggio 2022 – Delusi da una classe politica ritenuta incompetente ed esibizionista, vedono nella democrazia diretta la soluzione all’attuale crisi di rappresentanza. Poco orgogliosi di un Paese in cui resistono pregiudizi e stereotipi, plaudono alla sola idea di una donna Presidente della Repubblica. Dopo due anni di DaD, si sentono molto meno preparati, ma soprattutto vivono un forte disagio psicosociale. Preferiscono il lavoro flessibile, che consenta l’autonoma gestione di tempo e guadagno. Temono hate speech e body shaming, così come il sempre più diffuso fenomeno delle baby gang. Aperti e inclusivi, non bocciano a priori il nucleare, ma ritengono che su questi temi non vi sia sufficiente informazione.
Questo il ritratto della “Generazione Proteo” tracciato dal 10° Rapporto di ricerca dell’Osservatorio permanente sui giovani della Link Campus University, che è stato presentato questa mattina nella sede dell’ateneo alla presenza, tra gli altri, di Barbara Floridia, sottosegretaria all’Istruzione, monsignor Andrea Lonardo, direttore Ufficio Pastorale Universitaria, Ilaria Cucchi e, in collegamento da Washington, Roberto Vittori, Astronauta ESA. La ricerca, realizzata in partnership con Grandi Scuole, ha visto intervistati circa 5.000 studenti italiani 16-19enni, rappresentativi dell’intero territorio nazionale.
«Quello che presentiamo oggi - spiega il rettore della Link Campus University, Carlo Alberto Giusti – è solo l’“ultimo miglio” di un progetto che vive una sua quotidianità lungo tutto il corso dell’anno. In questi dieci anni l’Osservatorio “Generazione Proteo” ha svolto un’importante funzione di ponte tra Scuola e Università, mettendo in relazione e comunicazione reciproca due universi spesso isolati nel percorso di crescita umana e culturale dei giovani, e dando così vita a un continuum conoscitivo e formativo di cui i giovani sono gli indiscussi protagonisti». «Il 10° Rapporto – dichiara il prof. Nicola Ferrigni, direttore dell’Osservatorio “Generazione Proteo” – ci consegna l’identikit di una generazione che rompe definitivamente gli indugi e, dinanzi a una società destrutturata, ormai sempre più povera di slanci, valori, relazioni e alla ricerca di un’identità, prende in mano le redini della situazione. Giovani che prendono le distanze da una società in cui non si riconoscono, desiderosi di riscrivere scuola, lavoro, stili di vita, politica. Senza dimenticare quell’attenzione verso l’altro di cui vogliono prendersi cura». «Questo slancio a prendersi cura di sé stessi e dell’altro – prosegue la prof.ssa Marica Spalletta, condirettore della ricerca – investe le molteplici e diverse dimensioni di una vita quotidiana oggi vittima di una vera e propria overdose digitale, cui i giovani reagiscono richiamando il bisogno di esperienze di vita reale, in cima alla cui lista svetta il bisogno di un ritorno a relazioni touch-to-touch».
LA RICERCA
“Effetto DaD”: è cresciuto il disagio psicologico. A due anni dallo scoppio della pandemia, i giovani italiani tracciano un bilancio della didattica a distanza: il 30,8% la ritiene responsabile di aver peggiorato la formazione, mentre il 32,1% ha evidenza che essa abbia creato molti disagi psico-sociali agli studenti. Di qui dunque la richiesta, formulata da 1 intervistato su 4 (26,3%), di investire i fondi del PNRR destinati alla scuola principalmente in attività di supporto psicologico agli studenti.
Insegnanti: promossi su competenze e preparazione. Bocciati su tecnologie. Chiamati a valutare i propri insegnanti, i giovani ne premiano la preparazione (48,6% buono; 31,1% ottimo) e le competenze didattiche (48,7% buono; 12,5% ottimo). Per contro, emergono giudizi più critici circa la padronanza delle tecnologie (24,2% insufficiente; 48,5% sufficiente) e la capacità di ascolto (24% insufficiente; 36,2% sufficiente). Nel complesso, il 36,5% ritiene che gli insegnanti più bravi lo siano per una propria vocazione personale, mentre il 23,4% li percepisce stressati. Per il 10,7% essi sono oppressi da troppa burocrazia.
1 giovane su 3 vuole studiare e lavorare insieme. «Paladini del learning by doing – dichiara il prof. Nicola Ferrigni – i giovani italiani rifiutano la tradizionale distinzione tra formazione e lavoro». Il 30,2%, infatti, svolge già un’attività (cameriere, allenatore, babysitter, ecc.) in concomitanza con lo studio, mentre è pari al 28% la percentuale di chi ha in programma di studiare e lavorare insieme durante l’università.
Il lavoro da “creare” (non da cercare) e la flessibilità contrattuale come “must”. Solo il 10% lavorerebbe nel pubblico. «Al lavoro i giovani si approcciano in modo diverso rispetto al passato», prosegue il sociologo Ferrigni: il 59,5% ritiene infatti che il lavoro vada creato, piuttosto che cercato (come sostiene invece il 30,5%). In questa prospettiva, non sorprende che il 34,5% guardi con favore al mondo della professione autonoma e il 33,6% alle piattaforme digitali, piuttosto che alle opportunità di impiego nel settore pubblico (che si attestano al 10,1%). A conferma di ciò, chiamati a valutare il proprio futuro lavorativo ideale, i giovani rifuggono dalla sicurezza del “posto fisso”: il 41,6% si dichiara a favore di un modello di lavoro che sia “continuamente rinnovato”, mentre il 19,6% ambisce a un lavoro “unico per tutta la vita”. Per le stesse ragioni, il 49,3% privilegia la prospettiva di un contratto di lavoro flessibile, a fronte di un 26,9% che preferirebbe invece un contratto di lavoro subordinato. Tra i vantaggi del lavoro flessibile, il 50,6% indica la possibilità di gestire in autonomia il rapporto tra tempo e guadagno, il 30,5% la possibilità di preservare la propria autonomia, l’11,8% l’assenza di vincoli.
L’interesse per la politica al suo “minimo storico”. «Il 10° Rapporto di ricerca – commenta la prof.ssa Spalletta – conferma il disinteresse dei giovani italiani nei confronti della politica e al contempo una drammatica crisi della fiducia». La curva ascendente del disinteresse, già registrata negli scorsi anni tocca infatti quest’anno il proprio picco, con il complessivo 63,6% dei giovani che si dichiarano “poco” (42,2%) o “per nulla” (21,4%) interessati alla politica, con un incremento complessivo di oltre 7 punti percentuali in tre anni. A questo disinteresse si abbina la sensazione di una politica dalla quale essi si sentono “poco” (23,3%) o “per nulla” (72,4%) ascoltati.
Politici italiani incompetenti ed esibizionisti. Opinione divise sul Governo Draghi. A finire sul banco degli imputati è in particolare la classe politica, che nell’opinione degli intervistati appare come incompetente (per il 28,6%), esibizionista (per il 25,2%), disonesta (per il 22%) e distante dai cittadini (per il 17,5%). La fiducia nei confronti di questa classe politica scende sensibilmente rispetto a un anno fa: il 67,5% dei giovani dichiara infatti che essa è peggiorata. I pareri tendono invece a dividersi per quanto concerne il giudizio sul Governo Draghi: i più critici rimarcano come sia stato solo un modo di spartirsi le poltrone (26,7%), cui si aggiunge il 17,1% per cui esso sancisce il fallimento dei partiti e il 13% per cui è stata tradita la fiducia degli elettori. Dall’altra parte, non mancano i giudizi positivi: il 27,3% ritiene che l’attuale Governo stia lavorando bene per il Paese, mentre il 9,1% considera questa esperienza come un modello replicabile nel futuro.
Il dissenso scende in piazza. Più spazio alla democrazia diretta. Netto cambio di rotta rispetto al passato quanto alle modalità attraverso cui esprimere il proprio dissenso: il 32,2% crede nelle manifestazioni di piazza, mentre scende al 22,3% la percentuale di chi continua a sostenere l’efficacia del dibattito in Rete. Per il 52,4% questa crisi della rappresentanza è altresì alla base del sempre più diffuso astensionismo. Pur non negando la propria propensione a recarsi alle urne (il 55,6%, in particolare, ritiene il voto un dovere civico), il 34,2% auspica tuttavia un più ampio ricorso a strumenti di democrazia diretta, quale il referendum.
Orgoglio italiano: a pesare sono pregiudizi e stereotipi. Alla sfiducia nei confronti della classe politica si accompagna un più generale sentimento di “distacco” nei confronti del Paese: a fronte di un 74,9% di intervistati che si dichiarano orgogliosi di essere italiani, solo il 35,9% ammette di essere orgoglioso dell’Italia. «A pesare sul giudizio degli intervistati – continua il prof. Ferrigni – è la difficoltà a riconoscersi all’interno di una società destrutturata, che si trova ancora a fare i conti con stereotipi e pregiudizi». I giovani reagiscono infatti con disappunto alla bocciatura del Ddl Zan, per il 33,5% ritenuta una mancata conquista di civiltà e per il 25,3% una vittoria dell’omofobia. E per lo stesso motivo il 21,2% si dichiara orgoglioso anche della sola idea di una donna alla Presidenza della Repubblica.
La violenza sulle donne e il difficile cammino della gender equality. Guardando nello specifico alle discriminazioni che investono l’universo femminile, il 30,1% chiama in causa maltrattamenti e violenza fisica. Per contro, la maggioranza ritiene invece che la condizione della donna nella società attuale risenta fortemente di stereotipi relativi all’inferiorità fisica o intellettiva (20,9%), delle differenze nei ruoli familiari o professionali (18%), di insulti di natura sessuale (16,5%) e delle disparità di trattamento economico (12,7%). «I giovani – commenta la prof.ssa Spalletta – hanno consapevolezza che la gender equality si costruisce nella quotidianità, pur senza dimenticare i gravi episodi di violenza di cui le donne continuano a essere vittime».
I “volti” della violenza e le insidie della Rete: svettano hate speech e body shaming, in calo il cyberbullismo. Tra i principali atti di violenza di cui gli intervistati temono di essere vittima, il 29,5% menziona l’hate speech e il 22,1% il body shaming, mentre bullismo e cyberbullismo si attestano al 17,2%. Tra le molteplici insidie che si celano nel mondo della Rete, a preoccupare maggiormente i giovani è la dimensione connessa alla propria sfera “identitaria”: il 30,5% teme in particolare l’eccessivo tracciamento dei dati personali, il 18,2% la clonazione delle proprie carte di pagamento, il 15,5% il furto d’identità, il 15,1% la violazione dei propri account social. In questo quadro dalle tinte fosche si inseriscono inoltre le valutazioni, perlopiù negative, associate al funzionamento degli algoritmi, che i giovani identificano principalmente con l’idea del controllo (29,6%) e della manipolazione (18,8%).
Baby gang: 1 su 3 teme di esserne vittima. «Guardando nello specifico agli atti di violenza a opera di coetanei – commenta il sociologo Ferrigni – a destare particolare preoccupazione è il fenomeno delle baby gang». Il 36,5% degli intervistati teme infatti di poter essere vittima di una baby gang, il cui “potere di attrazione” viene ricondotto al desiderio dei più giovani di “sentirsi parte del branco” (29,6%) e al fascino esercitato dal ruolo del cattivo (21,7%), oltre che a un vero e proprio “bisogno” di sfogare la rabbia repressa (18,1%). Il 22,3% degli intervistati dichiara inoltre di aver personalmente assistito a episodi di violenza a opera di baby gang, cui ha reagito ponendo in essere due modelli di comportamenti “opposti”: il 32,1% si è infatti allontanato per non rimanere immischiato, mentre il 31,9% è intervenuto cercando di risolvere la situazione e il 14,5% dichiara di aver chiamato le Forze dell’Ordine.
L’altruismo come stile di vita: oltre il 70% è impegnato (o vorrebbe impegnarsi) nel volontariato. I giovani italiani sono animati da un forte slancio altruistico: il 33,1% dichiara infatti di essere impegnato attualmente in attività di volontariato, mentre il 38,7% vorrebbe in futuro dedicarsi a questo tipo di attività. Questa generale apertura verso l’altro si riflette anche nel 92,3% di intervistati favorevoli alla donazione degli organi, e nel 58,8% che dice sì all’obbligo vaccinale.
Aperti e inclusivi: sì a unioni miste, stepchild adoption e scelte bioetiche. L’altruismo dei giovani italiani va di pari passo con una forte predisposizione all’inclusione. Il 91,3% si dichiara favorevole alle unioni miste, il 74,2% all’adozione di figli per coppie omosessuali. Questa larghezza di vedute investe anche le scelte bioetiche: l’85,7% dice sì alla fecondazione assistita, il 79,7% all’aborto, il 74% al suicidio assistito. Il 67,5% è infine favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere.
Consumatori consapevoli. Sì al co-living come modello abitativo del futuro. Nelle scelte di acquisto, il 49% degli intervistati presta principalmente attenzione al rapporto qualità/prezzo, e solo in misura minore alle recensioni sui social (17,4%) e alla notorietà del marchio (10,8%). Questa consapevolezza emerge anche in relazione alla prospettiva del co-living quale modello abitativo del futuro, che il 36,8% considera funzionale per ridurre le spese, e il 31,1% utile per la costruzione di nuovi legami sociali. Oltre il 60% dei giovani si dichiara favorevole all’esperienza dell’“abitare condiviso”, sebbene nella maggior parte dei casi la stessa venga presa in considerazione solo come soluzione temporanea (27,5%), o a patto di poter avere a disposizione degli spazi propri (15,6%), a fronte del complessivo 18,9% che la considera come una scelta “senza riserve”.
“Green ambassador”: la tutela dell’ambiente come priorità. Gli intervistati si confermano una generazione sensibile alla sostenibilità ma anche molto pragmatica nelle proprie scelte. Oltre il 90% riconosce l’importanza dell’inserimento in Costituzione della tutela di animali e ambiente, che il 56,2% considera finanche prioritaria. Per il 33,4% degli intervistati la salvaguardia dell’ambiente passa principalmente attraverso la scelta di privilegiare fonti rinnovabili.
Divisi sul nucleare: manca un’adeguata un’informazione. Interrogati in merito al nucleare, il 24,2% ritiene che si tratti di un tema su cui non c’è adeguata informazione. E se il complessivo 19,1% ne riconosce i vantaggi – quali la minore dipendenza dal petrolio (12,7%) e la produzione di energia pulita (6,6%) –, la restante parte degli intervistati ne evidenzia, per contro, gli aspetti negativi: il 23,8% pone infatti l’accento sui potenziali “effetti collaterali” (attentati terroristici, rischi ambientali, ecc.), il 22,6% lo ritiene un pericolo per la salute.